
Messina – Colpo durissimo ai vertici del clan Cintorino. Ieri, 15 maggio 2026, la giudice per le udienze preliminari Tiziana Leanza ha letto la sentenza per 37 dei 65 indagati coinvolti nella maxi operazione antimafia condotta lo scorso anno dalle Dda di Catania e Messina. Il verdetto conferma in pieno l’impianto accusatorio della Procura guidata da Antonio D’Amato, certificando il controllo mafioso che la cosca esercitava sul territorio tra Taormina e Giardini Naxos.
Le condanne principali
Il rito abbreviato non ha evitato il massimo della pena per le figure centrali dell’organizzazione. La giustizia si è abbattuta con condanne a vent’anni di reclusione per:
- Letterio Ciprone
- Riccardo Pedicone
- Nicola Russo (per il quale la giudice ha pronunciato anche un’assoluzione limitata ad alcuni specifici capi d’accusa)
- Carmelo Le Mura
Pene severe sono state inflitte anche al resto degli affiliati e dei referenti operativi:
- Renato Alfonso: sedici anni e otto mesi di reclusione.
- Salvatore Cantarella: otto anni e quattro mesi (con l’applicazione della recidiva).
- Giuseppe Ariosto: sette anni e sei mesi (con l’applicazione della recidiva).
Oltre al carcere, la sentenza impone per la quasi totalità dei coinvolti il pagamento delle spese processuali e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Gup ha inoltre applicato la misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni a Carmelino Antonino D’Amore e Vincenzo Ronsisvalle, mentre si registra l’assoluzione per specifici capi d’imputazione a carico di Fabio Balzano.
L’ombra dei Cappello sulla Perla dello Jonio
La sentenza di ieri chiude un fondamentale capitolo giudiziario del blitz che nel 2025, con 39 arresti, aveva smantellato le nuove leve della criminalità organizzata locale. L’inchiesta aveva fatto luce sulla pervasiva operatività del clan Cintorino, storica costola messinese della potente famiglia mafiosa catanese dei Cappello.
Gli affari della cosca non si limitavano al business dello spaccio di droga. Il clan aveva imposto una morsa asfissiante sul tessuto economico della fascia ionica, sottoponendo al pizzo numerose attività turistiche e commerciali. Tra gli elementi più allarmanti emersi dalle indagini figura la capacità di infiltrazione dell’organizzazione criminale, che era riuscita a mettere le mani anche sulla gestione dei redditizi servizi nautici legati alla rinomata Isola Bella.




