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Saponara, 30enne suicida nella comunità terapeutica: indagini per omicidio colposo

- 13/05/2026
tribunale (4)

Il giovane, a processo per atti persecutori, era stato trasferito nella struttura su disposizione del gip appena due giorni prima del tragico gesto. Sotto la lente della Procura le presunte omissioni nella sorveglianza.

Un tragico epilogo che solleva pesanti interrogativi sul sistema di tutela e vigilanza all’interno delle strutture sanitarie preposte all’accoglienza di soggetti sottoposti a misure di sicurezza. È una vicenda dai contorni ancora da chiarire quella di M.H. (L’identità completa dell’uomo non viene divulgata a tutela della persona offesa nel procedimento), il trentenne che il 9 maggio scorso si è tolto la vita impiccandosi all’interno della Cta “Kennedy”, Comunità terapeutica assistita di Saponara, nel centro tirrenico.

Sulla sua morte la Procura ha deciso di accendere un faro. La pubblico ministero Alice Parialò ha aperto un fascicolo d’indagine con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Il fulcro dell’inchiesta ruota attorno al profilo omissivo: si indaga per capire se vi sia stata una colpevole mancanza di sorveglianza da parte del personale della struttura, che avrebbe dovuto garantire l’incolumità del paziente.

La cronologia dei fatti: dalle aule di tribunale alla tragedia

La discesa verso il dramma si è consumata nel giro di pochissimi giorni, in un intreccio serrato tra vicende giudiziarie e sofferenza psichiatrica.

  • 6 maggio: A conclusione dell’udienza preliminare, il gip dispone il rinvio a giudizio per il trentenne. L’accusa è di atti persecutori (stalking), un addebito che il giovane e i suoi legali hanno sempre fermamente respinto.
  • 7 maggio: Il giudice per le indagini preliminari, valutando il quadro clinico dell’imputato, dispone l’applicazione di una misura di sicurezza. L’ordinanza prevede espressamente il ricovero presso una comunità terapeutica assistita specializzata. L’obiettivo indicato dal giudice è chiaro: sottoporre il trentenne a un “idoneo programma terapeutico elaborato dal personale medico della struttura all’esito dei propedeutici trattamenti”.
  • 9 maggio: A sole 48 ore dall’ingresso nella Cta “Kennedy” di Saponara, il trentenne compie il gesto estremo, impiccandosi all’interno della struttura.

L’inchiesta: dai rilievi all’iscrizione nel registro degli indagati

Immediatamente dopo la scoperta del corpo, la macchina investigativa si è messa in moto. I carabinieri della stazione di Villafranca Tirrena hanno effettuato un accurato sopralluogo all’interno della clinica, eseguendo perquisizioni e sequestrando documentazione e materiale ritenuto cruciale per ricostruire le ultime ore di vita del giovane e, soprattutto, i protocolli di controllo adottati.

Inizialmente aperto contro ignoti, il fascicolo d’indagine ha recentemente subìto una svolta. Accogliendo l’istanza presentata dall’avvocato Bonni Candido, legale che assiste i familiari della vittima, la Procura ha proceduto all’iscrizione nel registro degli indagati, trasformando il procedimento da “ignoti” a “noti”. Un passaggio tecnico fondamentale che consentirà lo svolgimento di accertamenti irripetibili con le necessarie garanzie difensive per le parti coinvolte.

Quando l’autorità giudiziaria affida un soggetto con fragilità psichiatriche a una struttura sanitaria (sia essa una Rems o una Cta), in capo al direttore sanitario e al personale medico e paramedico si instaura quella che in giurisprudenza viene definita “posizione di garanzia”. Questo significa che la struttura ha l’obbligo giuridico di impedire eventi lesivi che il paziente potrebbe infliggere agli altri o a sé stesso. L’indagine della pm Parialò mira a stabilire se questo obbligo sia stato disatteso. Le indagini dovranno chiarire:

  • Quali erano i protocolli di sorveglianza previsti per M.H., considerando la sua recente storia giudiziaria e il potenziale stress derivante dal rinvio a giudizio di tre giorni prima.
  • Se vi siano stati ritardi o negligenze nei giri di controllo del personale di turno.
  • Se la struttura fosse adeguatamente attrezzata (anche a livello di conformazione delle stanze) per prevenire gesti anticonservativi da parte di pazienti a rischio.

Le Cta, per loro vocazione, non sono istituti penitenziari. Il loro scopo primario è riabilitativo e terapeutico, non puramente contenitivo. Tuttavia, quando operano come braccio esecutivo di una misura di sicurezza disposta da un giudice, sono chiamate a un compito estremamente complesso: coniugare l’apertura e la flessibilità necessarie per la terapia psichiatrica con la rigidità richiesta per la prevenzione di atti violenti o autolesionistici. Un equilibrio precario che, quando si spezza, sfocia in tragedie su cui la giustizia è ora chiamata a fare piena luce.