Altro che boom economico e turistico: dietro la narrazione della giunta si nascondono cantieri svuotati, crocieristi di passaggio che non spendono in città e un inquinamento atmosferico ormai fuori controllo.
MESSINA – C’è una strana euforia nell’aria dello Stretto, o forse è solo l’ossido di zolfo scaricato dalle navi da crociera. Mentre la dimissionaria amministrazione comunale si spella le mani per applaudire la propria “crescita del turismo” a colpi di conferenze stampa e trionfalismi, la realtà, quella che non finisce sui depliant patinati, presenta un conto salatissimo. E puzza di ruggine e occasioni mancate.
Un tempo, da queste parti, la cantieristica navale non era un reperto archeologico, ma il fiore all’occhiello dell’industria. Nomi come Rodriquez e Smeb garantivano il pane a oltre 1.500 operai. Lo ha ricordato oggi su RTP il bravo collega Emilio Pintaldi. Oggi, invece, se suona la sirena di fine turno, a rispondere all’appello nei pochi e rachitici cantieri superstiti sono a stento in 400.

Il fuggi fuggi verso Malta e Turchia
La fotografia spietata è stata scattata al recente convegno della Fiom Cgil, e c’è poco da stare allegri. Messina siede comodamente nella top ten dei porti crocieristici mondiali, una posizione che dovrebbe trasformarla nella mecca delle riparazioni navali. Invece, le commesse multimilionarie fanno le valigie. Le compagnie di navigazione preferiscono portare i loro scafi in Turchia o a Malta, dove la manodopera costa meno e, evidentemente, le infrastrutture funzionano. Persino la più grande azienda locale ha deciso di far curare le proprie navi ai turchi.
Daniele David, segretario della Fiom, ha provato a suonare la sveglia: nella zona falcata ci sono due bacini di carenaggio che cadono a pezzi. L’ex cantiere Cassaro è un monumento all’abbandono, preda dei vandali. Su quasi 30 cantieri (inclusi i microscopici), l’assenza di investimenti è la vera regola aurea. E mentre il sindacato chiede tavoli tecnici a Prefettura, Autorità Portuale, Comune e Regione, gli armatori si danno alla macchia. L’unica mosca bianca è l’imprenditore Rocco Finocchiaro, che con la sua Zancle 757 tira la carretta nella parte affidata all’Agenzia Industrie Difesa.
L’illusione del turismo da “mordi e fuggi”
Ma torniamo al grande miracolo turistico targato Cateno De Luca e Federico Basile. A smontare la narrazione ci pensa il consigliere leghista Cosimo Oteri, mettendo il dito nella piaga: a Messina sbarcano migliaia di persone, scattano due foto, comprano forse un magnete da frigo e se ne vanno. Non c’è traccia di nuovi alberghi, non c’è un sistema ricettivo degno di questo nome, e i beni culturali restano chiusi a chiave o fuori dai radar. Il bilancio degli ultimi anni? Molti slogan, zero progetti strutturali. Messina rimane un glorioso “non-luogo”, un casello autostradale per crocieristi diretti altrove, nonostante tesori come l’orologio astronomico del Duomo o le tele di Antonello e Caravaggio.
Oltre al danno, lo smog
E se la ricchezza evapora, l’inquinamento resta. L’Italia è felicemente il Paese europeo più intossicato dalle navi da crociera. Se Barcellona, Civitavecchia e il Pireo guidano la classifica del gas di scarico (con Civitavecchia che nel 2022 ha incassato dalle navi una quantità di ossidi di zolfo 40 volte superiore a quella di tutte le sue automobili), anche il resto d’Italia non scherza. Napoli, Genova e Livorno annaspano nello smog. L’unico caso di studio virtuoso è Venezia, che vietando l’accesso ai bestioni del mare ha tagliato gli inquinanti dell’80%.
La cruda verità è che Messina si accontenta delle briciole: respira i fumi di scarico dei giganti del mare, guarda i propri cantieri morire e festeggia un turismo fantasma che non lascia un euro in città. La vera scommessa non è l’ennesima conferenza stampa, ma trasformare una città di passaggio in una vera destinazione, creando quell'”ecosistema turistico” di cui ci si riempie la bocca solo sotto elezioni.



