
La legge Madia non vieta i CDA, ma loro costituzione in alternativa all’amministratore unico richiede una deliberazione motivata dell’assemblea societaria, fondata su specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e attenta al contenimento dei costi. La deliberazione deve essere trasmessa alla competente sezione della Corte dei conti e alla struttura ministeriale prevista dalla normativa.
Respinta con 18 voti contrari la proposta del Pd per il ritorno agli amministratori unici. Secondo l’opposizione, il risparmio potrebbe superare i 400 mila euro l’anno. Le norme, i compensi e le domande alle quali l’amministrazione Basile dovrebbe rispondere.


MESSINA – Diciotto voti contrari, dodici favorevoli. Il Consiglio comunale ha respinto la proposta del Partito democratico di riportare la gestione delle partecipate al modello dell’amministratore unico. Una decisione che lascia aperta una questione economica precisa: quanto costa mantenere diciotto componenti nei consigli di amministrazione di sei aziende comunali quando, almeno per le società per azioni, la legge individua nell’amministratore unico la soluzione ordinaria?
La proposta dei consiglieri Alessandro Russo, Antonella Russo e Mariella Perrone puntava a una razionalizzazione degli organi amministrativi. La maggioranza che sostiene Federico Basile l’ha respinta. Secondo i rappresentanti del Pd, senza fornire una spiegazione durante il dibattito. Il confronto, tuttavia, riguarda anche il denaro. E le cifre emerse nelle ultime settimane rendono difficile considerare la questione una semplice disputa tra maggioranza e opposizione.
Il conto: da 288 mila a quasi 700 mila euro
A settembre il gruppo consiliare Scurria Sindaco, attraverso Marcello Scurria, Giuseppe Capurro e Simona Contestabile, aveva denunciato l’aumento dei costi derivante dal ritorno ai consigli di amministrazione. Secondo i loro calcoli, il costo complessivo degli organi amministrativi delle sei partecipate sarebbe passato da circa 288 mila euro, con gli amministratori unici, a quasi 700 mila euro annui con i CdA. La differenza è di circa 412 mila euro ogni anno. Su tre esercizi, ipotizzando compensi invariati, supererebbe 1,2 milioni di euro.
Nel 2024 erano stati pubblicati compensi annui lordi per i presidenti delle partecipate compresi, a seconda dell’ente, tra 36 e 48 mila euro, mentre per i componenti dei CdA si parlava di importi tra 28 e 34 mila euro. Una moltiplicazione delle cariche produce inevitabilmente un aumento della spesa, salvo una corrispondente riduzione dei compensi individuali. Occorre anche una precisazione contabile: queste somme gravano innanzitutto sui bilanci delle società e delle aziende speciali. Un loro eventuale risparmio non si traduce automaticamente, per intero, in una maggiore disponibilità nel bilancio del Comune. Può però ridurre i costi del sistema pubblico locale e, secondo i rapporti economici tra Comune e partecipate, incidere sui trasferimenti, sui contratti di servizio o sui risultati delle gestioni.
Che cosa prevede davvero la legge Madia
La questione normativa presenta contorni abbastanza chiari per le società a controllo pubblico. L’articolo 11, comma 2, del decreto legislativo 175 del 2016, il Testo unico sulle società a partecipazione pubblica, stabilisce che l’organo amministrativo è costituito, di norma, da un amministratore unico. Il comma successivo consente il consiglio di amministrazione, composto da tre o cinque membri, ma richiede una deliberazione motivata dell’assemblea societaria, fondata su specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e attenta al contenimento dei costi. La deliberazione deve essere trasmessa alla competente sezione della Corte dei conti e alla struttura ministeriale prevista dalla normativa. Dunque, la riforma Madia non vieta i CdA, ma nemmeno considera equivalenti, senza condizioni, le due forme di amministrazione.
