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Città Metropolitana, cambio al vertice: ora è corsa ai ripari contro il definanziamento Cipess. Fondi ridotti da 335 a 207 milioni di euro

- 16/04/2026

L’arrivo del nuovo direttore generale Giacomo Villari coincide con l’emergenza sui fondi Fsc: oltre 127 milioni di euro tagliati per i ritardi nell’assegnazione dei lavori. In bilico cantieri vitali per viabilità, ambiente e welfare.

Un rimpasto ai vertici dettato dalle logiche elettorali, ma che scoperchia un vaso di Pandora amministrativo. Giuseppe Campagna si è dimesso dalla carica di direttore generale della Città Metropolitana di Messina. Un passo indietro doveroso e politicamente corretto, considerata la sua candidatura nelle file a sostegno dell’ex sindaco Federico Basile. A raccogliere il testimone in questo delicato snodo istituzionale è stato nominato l’ingegnere Giacomo Villari. Un passaggio di consegne urgente, che non si limita alla semplice routine, ma che svela un vulnus ben più profondo: quello dei fondi definanziati dal Cipess, per i quali oggi la macchina amministrativa è costretta a una vera e propria corsa ai ripari.

Il nodo dei fondi: dal tesoretto del 2021 ai tagli del 2024

Per comprendere la portata dell’emergenza bisogna riavvolgere il nastro al 22 dicembre 2021. Con la delibera Cipess n. 84, veniva approvato il “Piano di Sviluppo e Coesione della Città Metropolitana di Messina”. Un tesoretto da 335 milioni di euro, garantito dal Fondo Sviluppo e Coesione (Fsc), in cui erano confluiti tutti i progetti dell’allora Patto per lo Sviluppo.

La doccia fredda arriva a metà del 2024. Con la delibera n. 40 del 9 luglio, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre, la scure del definanziamento si abbatte su una serie di interventi cruciali. Il motivo tecnico è implacabile: il mancato raggiungimento dell’Obbligazione Giuridicamente Vincolante entro i termini prescritti. In parole povere, l’incapacità di assegnare i lavori nei tempi utili. In sede di Comitato di Sorveglianza, l’ormai ex Autorità Responsabile Campagna non ha potuto far altro che prendere atto del taglio, riassettando la struttura programmatica del Piano che, decurtato dei progetti “bocciati”, si è drasticamente ridimensionato a 207.668.392,02 euro.

I cantieri in bilico: cosa c’è da salvare Adesso Palazzo dei Leoni deve rincorrere le risorse perdute. Ma quali sono le opere vitali per il territorio finite nella lista nera e che ora si cerca disperatamente di recuperare? L’elenco tocca nervi scoperti della viabilità, dell’ambiente e del tessuto sociale messinese:

  • Viabilità e infrastrutture strategiche: Quasi 25 milioni di euro destinati al Consorzio Autostrade Siciliane per la manutenzione straordinaria, sempre più pressante, della tangenziale di Messina. A questi si affianca una quota per la piattaforma logistica e intermodale di Tremestieri, snodo vitale e opera considerata propedeutica persino per la realizzazione del Ponte sullo Stretto.
  • Ambiente e sicurezza del territorio: Poco più di 9 milioni sono necessari per cofinanziare il depuratore e l’impianto di adduzione previsto a Tono. Ben 15 milioni, fondamentali per una conformazione orografica fragile, sono previsti per la mitigazione del rischio idrogeologico e dell’erosione costiera nel Comune di Messina, con un’ulteriore iniezione di 1,5 milioni per gli interventi idraulici sul torrente Papardo e 500mila euro per la riqualificazione e salvaguardia della costa.
  • Cultura e recupero urbano: Il salvataggio dell’ex ospedale Margherita per la tanto attesa trasformazione nella Cittadella della Cultura, a cui si sommano 4,6 milioni per il restauro e la successiva valorizzazione turistica del Forte Gonzaga.
  • Welfare: Un tassello importante per i servizi essenziali riguarda gli 800mila euro previsti per la realizzazione di un asilo nido nel quartiere di Sperone.

Al netto del valzer delle poltrone e dell’attuale affanno burocratico per recuperare il terreno perduto, resta un interrogativo di fondo che esige risposte chiare dalla politica e dall’amministrazione: perché si deve sempre arrivare all’emergenza? Come è possibile che, a fronte di fondi assegnati e blindati nel 2021, si sia atteso il 2024 per farseli definanziare? Tre anni trascorsi senza riuscire a compiere il passo più importante e concreto: tradurre le carte in cantieri aperti. Una falla nel sistema su cui la nuova gestione tecnica dovrà inevitabilmente riflettere.