
Dall’ordinanza del gip emerge il presunto ruolo di vertice del commercialista, ora ai domiciliari. Le intercettazioni svelerebbero un tentativo di mediazione con Silvio e Salvatore Cuffaro per un appalto. Previsto un “ringraziamento” da 20mila euro.

PALERMO – Un capo, un leader, il regista indiscusso di una “consorteria capace di pilotare appalti nella sanità siciliana per 130 milioni di euro“. È questo il ritratto che emerge dalle 260 pagine dell’ordinanza firmata dalla gip di Palermo Carmen Salustro, che descrive il ruolo di vertice che avrebbe ricoperto il noto commercialista Antonino “Ninni” Sciacchitano, uomo chiave della nuova, clamorosa inchiesta sulla corruzione in Sicilia.
Un’accusa pesantissima che, dopo l’interrogatorio di garanzia del 23 maggio, ha portato a misure severe: arresti domiciliari e sospensione per un anno dai pubblici uffici. Di conseguenza, la Presidenza della Regione ha immediatamente revocato il suo prestigioso incarico di presidente dell’Organismo di valutazione della performance. L’indagato, difeso dagli avvocati Marco Manno e Fausto Amato, continua a negare ogni addebito, sostenendo di aver sempre agito con “correttezza e trasparenza”.
La mediazione per l’appalto e il presunto ruolo dei fratelli Cuffaro
Secondo l’accusa, il potere di Sciacchitano si sarebbe cementato da presunte connessioni politiche di altissimo livello. Il cuore di questa tesi investigativa è un tentativo di mediazione per far ottenere alla società Polygon il “lotto I” di un importante appalto. Per raggiungere l’obiettivo, Sciacchitano e il suo presunto sodale Giovanni Cino avrebbero attivato una catena di contatti politici.
Le intercettazioni documentano come i due si siano rivolti a Vito Raso, autista e uomo di fiducia dell’ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro. Lo scopo: ottenere un incontro con Silvio Cuffaro, fratello di Salvatore e dirigente del dipartimento Finanze della Regione. L’obiettivo finale era far sì che Silvio Cuffaro “avvicinasse e ammorbidisse” il direttore della Centrale unica di committenza (Cuc) per favorire l’accordo con la Polygon. Il 10 agosto 2022, le cimici registrano Sciacchitano che contatta Raso per poi comunicare, poco dopo, di aver consegnato i documenti a “Silvio”. Un’intermediazione che, secondo i magistrati, doveva avere un prezzo.
Le carte dell’inchiesta ipotizzano che Sciacchitano e Cino intendessero farsi pagare 200 mila euro dalla Polygon (100 mila a testa) per il loro servizio. Ma una parte di quei soldi, scrivono i pm, era destinata ad altro: una quota di 10 o 20 mila euro da dare alla famiglia Cuffaro, “sia per ringraziarli per l’impegno profuso in questa vicenda, sia per ingraziarseli in vista di un prospettabile (e prospettato) successo elettorale”. Le indagini, inoltre, hanno rivelato che Sciacchitano avrebbe cercato un contatto persino con Salvatore Cuffaro in persona.
La rete di complici e le altre prove
L’inchiesta, che conta 10 indagati, ha portato agli arresti domiciliari anche l’imprenditore campano Catello Cacace. Misure più lievi (obbligo di presentazione e interdizione) per Aldo Albano, provveditore del Villa Sofia-Cervello, e Pietro Genovese, ex direttore amministrativo dell’Asp di Caltanissetta.
L’autorità di Sciacchitano, secondo la gip, era assoluta. In un’intercettazione, a fronte di una domanda di Cacace, risponde: «Picciotti così ho fatto… così ho deciso!». Altre conversazioni con Cino lo legano alla nomina del “pentito” Fabio Damiani al vertice della Cuc, fatta, come ammette Cino, non “per altruismo… ma perché avevamo secondi fini”.









