
Il segretario regionale lascia dopo mesi di scontri interni e una contestata riconferma congressuale finita anche davanti ai giudici. La decisione nel giorno dell’udienza al Tribunale di Palermo. Ora tocca a Elly Schlein trovare una soluzione in vista delle elezioni del 2027. Tra le ipotesi un direttorio guidato da Peppe Provenzano.


PALERMO – Alla fine Anthony Barbagallo ha scelto di farsi da parte. Dopo sette anni alla guida del Partito democratico siciliano, il deputato nazionale ha annunciato le dimissioni da segretario regionale, consegnando nelle mani della segreteria nazionale il compito di ricomporre una frattura politica che nemmeno i ripetuti interventi di Elly Schlein erano riusciti a sanare.
L’annuncio è arrivato oggi, martedì 27 ottobre, attraverso una lettera aperta nella quale Barbagallo riconosce il fallimento del tentativo di riunificare le diverse anime del partito. Una decisione maturata al termine di mesi di contrapposizioni, culminate nella contestazione della sua riconferma alla segreteria regionale e in un contenzioso giudiziario che ha investito le procedure congressuali.
La coincidenza delle date è significativa. Proprio per oggi era stata fissata al Tribunale di Palermo l’udienza relativa al ricorso presentato da alcuni esponenti democratici contro le modalità che avevano consentito la rielezione di Barbagallo. I ricorrenti contestano la regolarità del percorso congressuale, mentre la segreteria uscente ne ha sostenuto la legittimità. Una vicenda che ha progressivamente trasformato la dialettica politica interna in uno scontro anche sul terreno delle regole.
A guidare la componente critica sono stati, tra gli altri, l’europarlamentare Giuseppe Lupo e il deputato regionale Fabio Venezia. La frattura ha coinvolto una parte significativa del gruppo parlamentare all’Assemblea regionale siciliana e si è manifestata anche nei rapporti tra la struttura regionale del partito e alcune federazioni provinciali.
Le divergenze non riguardavano soltanto le modalità di elezione del segretario. Sullo sfondo c’erano gli equilibri tra le correnti, la distribuzione delle responsabilità politiche e la definizione della linea da seguire in vista delle prossime scadenze elettorali. Barbagallo, nella lettera con cui annuncia le dimissioni, non nasconde le difficoltà incontrate. «La ricomposizione ancora non arriva», ammette, dopo aver ricordato gli sforzi compiuti per superare le divisioni. E indica nella necessità di costruire un’alternativa credibile al centrodestra la ragione della propria scelta.Il riferimento è soprattutto alle elezioni del 2027, quando la Sicilia sarà chiamata a rinnovare l’Assemblea regionale e a scegliere il presidente della Regione. Una competizione nella quale il centrosinistra punta a contendere il governo dell’Isola alla coalizione che sostiene Renato Schifani.
Ma per presentarsi alle urne con una proposta competitiva occorre anzitutto risolvere i problemi interni del principale partito della coalizione. La costruzione del campo largo, il confronto con il Movimento 5 Stelle e con le altre forze progressiste, l’individuazione del candidato alla presidenza della Regione richiedono un interlocutore politico riconosciuto e legittimato dall’intero partito.Una condizione che negli ultimi mesi era venuta progressivamente meno.
La stessa segretaria nazionale Elly Schlein aveva tentato una mediazione, senza riuscire a superare le resistenze delle diverse componenti. Il permanere dello scontro ha finito per rendere sempre più difficile anche la gestione ordinaria del partito, proprio mentre si avvicinano appuntamenti elettorali decisivi. Le dimissioni aprono adesso una nuova fase. Secondo le prime indiscrezioni, la soluzione potrebbe essere affidata a una cabina di regia composta da rappresentanti delle principali sensibilità democratiche, con un ruolo di coordinamento per Peppe Provenzano, responsabile Esteri della segreteria nazionale ed ex ministro per il Sud.Tra i nomi indicati per il possibile organismo figurano lo stesso Barbagallo, la vicesegretaria regionale Valentina Chinnici, il capogruppo all’Ars Michele Catanzaro e la segretaria provinciale di Palermo Teresa Piccione. Si tratta, al momento, di ipotesi politiche sulle quali non risulta ancora una decisione ufficiale.
Per Barbagallo si chiude così una lunga esperienza alla guida dei democratici siciliani. Nella lettera rivendica il rapporto costruito con i circoli territoriali, con i militanti e con le nuove generazioni del partito. Ringrazia i 15 mila iscritti e ricorda come ultimo atto da segretario la presentazione alla Camera di un volume dedicato a Pio La Torre, figura simbolo della sinistra siciliana e della lotta alla mafia.Il suo messaggio contiene anche un’indicazione politica precisa: le dimissioni non equivalgono a un abbandono del partito, ma alla disponibilità a favorire un diverso equilibrio interno.
«L’unità non può essere soltanto una parola», scrive Barbagallo, riconoscendo che la ricomposizione delle divisioni richiede scelte concrete, anche difficili. Resta da capire se l’uscita di scena del segretario sarà sufficiente a risolvere un conflitto che affonda le radici ben oltre la sua ultima riconferma. Perché la questione che la segreteria nazionale si trova ad affrontare riguarda ormai gli assetti di potere del Pd siciliano, i rapporti tra le sue componenti e la capacità di elaborare una strategia condivisa.
La parola passa ora a Roma. Sarà la segreteria di Elly Schlein a decidere come organizzare la transizione, mentre sul piano giudiziario resta da chiarire l’esito del procedimento relativo al congresso contestato.

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