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Partecipate, Messina sostituisce gli amministratori unici con i CdA. E i costi della politica schizzano da 288 mila a quasi 700 mila euro

- 09/09/2026

Mentre i cittadini pagano le aliquote massime delle tasse locali e una TARI sempre più pesante, il Comune aumenta il costo degli organi delle partecipate. Una scelta che appare in netta contraddizione con il piano di riequilibrio, che prevedeva una drastica riduzione dei costi della politica“. Lo dichiara in una nota stampa il Gruppo Consiliare “Scurria Sindaco” con Capurro, Contestabile e Scurria.

A Messina il risanamento dei conti sembra avere una direzione precisa quando riguarda i cittadini, ma un’altra quando riguarda la politica.

Mentre ai messinesi vengono richiesti sacrifici sempre maggiori, con le aliquote delle imposte locali ai livelli massimi e l’aumento della TARI, nelle società partecipate del Comune gli amministratori unici vengono sostituiti dai Consigli di amministrazione.

Una scelta che ha una conseguenza tutt’altro che marginale: i costi della politica passano da circa 288 mila a quasi 700 mila euro l’anno.

Oltre 400 mila euro in più ogni anno. Una spesa più che raddoppiata.

Un dato che appare difficilmente conciliabile con il piano di riequilibrio finanziario del Comune, nel quale, tra le misure finalizzate al risanamento dei conti, era prevista proprio una drastica riduzione dei costi della politica.

Eppure, come emerge dalle relazioni semestrali del Collegio dei revisori dei conti trasmesse alla Corte dei conti, l’obiettivo della riduzione dei costi non sarebbe stato raggiunto. Al contrario, la spesa avrebbe preso una direzione diametralmente opposta”.

La scelta del CdA e la questione della motivazione

C’è poi un ulteriore elemento che merita di essere chiarito. I provvedimenti di nomina, per quanto emerge dagli atti, non conterrebbero una specifica motivazione sulle ragioni della scelta del Consiglio di amministrazione. Un aspetto particolarmente significativo, considerato che la nuova governance comporta un consistente aumento della spesa pubblica. Se si decide di sostituire un amministratore unico con un organo collegiale, determinando un aumento così rilevante dei costi, è legittimo chiedersi quale concreta esigenza amministrativa, organizzativa o gestionale giustifichi tale scelta. Non basta nominare. Bisogna spiegare perché. I sacrifici ai cittadini, i costi per la politica.

Il contrasto con la situazione vissuta quotidianamente dai cittadini è evidente. Da una parte, famiglie e imprese sono chiamate a sostenere una pressione fiscale locale elevata, con aliquote ai massimi livelli e una TARI in aumento. Dall’altra, la spesa per gli organi delle partecipate aumenta in maniera considerevole e i nuovi CdA comportano ulteriori incarichi e compensi, fino ai massimali previsti dalla normativa. Non è in discussione il diritto di chi svolge un incarico pubblico a essere remunerato. È in discussione la coerenza politica e amministrativa di una scelta che determina un aumento di oltre 400 mila euro l’anno proprio mentre il Comune dovrebbe perseguire una riduzione dei costi della politica e mentre ai cittadini vengono chiesti ulteriori sacrifici“.

Il partito unico e la nuova casta

Ed è qui che la vicenda assume anche un evidente significato politico. Perché quando, al di là delle appartenenze e delle sigle, le decisioni sulle nomine sembrano mettere tutti d’accordo, mentre a pagare sono sempre i cittadini, il rischio è che la città percepisca l’esistenza di un vero e proprio partito unico delle nomine e del potere. Un sistema nel quale le differenze politiche sembrano dissolversi quando si tratta di distribuire incarichi e posizioni. E mentre fuori dai palazzi si chiedono sacrifici a famiglie e imprese, dentro i palazzi si moltiplicano gli organismi, gli incarichi e i relativi compensi.

È questa la nuova casta? Una politica che, invece di dare per prima l’esempio nel contenimento della spesa, sembra tutelare se stessa fino ai limiti massimi consentiti dalla legge?

La domanda è inevitabile, soprattutto in una città nella quale ai cittadini viene chiesto di pagare tasse elevate e di sostenere il peso di una TARI crescente in nome del risanamento dei conti. Le domande alle quali l’amministrazione deve rispondere Da 288 mila a quasi 700 mila euro non è una variazione marginale. È un aumento di oltre 400 mila euro all’anno. E allora le domande sono inevitabili: Perché sostituire gli amministratori unici con i CdA? Quale concreta esigenza giustifica questa scelta? Perché nei provvedimenti di nomina non sarebbe esplicitata la motivazione della scelta? Come si concilia questo aumento di spesa con il piano di riequilibrio che prevedeva la riduzione dei costi della politica?

E soprattutto: come si può chiedere ai cittadini di sopportare aliquote elevate e una TARI sempre più pesante mentre il costo della politica nelle partecipate più che raddoppia?

Alla fine resta una considerazione politica semplice. Se per i cittadini il risanamento significa più tasse e più sacrifici, mentre per la politica significa più incarichi e più spesa, allora il problema non è soltanto il bilancio del Comune. È il modello di amministrazione della cosa pubblica. E il rischio è che il “partito unico” delle nomine diventi agli occhi dei cittadini l’ennesima espressione di una casta che chiede rigore agli altri e non a sé stessa”.

Gruppo Consiliare ‘Scurria Sindaco’
Capurro
Contestabile
Scurria