Nel caso messinese il principio riguarda direttamente AMAM, ATM, Messinaservizi Bene Comune e Patrimonio Messina, tutte società per azioni. Per Messina Social City e Arismè, invece, la situazione è diversa. Si tratta di aziende speciali, disciplinate dall’articolo 114 del Testo unico degli enti locali, che contempla il consiglio di amministrazione tra i loro organi. Il passaggio a un diverso modello non deriva automaticamente dalla legge Madia e richiederebbe una specifica valutazione giuridica e statutaria. Questa distinzione è dirimente anche per stabilire quanto dei 412 mila euro ipotizzati sia concretamente risparmiabile. Per le quattro Spa, la domanda riguarda le ragioni che rendono necessario un organo collegiale. Per le due aziende speciali, investe anche la possibilità giuridica di modificare la governance. In entrambi i casi resta il principio fondamentale e non eludibile dell’economicità della gestione pubblica.
La scelta di Basile e le nomine del settembre 2026
L’8 settembre il sindaco Federico Basile ha annunciato la nuova composizione dei CdA delle sei partecipate, individuando complessivamente diciotto persone. Per le quattro società per azioni, il Comune ha presentato le nuove governance come uno strumento per rafforzare l’efficienza dei servizi. Ma un’affermazione generale sull’efficienza non equivale, da sola, a una motivazione specifica circa la necessità di tre amministratori invece di uno. Il Pd aveva già contestato il metodo delle designazioni. Secondo i consiglieri democratici, quindici dei diciotto prescelti figuravano tra i candidati delle liste che avevano sostenuto Basile alle amministrative del 2026, nonostante una procedura di raccolta delle candidature alla quale avrebbero partecipato oltre 550 aspiranti. Un dato che i democratici hanno posto al centro della critica politica, senza per questo dimostrare l’assenza dei requisiti professionali dei nominati. Rimane il problema della scelta del modello amministrativo. Perché moltiplicare gli incarichi? Quali funzioni aggiuntive, quali risultati misurabili e quali benefici economici giustificano la maggiore spesa?
Pergolizzi e il precedente del 2022
La questione non è nuova neppure per Nello Pergolizzi, oggi vicepresidente del Consiglio comunale e rappresentante della maggioranza. Il 5 marzo 2022 Pergolizzi intervenne pubblicamente contro le iniziative consiliari volte a modificare gli statuti di ATM e AMAM per favorire il ricorso all’amministratore unico. In quella occasione sostenne che gli statuti consentivano già entrambe le soluzioni, richiamando espressamente l’articolo 11 del Testo unico sulle partecipate. Contestò inoltre il possibile costo degli atti notarili e i rischi economici di un’eventuale revoca anticipata degli amministratori. Sono questioni che possono avere rilievo nella valutazione del momento e delle modalità di una sostituzione. Non cancellano, tuttavia, l’esigenza di confrontare il costo strutturale dei due modelli. La possibilità legale di nominare un CdA, infatti, non esaurisce la motivazione richiesta per preferirlo all’amministratore unico. Pergolizzi conosce quindi da anni il riferimento normativo.
Il nodo del riequilibrio finanziario
La vicenda assume particolare rilevanza alla luce del percorso di riequilibrio finanziario del Comune. L’amministrazione Basile ha più volte rivendicato i risultati ottenuti nel risanamento dei conti, mentre le opposizioni contestano la coerenza tra gli obiettivi di riduzione della spesa e il ritorno agli organi collegiali nelle partecipate. Il punto non è sostenere che il Comune si trovi oggi in dissesto, condizione che richiederebbe un accertamento ben diverso. È valutare l’opportunità di una maggiore spesa amministrativa in un ente che continua a misurarsi con gli obblighi di equilibrio finanziario e con il peso dei tributi locali. La giustificazione potrebbe risiedere nella complessità delle aziende, nella necessità di competenze differenziate o in vantaggi organizzativi che l’amministrazione ritiene superiori ai maggiori costi.
Il Pd sostiene che in alcune partecipate il numero dei componenti del consiglio di amministrazione superi persino quello dei dipendenti. E’ il caso della Patrimonio Spa e dell’Arismé. Il ritorno ai CdA mette a disposizione diciotto incarichi anziché sei, un dato che aumenta le possibilità di designazione fiduciaria. I consiglieri del Partito democratico hanno annunciato di valutare la trasmissione degli atti alla Corte dei conti.



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