
Roberta Macrì, Cavaliere al Merito della Repubblica, di Barcellona Pozzo di Gotto, in carrozzina e con un figlio di tre anni, aveva risparmiato per un anno per festeggiare il compleanno a Tenerife. A Malpensa easyJet non l’ha fatta salire sulla coincidenza: secondo la compagnia avrebbe dovuto presentarsi tre ore prima. Ma sul volo di ritorno, qualche ora dopo, è stata imbarcata a tre minuti dalla partenza prevista.



La storia accaduta e raccontata da Roberta Macrì ha dell’incredibile. Per riferirla serve un orologio. «Ciao, sono Roberta Macrì e sono quella a cui è stato impedito di prendere l’aereo a Milano Malpensa, nonostante la mia disabilità e il mio bambino piccolo.» Comincia così il video amaro che ha pubblicato sui social, registrato quando, dice, ha ritrovato «un po’ di lucidità in più». Ha deciso di scrivere tutto Roberta, Cavaliere della Repubblica insignita dal Presidente della Repubblica Mattarella ed atleta paralimpica, dice «per evitare di perdere ogni dettaglio». Anche perché quello che è accaduto al ritorno è stato «ancora più clamoroso del non farmi salire sulla coincidenza». I dettagli, allora, seguiamoli uno per uno. L’orologio serve perché sono tutti orari.
Giovedì 8 ottobre, alle 11.25, l’aereo da Catania atterra a Malpensa. A bordo c’è Roberta, paraplegica, e c’è suo figlio di tre anni. Li aspetta una coincidenza per Tenerife con la stessa compagnia, easyJet: decollo alle 13.10. L’assistenza, racconta lei, sale a prenderla sull’aereo alle 12, trentacinque minuti dopo l’atterraggio. Alle 12.05 è davanti al check-in. Mancano un’ora e cinque minuti alla partenza e trentacinque alla chiusura del gate, e l’assistenza ha già avvisato del suo arrivo. Il tempo, sulla carta, c’è.
Ma non basta perché il personale non la fa partire «pretendevano che mi presentassi lì tre ore prima». Tre ore prima delle 13.10 sono le 10.10: a quell’ora l’aereo di Roberta non era ancora atterrato, e lo avrebbe fatto solo alle 11.25. Eppure arrivava, ricorda, da un volo con la stessa compagnia. Il personale, riferisce, si giustifica così: «essendo una low cost non sono tenuti a garantire il collegamento dello scalo». Come se l’etichetta «low cost» sciogliesse da ogni obbligo di buon senso, prima ancora che di legge. All’imbarco, aggiunge, l’operatrice «era sola a gestire le diverse assistenze o eventuali emergenze e di altri passeggeri» e ha potuto riceverla solo dopo dieci minuti di attesa: dieci minuti sui trentacinque che restavano. La carenza di personale, anche quella, scaricata su chi è in carrozzina.
Il confronto Roberta lo mette in fila con lucidità. All’andata, a Catania, l’hanno accettata a quarantacinque minuti dalla partenza, «senza alcun problema»; e «tantissime altre persone con disabilità in passato hanno anche viaggiato con 45 minuti di scalo, senza problemi». Non capisce, dice, «il motivo della pretesa di queste tre ore». Sul sito, sostiene, non c’è traccia delle tre ore: si consiglia di arrivare due ore prima.
La pagina dedicata all’assistenza speciale di easyJet in effetti chiede di presentarsi «almeno 2 ore prima della partenza», «fino a 3 ore in alcuni aeroporti»: toccherà alla compagnia chiarire se Malpensa sia tra questi, e se la regola valga anche per chi scende da un suo aereo. Ma la stessa pagina promette che, se la richiesta di assistenza non è stata fatta in anticipo, easyJet e il fornitore del servizio «faranno tutto il possibile per permetterti di imbarcarti». Tutto il possibile: con l’assistenza già arrivata, un’ora e cinque minuti al decollo e un gate ancora aperto per altri trentacinque minuti, non è questo che Roberta racconta di aver trovato.
Poi c’è il ritorno. Costretta a rinunciare a Tenerife, Roberta riparte da Malpensa la sera stessa, dopo aver modificato il volo e pagato altri 204 euro. Il check-in l’aveva fatto tre ore prima, «dato che eravamo già là»; l’imbarco, dice, è stato questione di cinque minuti. Alle 18.17, come mostra la foto scattata sull’ambulift davanti all’aereo, era lì. Il decollo, come mostra la foto del biglietto, era previsto per le 18.20. Tre minuti. E in contemporanea con gli altri passeggeri, nonostante la legge preveda che le persone con disabilità salgano prima. All’andata un’ora e cinque minuti non bastavano; al ritorno, tre sono bastati. Che cosa cambiava? Se lo chiede lei. Ce lo chiediamo anche noi.
