Antonello, Caravaggio, Montorsoli, Gagini, Alibrandi, Fontana, Boetti, Guttuso. Chiese medievali, fortezze, archivi, argenti, biblioteche, un cimitero monumentale che è un museo a cielo aperto. Il terremoto del 1908 ha distrutto quasi tutto, ma ciò che è rimasto basterebbe ancora oggi a costruire l’identità culturale di una grande città europea. Il problema è che Messina sembra averne smarrito perfino la consapevolezza.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Talune città hanno costruito la propria fortuna culturale attorno a una sola opera, a una chiesa, a una torre, a una casa natale, perfino a un episodio della propria storia. Messina, invece, è una città che potrebbe mettere in fila Antonello da Messina e Caravaggio, Montorsoli e Gagini, Girolamo Alibrandi e Polidoro Caldara, Mattia Preti e Francesco Laurana. E poi, facendo un salto di secoli, Miró, Lucio Fontana, Alighiero Boetti, Guttuso, Casorati, Schifano, Rotella.
Potrebbe aprire le porte di chiese medievali sopravvissute alla catastrofe, mostrare fortificazioni che raccontano secoli di storia dello Stretto, accompagnare i visitatori dentro uno dei più importanti cimiteri monumentali d’Italia, esibire manoscritti, pergamene, mosaici bizantini, argenti, archivi, macchine votive e reperti che attraversano quasi tremila anni. Potrebbe raccontare tutto questo come il tratto distintivo della propria identità.
E invece troppo spesso sembra non sapere nemmeno di possederlo. O, peggio, sembra essersene dimenticata. È forse questo il paradosso culturale più doloroso di Messina: una città che ha perduto quasi tutto e che proprio per questo dovrebbe custodire ciò che è rimasto con una cura quasi ossessiva, ma che troppo spesso vive accanto ai propri tesori come se fossero elementi ordinari del paesaggio.
Il terremoto del 28 dicembre 1908 non distrusse soltanto case, palazzi e vite umane. Spezzò una continuità. Cancellò una delle grandi città mediterranee, una Messina ricca, cosmopolita, commerciale, monumentale. Una città che nei secoli aveva attratto artisti, architetti, mercanti, ordini religiosi, sovrani, navigatori. La città che aveva dato i natali ad Antonello, che aveva chiamato Montorsoli, che aveva accolto Caravaggio. Dopo il terremoto venne la ricostruzione. Poi arrivarono i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Altre ferite, distruzioni. Altre dispersioni. Eppure qualcosa rimase. Ed è proprio quel qualcosa che oggi dovrebbe avere per Messina un valore quasi sacro.
Basterebbe partire da Antonello da Messina. Un artista studiato nelle università di tutto il mondo, conteso idealmente dai grandi musei, capace di trasformare la luce, la carne, lo sguardo umano in qualcosa di nuovo. Messina conservava integralmente, prima del clamoroso furto del 15 agosto — il Polittico di San Gregorio del 1473 e la celebre tavoletta bifronte. E già questo dovrebbe bastare a produrre una forma di rispetto quasi religioso verso il luogo che quelle opere custodisce. Il furto al Museo Regionale ha costretto molti messinesi a scoprire improvvisamente che dentro quel museo esistono opere per le quali un appassionato d’arte potrebbe attraversare un continente. Un risveglio, dopo il furto, molto sudato.
Due Caravaggio a pochi metri dal mare
Dentro il MuMe ci sono due tele di Caravaggio. La Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei Pastori, realizzate durante il soggiorno messinese del pittore, negli ultimi tormentati anni della sua vita. In qualsiasi grande città europea, due Caravaggio basterebbero da soli a costruire un’identità culturale riconoscibile. Diventerebbero itinerario, racconto turistico, immagine internazionale, mostre, studi, promozione. Messina invece convive con Caravaggio quasi con naturale indifferenza. Come se averne due fosse normale. E non lo è. È, invece, un privilegio straordinario. E lo stesso vale per ciò che circonda quelle opere. Il MuMe non è soltanto un museo. È, in un certo senso, il grande deposito della memoria della Messina scomparsa. Dentro quelle sale ci sono pezzi delle chiese distrutte, pale d’altare, sculture, mosaici, frammenti, reperti, manufatti recuperati dalle macerie. C’è Girolamo Alibrandi, il “Raffaello di Messina”, con la straordinaria Presentazione al Tempio, ricomposta dopo essere stata ridotta in frammenti dal terremoto. C’è il suo Giudizio Universale. Ci sono Antonello Gagini e Francesco Laurana. C’è Polidoro da Caravaggio. C’è Mattia Preti. C’è la pittura fiamminga. Ci sono maioliche cinquecentesche, mosaici bizantini, sculture medievali. E andando ancora più indietro, ci sono le tracce della Zancle greca, della Messana romana, dei Mamertini. Un idoletto cicladico di migliaia di anni. Un’iscrizione osca. Sarcofagi. Reperti navali. Non è soltanto un museo d’arte. È quasi la biografia materiale di Messina.
