Matteo Renzi ha parlato di approvazione “in contumacia” della presidente del Consiglio e del ministro Piantedosi

Il decreto Sicurezza incassa il primo via libera a Palazzo Madama, ma porta con sé una dote pesante di polemiche politiche e, soprattutto, un monito severo da parte della magistratura. Con 96 voti favorevoli e 46 contrari, il Senato ha approvato il provvedimento firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, avviando una corsa contro il tempo in vista dell’approdo alla Camera, previsto già per martedì, per centrare la conversione in legge entro la scadenza del 25 aprile. A oscurare il passaggio parlamentare è però il parere preoccupato del Consiglio Superiore della Magistratura, che punta il dito contro la misura più controversa del testo.
L’allarme del Csm: poteri troppo ampi e “pericolosità astratta”
Il cuore delle perplessità dell’organo di autogoverno dei magistrati risiede nel nuovo istituto del fermo preventivo. La norma concede alle forze dell’ordine la facoltà di trattenere nei propri uffici, per un massimo di 12 ore, individui sospettati di poter mettere in pericolo il pacifico svolgimento di una manifestazione, ancor prima che abbiano commesso alcun reato.
Per il Csm, che ha approvato il documento dopo un lungo dibattito (15 favorevoli, 6 contrari e 7 astenuti), si tratta di uno strumento che lascia margini “eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia“. Il rischio concreto, si legge nel parere, è quello di scivolare verso “un modello di prevenzione fondato su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto”. Una dinamica che espone l’Italia al pericolo di frizioni con “gli obblighi internazionali di rispetto dei diritti umani”.
Il nodo costituzionale: libertà limitate e dignità mortificata
L’analisi dei magistrati entra nel vivo delle garanzie costituzionali. Precludere a un cittadino la partecipazione a una piazza attraverso un trattenimento preventivo incide direttamente sulle libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Non solo: citando la giurisprudenza della Consulta, il Csm evidenzia come l’assoggettamento fisico all’altrui potere integri una “mortificazione della dignità dell’uomo” e una vera e propria restrizione della libertà personale tutelata dall’articolo 13 della Costituzione.
L’assenza di confini precisi aggrava il quadro. Il decreto parla di un fermo per il tempo necessario a non meglio specificati “accertamenti di polizia”, un’omissione che per il Csm dilata irragionevolmente la discrezionalità degli agenti. Da qui l’appello al Parlamento per introdurre in sede di conversione obblighi stringenti di motivazione e verbalizzazione, unici strumenti in grado di consentire al pubblico ministero un effettivo controllo di legalità su una materia “costituzionalmente molto sensibile“.
Opposizioni all’attacco: “Governo assente, sicurezza fallita”

Se i rilievi giuridici pesano sul testo, in Aula la tensione è esplosa sul piano politico. Il centrosinistra ha accolto il voto sollevando cartelli con lo slogan “Governo Meloni: meno sicurezza, meno diritti“, ma a catalizzare le critiche è stata l’assenza dei vertici dell’esecutivo.
Matteo Renzi ha parlato di approvazione “in contumacia” della presidente del Consiglio e del ministro Piantedosi, accusando quest’ultimo di essersi tolto l’abito istituzionale alla recente festa della Polizia “forse per mascherare altri problemi soggettivi“. Per il leader di Italia Viva, “l’incantesimo di Giorgia Meloni è svanito, e la sicurezza è il simbolo di questo incantesimo“.
Dello stesso tenore l’affondo del Movimento 5 Stelle. Il capogruppo Luca Pirondini ha inquadrato la “poltrona vuota” del titolare del Viminale come l’emblema di un provvedimento “già vecchio e inefficace“, ricordando come l’esecutivo sia già al suo quarto o quinto intervento d’urgenza sul tema: “Quando devi riscrivere le regole sulla sicurezza ogni mese, il messaggio è semplice: le precedenti non hanno funzionato”.




