
Santino Bonfiglio, 67 anni, ha spezzato la vita della sua ex compagna, Daniela Zinnanti, uccidendola a coltellate dopo essere evaso dagli arresti domiciliari nella serata di lunedì. Una tragedia dai contorni drammatici, segnata da un dettaglio fatale: il braccialetto elettronico, disposto dal gip per monitorare l’uomo, non era disponibile al momento dell’esecuzione della misura cautelare e sarebbe dovuto arrivare soltanto domani.
Il dispositivo era stato prescritto dal giudice a seguito della denuncia per lesioni presentata dalla vittima lo scorso 5 febbraio. L’assenza materiale dell’apparecchio di tracciamento ha lasciato un vuoto fatale nel sistema di protezione. Bonfiglio ha così potuto abbandonare indisturbato la propria abitazione per compiere l’omicidio, di cui è reo confesso e per il quale si trova ora in carcere.
La vicenda si inserisce in un quadro di maltrattamenti sistematici e brutali. Lo scorso 5 febbraio, allertata dalla stessa vittima, la polizia era intervenuta nell’abitazione dell’uomo trovando Daniela Zinnanti in condizioni critiche: tumefatta, coperta di sangue e con ferite all’arcata sopracciliare e all’orecchio. In quell’occasione, l’uomo aveva tentato di minimizzare l’accaduto sostenendo che la donna fosse semplicemente caduta a causa dell’abuso di alcol.
La realtà, certificata poi dal referto del pronto soccorso, raccontava ben altro: trauma cranico, fratture costali e ferite da taglio, con una prognosi finale di 30 giorni. Agli inquirenti, la donna aveva riferito di aver provato a reagire all’ennesimo pestaggio. Per tutta risposta, il compagno l’aveva minacciata puntandole un coltello al fianco, per poi picchiarla con violenza, trascinarla fuori di casa e spingerla giù dalle scale.
I precedenti e l’ordinanza del Gip: un calvario continuo

Le indagini e i successivi interrogatori hanno fatto emergere un calvario continuo, fatto di liti, aggressioni e tentativi di soffocamento. Bonfiglio, già condannato in passato per reati contro la persona e porto d’oggetti atti a offendere, era già stato sottoposto a un divieto di avvicinamento e formalmente ammonito dal questore di Messina nel giugno del 2025. Solo un mese prima, a fine maggio, si era consumata un’altra gravissima aggressione, durante la quale la vittima era stata colpita alla testa e massacrata di calci e pugni fino a svenire.
Nell’ordinanza che aveva inasprito la misura cautelare con i domiciliari, il gip aveva inquadrato con chiarezza la drammaticità del contesto. La frequenza mensile delle aggressioni, scriveva il giudice, delineava un “regime di vita insostenibile e umiliante”, spia di una profonda sottomissione psicologica della vittima che i vari, e illusori, tentativi di riconciliazione finivano solo per confermare. Per l’uomo era già stato disposto il giudizio immediato, la cui udienza era stata fissata per il prossimo maggio.

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