Da Messina a Catania, il Rapporto Zoomafia 2025 svela il lato oscuro delle corse clandestine. Un business fatto di doping, sangue e controllo militare del territorio che prospera nell’omertà e sui social network.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Il momento preciso in cui lo Stato cede il passo all’antistato non avviene sempre nel segreto dei summit mafiosi, ma spesso alla luce del sole, sull’asfalto delle nostre strade. Quando decine di scooter bloccano un’arteria pubblica per fare spazio a due calessi lanciati a folle velocità, non stiamo assistendo a un deprecabile fenomeno di folklore rionale o a un mero reato di maltrattamento animale. Stiamo assistendo all’esibizione muscolare del potere mafioso. Come acutamente osservava lo scrittore e magistrato Gianrico Carofiglio, la criminalità organizzata ha bisogno di simboli visibili per alimentare il proprio mito. E le corse clandestine di cavalli, in Sicilia, sono esattamente questo: la liturgia prepotente del controllo del territorio.
A certificare questa inquietante realtà è il Rapporto Zoomafia 2025, un documento che spazza via ogni lettura riduttiva che vorrebbe relegare il fenomeno alla microcriminalità. I numeri sono un bollettino di guerra. In ventisei anni di rilevazioni, dal 1998 al 2024 compreso, le forze dell’ordine hanno bloccato 165 corse clandestine, sequestrato 1.430 cavalli e denunciato 4.324 persone. Solo nel 2024, si contano 17 interventi mirati, 70 denunce e 29 equini sottratti ai loro aguzzini. Numeri che nascondono un sottobosco di reati satelliti impressionante: furto di energia elettrica per le stalle abusive, occupazione illecita di terreni, riciclaggio di denaro, traffico di stupefacenti e un uso spregiudicato di farmaci dopanti, dal desametasone agli ormoni della crescita, somministrati senza alcuno scrupolo per massimizzare le prestazioni di animali sfiancati.
La nostra Messina e la sua provincia sono un crocevia fondamentale di questi traffici. La narrazione di questi mesi ci restituisce l’immagine di una città assediata da un malaffare che non arretra. Basti pensare al caso emblematico del cavallo Evenafterall, sequestrato dalla Questura peloritana nell’aprile 2024: un purosangue proveniente dai circuiti legali dell’ippica ufficiale, inghiottito dal buco nero delle gare su strada. È la prova provata di un sistema osmotico tra legalità e criminalità. E ancora, gli episodi interrotti in flagranza: la corsa bloccata a Mortelle nel giugno 2024, con il fuggi fuggi di decine di motorini e due fantini pluripregiudicati denunciati per maltrattamento; o l’assurda gara notturna nel rione San Filippo, nel marzo 2024, culminata con l’arresto di un fantino di 48 anni che, sfidando la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali, sfrecciava sul calesse scortato da un corteo di scooter clacsonanti.
Spostando lo sguardo lungo la costa orientale, il quadro etneo assume contorni ancora più definiti. A Catania, il quartiere di Picanello si conferma una vera e propria roccaforte, dove clan storici come i Nicotra gestiscono le corse come un asset strategico, affiancato a estorsioni e narcotraffico. L’operazione “Villa Glori” del dicembre 2024 lo ha dimostrato in modo lampante, smantellando un gruppo criminale armato che utilizzava proprio una stalla come base operativa.
Ciò che sgomenta, tuttavia, non è solo la caratura criminale degli organizzatori, ma l’humus culturale in cui prosperano. Esiste una subcultura apologetica, alimentata dai social network, che trasforma i carnefici in eroi popolari. Ai cavalli vengono imposti nomi di battaglia evocativi come Totò Riina o Bin Laden. I video delle corse, celebrati con colonne sonore neomelodiche, diventano virali, raccogliendo il consenso di migliaia di follower. Un consenso talmente sfrontato da spingere un sessantenne catanese, poi denunciato per istigazione a delinquere, a incitare pubblicamente sul web alla rivolta contro le forze dell’ordine dopo i sequestri dei Carabinieri. “Guerra volete e guerra facciamo“, scriveva, forte di 40.000 visualizzazioni.
Di fronte a un simile sbarramento – non solo fisico sulle strade, ma sociale e omertoso – l’azione repressiva, per quanto encomiabile e in crescita, non può bastare. La Cassazione ha già chiarito come l’organizzazione di questi eventi configuri di fatto il metodo mafioso, data l’intimidazione ambientale che impedisce ai cittadini finanche di chiamare il 112. Ma la risposta dello Stato deve farsi ancora più affilata.
Non è più rinviabile un intervento normativo radicale: dal divieto assoluto di circolazione su strada per i mezzi trainati da animali sportivi, fino al daspo per il possesso di equini e scuderie a carico dei pregiudicati per mafia, maltrattamento o scommesse clandestine. Infine, servono indagini patrimoniali spietate per seguire il flusso del denaro. Perché se è vero che la mafia si nutre di simboli, privare i clan dei loro capitali e dei loro “trofei” a quattro zampe è il primo passo per smantellarne il prestigio. Lasciare le strade in mano a questi criminali significa abdicare al diritto primario di ogni cittadino: quello di vivere in una società libera dalla prepotenza. E su questo, non possiamo permetterci di indietreggiare di un solo millimetro.