A chi era al banco, a giudicare dal racconto, non si può rimproverare l’indifferenza. Roberta parla di un’operatrice che ha telefonato ai superiori, ripetutamente, senza ottenere nulla, e che nel mezzo di quelle telefonate ha detto una frase che riassume tutto: «Abbiamo fatto salire cani e porci, perché lei no?». La ringrazia per averla aiutata a gestire il bambino che «scappava e piangeva». A decidere, a quanto pare, è stato qualcun altro.
Hanno provato «in tutti i modi», racconta, a far capire che «lasciare a terra una persona con disabilità al 100% con una paraplegia e un bambino piccolo di 3 anni era una cosa disumana». Disumana. E il corpo di Roberta, in quel momento, ha ceduto: «Ho iniziato ad avere un attacco di panico, a piangere, a tremare e vedevo tutto offuscato e non riuscivo assolutamente a ragionare».
Il resto è un conto che si può fare con la calcolatrice, e uno che non si può fare. Quello che si può: la vacanza «per cui risparmiavo da un anno per festeggiare il mio compleanno» è saltata, con hotel, transfer e «tutto il pacchetto» già pagati e persi, più 204 euro per cambiare il volo e tornare a casa in giornata. Il volo successivo per Tenerife era il giorno dopo, nel pomeriggio: gestire la sua situazione e quella del figlio «in quelle 26 ore sarebbe stato impossibile», e comunque sul ritorno c’era un’ora sola di scalo tra un volo e l’altro, «quindi avrei avuto lo stesso problema». Quello che non si può: Roberta è partita da casa alle 5 dell’8 ottobre ed è rientrata alle 00.30 del 9, «rimanendo seduta più di 19 ore senza potermi sdraiare». Atterrata a Catania alle 20.30, ha dovuto guidare per altre due ore, diventate tre perché la stanchezza le toglieva lucidità e ha dovuto fermarsi più volte, «sia per l’incolumità della mia famiglia che per le altre persone che c’erano in autostrada». E aggiunge: «Vi lascio immaginare le conseguenze dei piedi gonfi e dei dolori alla schiena che ancora oggi sento».
Poi c’è la questione dello scalo, che riguarda tutti. «Non si può pretendere», è il senso del suo ragionamento, che una persona con disabilità che deve prendere due voli nello stesso giorno si presenti tre ore prima in aeroporto, voli, atterri, aspetti altre quattro o cinque ore perché una coincidenza con almeno tre ore di margine è difficile da trovare, e poi voli ancora: dodici ore di viaggio. Aggiungete le due ore per raggiungere l’aeroporto: quattordici ore per un viaggio. «Così volete farci rinunciare a viaggiare? E per chi deve affrontare questo viaggio per lavoro o addirittura per curarsi? Come fa?»
Roberta parla di persone con disabilità trattate «in maniera diversa rispetto a tutti gli altri» e di una legge disattesa, «in barba alla legge 67 del 2006», quella sulla tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni. C’è poi il regolamento europeo n. 1107/2006, che mira a garantire a chi ha una disabilità o una mobilità ridotta opportunità di viaggio aereo paragonabili a quelle degli altri cittadini, e che in Italia l‘ENAC è chiamata a far rispettare. Stabilire se qui qualcosa sia stato violato spetta a chi di dovere. Sul piano umano, il giudizio è già netto.
Nel 2023 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha insignito Roberta Macrì, allora trentaquattrenne, di Barcellona Pozzo di Gotto, dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. La motivazione parla di «impegno nell’affrontare la sua disabilità attraverso lo sport» e di «incontri per trovare soluzioni per abbattere le barriere architettoniche nei territori comunali». È l’ironia più amara di questa storia: una donna che lo Stato ha ringraziato per aver lavorato ad abbattere le barriere è stata fermata da una che nessun architetto ha disegnato e nessun consiglio comunale può demolire. Un orologio. E la pretesa che a regolarlo sia sempre chi ha più fatica. Non serve una medaglia per meritare rispetto, ma una medaglia rende ancora più intollerabile che quel rispetto, a quanto racconta, a Malpensa sia mancato.
A easyJet spetta il diritto di replica, e lo attendiamo. Ma chiediamo una risposta pubblica, non un comunicato di circostanza: perché a un’ora e cinque minuti dal decollo una passeggera con disabilità, già assistita, non sia stata imbarcata; perché al ritorno tre minuti siano bastati; come intenda risarcire ciò che ha fatto perdere, dal pacchetto pagato ai 204 euro, fino a un compleanno. All’ENAC chiediamo di non voltarsi dall’altra parte. E a chi scrive i regolamenti interni delle compagnie aeree, tutte, chiediamo di provare una volta, una sola, a fare quel viaggio con lo scalo al posto di Roberta.
Lei ha chiuso il suo video così: «Volevo ringraziare easyJet per avermi rovinato la vacanza, il giorno del mio compleanno, che appunto è oggi, e non ho assolutamente voglia di festeggiare e di fare nulla, e per avermi fatto sentire ulteriormente umiliata ed emarginata per l’ennesima volta. Grazie.»
Non esiste un ringraziamento più amaro. Né un atto d’accusa più chiaro.