Un museo sotto il sole
Poi basta uscire per le strade di Messina. La Fontana di Orione, davanti al Duomo, è una delle più alte espressioni della scultura monumentale del Rinascimento. È opera di Giovan Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo. La vediamo ogni giorno. Le passiamo accanto. Ci incontriamo davanti alla fontana. Fotografiamo il campanile, aspettiamo mezzogiorno per vedere muoversi i meccanismi dell’orologio astronomico e spesso ignoriamo ciò che si trova a pochi metri. Una fontana rinascimentale che celebra l’acqua, la città, i fiumi, la mitologia e la potenza civile della Messina del Cinquecento. Noi la ignoriamo, non lo fanno i turisti.
Accade ugualmente per il Nettuno. Ancora Montorsoli. E gli originali di alcune delle sue sculture conservati al Museo Regionale. Se quelle opere fossero a Firenze, Roma o Bologna, comparirebbero in ogni itinerario. A Messina rischiano di diventare arredo urbano. Perché la familiarità, lentamente, produce invisibilità, proprio questo è uno dei mali peggiori.
I frammenti della città medievale
Fuori dal museo sopravvive ancora qualche brandello della città antica. La Santissima Annunziata dei Catalani è uno di questi. Entrarvi significa attraversare secoli di storia mediterranea: elementi normanni, arabi, bizantini, sovrapposizioni che raccontano una Sicilia incrocio di culture molto prima che questa espressione diventasse una formula buona per i convegni. Poi c’è Santa Maria Alemanna, rara testimonianza gotica. La Badiazza, Santa Maria della Valle, che appare quasi fuori dal tempo nella vallata di San Rizzo. Il Monte di Pietà, che abbiamo ridotto a scenografia per un Masterchef (!). Il Duomo, naturalmente, ricostruito, ferito, trasformato, ma ancora custode di parti, opere e memorie della Cattedrale precedente. Sono testimonianze di una grandezza dimenticata della città che sono sopravvissute. E questa parola dovrebbe bastare. Sopravvissute al terremoto, agli incendi, alle bombe, alle demolizioni, financo alla trasformazione urbana e, talvolta persino all’indifferenza.
Il Duomo non è soltanto l’orologio
Anche la Cattedrale ha subito una riduzione nella percezione collettiva. Per molti è il campanile, l’orologio astronomico, “semplicemente” il leone che ruggisce a mezzogiorno. Ma il Duomo è molto altro. Dentro ci sono monumenti funerari, sculture, mosaici, testimonianze medievali e rinascimentali. C’è il San Giovanni Battista di Antonello Gagini. C’è il monumento trecentesco dell’arcivescovo Guidotto de Abbiate, opera di Goro di Gregorio. Accanto esiste poi il patrimonio del Tesoro della Cattedrale con argenti, reliquiari, preziosi oggetti liturgici. C’è la Manta d’oro della Madonna della Lettera. Espressioni artistiche di secoli di oreficeria, devozione e artigianato artistico. Non sono soltanto oggetti preziosi. Sono pezzi dell’identità della città. Come li proteggiamo, come li rendiamo noti nel mondo, quanto sanno davvero di tutto questo i giovani messinesi?
Così come molti messinesi ignorano che il patrimonio artistico cittadino non finisce con il Medioevo, il Rinascimento o il Barocco. La Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune, al Palacultura, conserva opere di Joan Miró, Mario Schifano, Emilio Tadini, Ennio Calabria, Antonio Bonfiglio, e, consentitemi, insieme ad altri, anche i pregevoli acquerelli di Peppino Bevacqua, che era mio nonno. La Galleria “Lucio Barbera” della Città Metropolitana custodisce una collezione che meriterebbe una notorietà ben diversa. Lucio Fontana, Alighiero Boetti, Renato Guttuso, Felice Casorati, Mimmo Rotella, Franco Angeli, Giò Pomodoro, Giuseppe Mazzullo, Giuseppe Migneco.
Leggere questi nomi uno dietro l’altro produce quasi uno straniamento. Possibile? E’ davvero così e sono a Messina. E quanti lo sanno davvero? E non è finita.
Poi c’è il Gran Camposanto. Lo chiamiamo cimitero ma è anche un enorme museo all’aperto. Studiosi e storici come Franz Riccobono e Nino Principato quanto si sono spesi perché a Messina si prendesse coscienza della storica importanza del Famedio, del Cenobio, della Galleria dei Portici, della Galleria Ipogea, delle cappelle gentilizie, delle sculture, dei pregevoli monumenti funerari, delle architetture ottocentesche e novecentesche che compongono un patrimonio che altre città avrebbero trasformato da decenni in un itinerario culturale internazionale. Parigi ha Père-Lachaise. Genova ha Staglieno. Milano ha il Monumentale. Messina possiede un complesso di eccezionale valore e soltanto negli ultimi anni sembra aver cominciato a comprendere che non basta amministrarlo (spesso anche male) come mero luogo dei morti. Bisogna raccontarlo come luogo della storia.
