
Alle 18 il Consiglio comunale torna sul contratto da quasi 54 milioni della Messina Social City, già arenatosi sull’assenza di documenti economico-finanziari. Un anno fa la Giunta fu costretta a ritirare una delibera sullo stesso contratto. Stavolta, però, il dato politico è un altro: i numeri della maggioranza restano larghi, ma il percorso degli atti non sembra più una passeggiata.

Oggi pomeriggio, alle 18, l’Aula è chiamata nuovamente a misurarsi con la proposta di deliberazione n. 161 del 3 agosto 2026 che ha per oggetto il contratto di servizio della Messina Social City, quella che dovrebbe approvare lo schema del nuovo contratto tra Comune e azienda speciale. Una partita economicamente pesante, politicamente ancora di più: si parla di un rapporto da circa 53,8 milioni di euro e dell’affidamento di una fetta rilevante dei servizi socio-assistenziali e socio-educativi della città.
Doveva essere una delibera da approvare “velocemente”. E invece è diventata una corsa a ostacoli.
Nelle sedute del 15 e 16 settembre l’opposizione ha sollevato una questione tutt’altro che ornamentale: nella documentazione sottoposta al Consiglio non risultavano allegati il piano economico-finanziario, il piano-programma e il budget. Carte che, secondo i consiglieri di minoranza, sono indispensabili per capire non soltanto quanto Palazzo Zanca debba trasferire alla Social City, ma soprattutto come quelle risorse saranno impiegate, con quali obiettivi e secondo quale equilibrio economico. La discussione si è quindi fermata ed è stata rinviata alla seduta di oggi, lunedì 21 settembre.
Per l’amministrazione Basile non è neppure la prima volta. Il precedente ha quasi il sapore della recidiva amministrativa. Il 29 settembre 2025 il Consiglio discuteva un altro schema di contratto di servizio della Messina Social City. Il terreno dello scontro furono allora gli impianti sportivi. Un emendamento del Pd, un subemendamento, votazioni che mandarono in confusione la maggioranza, la caduta del numero legale. Il mattino successivo la Giunta decise di ritirare la delibera e ricominciare da capo. Un anno dopo, eccoci di nuovo qui.
Solo che nel frattempo qualcosa a Palazzo Zanca sembra essere cambiato. Non i numeri, almeno per ora. Federico Basile è stato rieletto il 24 e 25 maggio con il 58,40 per cento dei voti e le liste che lo sostengono hanno ottenuto, grazie al premio di maggioranza, 20 seggi su 32. Una maggioranza ampia, costruita attorno a quindici liste presentate a sostegno del sindaco. Quello che è cambiato è il rumore.
Nella precedente consiliatura l’amministrazione aveva spesso trovato davanti a sé un’opposizione frammentata, incapace di trasformare i singoli rilievi in una pressione politica continuativa. Nel nuovo Consiglio, almeno in queste prime settimane, il copione appare diverso: contestazioni in commissione, rilievi in Aula, richieste di documenti, conferenze stampa comuni e l’annuncio di iniziative rivolte agli organismi di controllo. Sul caso Social City le opposizioni hanno comunicato di voler interessare Corte dei conti e Anac. Non è ancora una rivoluzione copernicana. È semplicemente ciò che, in una democrazia consiliare, dovrebbe fare una minoranza: controllare chi amministra.
Ed è precisamente questo il punto sul quale è intervenuta Dafne Musolino, senatrice e vice capogruppo di Italia Viva-Casa Riformista, che il sistema politico costruito da Cateno De Luca lo conosce per averne fatto parte prima della rottura politica. Nell’intervista rilasciata a Radio Taormina, Musolino descrive la fase attuale come la fine di una stagione nella quale, a suo giudizio, sindaco, Giunta e partecipate potevano contare su un controllo politico assai meno pressante. Una fase accompagnata, secondo la sua lettura, da una narrazione amministrativa nella quale tutto funzionava, tutto cresceva, tutto procedeva nella direzione annunciata. Adesso, sostiene la senatrice, quella cornice comincia a incrinarsi.
Da un lato intravede un malcontento cittadino più visibile; dall’altro una minoranza consiliare che considera più attenta, puntuale e soprattutto disposta a tradurre le contestazioni politiche in atti: accessi, richieste documentali, iniziative presso Regione e organismi di controllo. Il caso Social City offre un dato materiale su cui misurarla: una delibera che una maggioranza di venti consiglieri avrebbe teoricamente i numeri per approvare si è fermata prima ancora del voto finale perché è esploso il problema della documentazione necessaria per valutarla. Così il Basile bis incontra forse il suo primo vero paradosso. Più forte nei numeri, meno libero nel percorso. L’esatto contrario che Federico Basile sperava e si attendeva.
La maggioranza è numericamente più che autosufficiente. Ma venti mani alzate non possono sostituire un allegato che manca, un piano economico che deve essere esaminato o un dubbio amministrativo che necessita di una risposta.
Sul tavolo rimane anche il contenzioso elettorale. Il risultato proclamato attribuisce a Basile il 58,40 per cento, ma il 20 ottobre il Tar di Catania è chiamato a discutere un ricorso che contesta l’ammissione delle quindici liste che lo sostenevano; un altro procedimento investe anche altri aspetti della consultazione. Saranno i giudici amministrativi, e non la politica, a stabilire la fondatezza o meno delle contestazioni. Fino ad allora il dato giuridicamente vigente resta quello proclamato: Basile è sindaco e dispone di una maggioranza di venti consiglieri.
Musolino, però, porta proprio su questo terreno la sua lettura politica e invita a non trasformare il consenso elettorale in una specie di certificato di infallibilità amministrativa. Le quindici liste e il sistema di collegamento tra voto alle liste e candidato sindaco fanno parte del contenzioso oggi pendente: la loro incidenza politica può essere discussa; la loro regolarità giuridica sarà invece materia del Tar.
Il punto di oggi, tuttavia, è molto più vicino e molto meno teorico. È una cartella poggiata sui banchi del Consiglio. Dentro dovrebbe esserci tutto ciò che serve per decidere come affidare per i prossimi anni decine di milioni di euro di servizi pubblici. Se le carte ci sono, vanno esaminate. Se mancano, vanno prodotte. Se i conti tornano, la maggioranza potrà assumersi la responsabilità di approvare il contratto. Se non tornano, toccherà spiegare perché. Perché questa volta, a differenza di quanto accaduto troppe volte nel passato recente di Palazzo Zanca, dall’altra parte dei banchi qualcuno sembra deciso a leggere anche le note a piè di pagina. Ed è forse questa la novità politica più interessante del Basile bis: non che il sindaco abbia meno voti. Ma che avere più voti, finalmente, potrebbe non significare avere meno domande.









