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L’Auto-J’accuse all’amatriciana del patriota Galvagno e la banda del buco del centrodestra siciliano

- 13/06/2026
Galvagno-Schifani

Dal j’accuse sui franchi tiratori al nodo della ricandidatura di Schifani, fino al possibile asse con Cateno De Luca: la spietata radiografia del presidente dell’Assemblea Regionale scuote un centrodestra logorato, chiamato ora a sopravvivere al test decisivo di luglio per scongiurare la crisi di governo.

Per Gaetano Galvagno è arrivato il momento in cui per uno strano allineamento astrale o per semplice disperazione gli è scappata la verità. Per il virgulto meloniano e presidente dell’Ars, l’occasione è l’intervista a La Sicilia rilasciata al collega Mario Barresi con la quale sembra aver deciso di fare la radiografia alla sua stessa maggioranza. E il referto, per usare un eufemismo, è da codice rosso: fratture multiple, odio rancoroso e un encefalogramma politico clamorosamente piatto.

Il quadro clinico tracciato dal patriota Galvagno è a dir poco esilarante. Dopo la sonora “tumpulata” presa alle amministrative, il nostro scopre l’acqua calda: il centrodestra siciliano, quando non è tenuto insieme dal mastice del potere, si scanna allegramente. Franchi tiratori ad Agrigento e Bronte, piccoli egoismi di parrocchia e un “odio” – testuale – che serpeggia tra i banchi della maggioranza. Il tutto condito dal nulla cosmico sul fronte legislativo: zero riforme su Province e consorzi di bonifica, bloccate non dall’opposizione (che in Sicilia è più che altro un’ipotesi), ma dal fuoco amico. E il bello è che governano loro.

Financo sulla ricandidatura dell’eterno Renato Schifani, Galvagno si produce in un capolavoro di democristianeria 2.0. Appoggia il “bis”? Nì. Sottolinea, con la perfidia tipica dei palazzi siciliani, che l’unico partito a non aver ancora blindato l’inquilino di Palazzo d’Orléans è proprio il suo (quello del presidente), Forza Italia. Tra una citazione sui complotti di palazzo che fecero le scarpe a Musumeci e un “no comment” tattico sull’alternativa Giorgio Mulè, il messaggio recapitato ai forzisti è cristallino: mettetevi d’accordo tra voi, prima che ci pensino i franchi tiratori a staccare definitivamente la spina.

E sulla questione presidenza ne approfitta per prendere le distanze ed anche fare chiarezza, preventiva. Galvagno, indagato per peculato, si autodepenna dalla corsa alla presidenza della Regione. E perché? Per un presunto danno erariale da 214 euro, quantificato dall’Avvocatura dello Stato. In una terra dove la politica colleziona avvisi di garanzia per reati ben più creativi e pesanti, il presidente dell’Ars si cala nei panni della “moglie di Cesare” che deve apparire irreprensibile, immolandosi sull’altare dei duecento spiccioli. Una mossa geniale per impartire lezioni di etica a mezza giunta regionale, lasciando “giudicare agli elettori” i veri disastri morali dei suoi compagni di coalizione.

L’ammucchiata con “Scateno” e il terrore del voto

E siccome la paura fa novanta, ecco la ricetta per salvare la poltrona: imbarcare Cateno De Luca. “Scateno”, fino a ieri considerato l’anarchico inaffidabile e sbraitante, viene improvvisamente promosso a “statista e uomo di parola”. Matematica alla mano, Galvagno ammette che senza i voti di Sud chiama Nord il centrodestra rischia di farsi sfrattare. Nel frattempo, si prende la briga di lanciare la gufata a Ismaele La Vardera, profetizzando per lui un mesto rientro nei ranghi sotto le ali di un candidato di bandiera del “campo largo”, prospettiva che potrebbe fargli passare la voglia di fare l’outsider antimafia.

Lo scenario, anzi gli scenari che emergono dall’analisi fuori dai denti del Presidente Galvagno lasciano intendere dall’ipotesi del conclave con tanto di ipotesi di isolamento in un convento: disconnessi dal mondo esterno, assume i contorni di un vero e proprio ritiro. Una mossa che oscilla tra l’estremo tentativo di terapia di coppia per salvare l’alleanza e un ultimo tavolo negoziale per chiudere i conti prima del definitivo strappo. Fino ad un vero imminente spartiacque temporale che coinciderebbe con l’imminente approdo in Aula delle variazioni di bilancio. Qualora i franchi tiratori tornassero a colpire, la crisi di governo si trasformerebbe in una realtà certificata. In uno scenario simile, Fratelli d’Italia potrebbe scegliere di staccare la spina, rifiutando di farsi logorare dai veti incrociati fino al termine naturale della legislatura. Ma quel che davvero sottolinea lo stato della crisi sta tutto nell’inerzia di Forza Italia sul destino politico di Renato Schifani che rischia di stravolgere gli equilibri interni. Se gli azzurri non indicheranno una rotta chiara in tempi brevi, a dettare l’agenda del prossimo ciclo elettorale il futuro politico, secondo Galvagno, sarebbe un inedito asse tattico: quello tra i meloniani di Galvagno e il movimento di Cateno De Luca.

Una tattica di posizionamento che, al momento, sembra oscurare qualsiasi respiro programmatico.

Per quanto riguarda le riforme strutturali e le risposte concrete ai bisogni della Sicilia, l’orologio istituzionale pare essersi fermato, rimandando ogni ambizione alla prossima legislatura. O forse oltre.