E poi, ancora, ci sono i forti. Forte Gonzaga, San Salvatore, Ogliastri, Forte Cavalli, la Real Cittadella, il sistema umbertino sulle colline.
Messina è circondata e attraversata da secoli di architettura militare. Eppure quanti messinesi saprebbero indicarne anche solo alcuni su una carta? Quanti conoscono davvero la storia della falce, delle fortificazioni spagnole, del sistema difensivo dello Stretto, delle batterie ottocentesche? Eppure anche quelle pietre raccontano ciò che Messina è stata: un porto strategico, una città contesa, intesa fortezza del Mediterraneo.
Le carte, i libri, Quasimodo
Quanto difendiamo i nostri tesori? Quanto ci adoperiamo a tutelare i patrimoni meno visibili? Le carte. I libri. Gli archivi. La Città Metropolitana possiede l’Archivio Salvatore Quasimodo, con manoscritti, lettere, fotografie, traduzioni, documenti familiari e testimonianze della vita e del lavoro di un premio Nobel. Una parte di quel patrimonio è stata trasferita a Roccalumera per essere “valorizzata”. La proprietà resta della Città Metropolitana. Ben venga la sua divulgazione, specie se Messina non ha saputo farlo. Perché il fatto stesso che i messinesi abbiano potuto assistere senza particolare trauma collettivo all’allontanamento fisico di parte di quelle carte racconta qualcosa del rapporto della città con la propria memoria. Così come racconta qualcosa la storia dell’Archivio di Stato, con chilometri di documentazione e centinaia di pergamene che custodiscono la vita amministrativa, commerciale, notarile e civile di Messina e del suo territorio. Gli archivi non fanno rumore. Non hanno la potenza visiva di un Caravaggio. Ma una città senza archivi è una città che lentamente perde la capacità di ricordare sé stessa.
Il problema è che abbiamo normalizzato il tesoro. La questione, prima ancora che amministrativa, è culturale. Non basta restaurare, catalogare, assicurare, non basta organizzare una mostra ogni tanto. Una città deve conoscere ciò che possiede. Il più possibile. Prima ancora di proporla ai turisti. Dalla conoscenza ne deriva la consapevolezza del suo spessore, il rispetto e la istintiva difesa. Così per primi i bambini dovrebbero sapere chi fosse Antonello prima ancora di incontrarlo nei manuali di storia dell’arte. O sulla cronaca dei giornali. Dovrebbero sapere perché Montorsoli arrivò a Messina. Perché Caravaggio vi dipinse. Dovrebbero conoscere la Badiazza, Santa Maria Alemanna, l’Annunziata dei Catalani. Dovrebbero sapere che esiste un archivio di Quasimodo. Che esiste una collezione con Fontana e Boetti. Che il Gran Camposanto è un museo. Che sulle colline corre ancora una cintura di fortificazioni. Non perché tutti debbano diventare storici dell’arte. Ma perché una città esiste davvero solo quando riconosce sé stessa. Perché, e soprattutto, il 28 dicembre 1908 la natura fece in pochi secondi ciò che nessun esercito avrebbe probabilmente potuto fare con la stessa ferocia. Perché se non possiamo cambiare quella storia, se non possiamo ricostruire la Messina cinquecentesca, se non è possibile restituire alla città tutte le opere sottratte, disperse, vendute, trasferite o distrutte, possiamo però decidere che cosa fare dei superstiti. E il furto al Museo Regionale ha reso questa domanda improvvisamente preminente ed urgente. Sappiamo davvero quanto vale ciò che abbiamo? E quanto lo conosciamo? Quanto lo rispettiamo? Quanto lo proteggiamo? Quanto lo raccontiamo? Quanto investiamo perché un ragazzo di Messina sappia che a pochi chilometri da casa sua ci sono Antonello e Caravaggio, Montorsoli e Gagini, Fontana e Boetti? Queste domande le rivolgo non solamente all’Assessorato Regionale, non solo a sindaco ed assessore comunale, ma alla scuola, ai docenti, e ai genitori. Da loro è attesa la risposta, più proattiva che si possa sperare.
Forse la più grande fragilità del patrimonio messinese non è nemmeno materiale. È l’assenza di una coscienza collettiva proporzionata alla sua grandezza. Perché un quadro si può rubare. Un monumento può deteriorarsi. Un archivio può essere trasferito. Una chiesa può restare chiusa. Ma il danno più profondo comincia prima, nel momento in cui una comunità smette di sapere che quel quadro, quel monumento, quell’archivio e quella chiesa le appartengono culturalmente. Messina è sopravvissuta al terremoto. Molte delle sue opere, incredibilmente, anche. Adesso resta da capire se sapremo salvarle dalla cosa che nessun restauro può riparare facilmente: la dimenticanza.








