I giganti dell’intermodalità bloccano i porti isolani contro l’imposta europea sui trasporti inquinanti per chiedere il rilancio degli incentivi strada-mare. Nessun disagio sulle autostrade e spaccatura con le piccole imprese, ma la grande distribuzione teme per le scorte dei prodotti non deperibili.

Un blocco senza le scene eclatanti a cui l’isola è stata abituata in passato. Niente presidi allo Stretto di Messina, nessun tir di traverso sulle autostrade, nessun falò agli incroci. È scattato questa mattina un fermo dei trasportatori siciliani che durerà per quattro giorni, fino al 18 aprile, con un obiettivo dichiarato che suona come un avvertimento: lasciare i supermercati senza rifornimenti.
Eppure, la Sicilia non è paralizzata. La mobilitazione, infatti, vive e si consuma quasi esclusivamente all’interno dei porti di Palermo, Catania e Messina. Non coinvolge i 14mila autotrasportatori ufficialmente registrati sull’isola, ma una fetta ben precisa del settore: quella dell’intermodalità.
Chi si ferma e chi no
A incrociare le braccia sono le aziende incaricate di scaricare le merci approdate via nave per poi consegnarle alla grande distribuzione. Un segmento dominato dai big del settore logistico: realtà come Cozza, Nicolosi, Dn Logistica della famiglia Nicosia e Di Martino. Oggi l’adesione, secondo il Comitato organizzatore, ha toccato il 90% in questo specifico comparto. I risultati si vedono: i semirimorchi sbarcati nella notte e in mattinata sono rimasti immobili sulle banchine.
Il rovescio della medaglia è che le piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del trasporto su gomma puro, non hanno aderito allo sciopero. Continuano a viaggiare regolarmente. Questo dettaglio traccia una linea netta sulle conseguenze per i consumatori: a rischiare di scarseggiare nei prossimi giorni è la merce non deperibile — dai prodotti per la casa alle scatolette, fino all’acqua minerale in bottiglia — mentre il fresco alimentare non dovrebbe subire particolari contraccolpi.
Le richieste: la battaglia sul Green Deal
A tirare le fila della protesta è il “Comitato trasportatori siciliani”, una sigla relativamente giovane nel panorama sindacale. A guidarla ci sono Salvatore Bella, portavoce regionale Aitras e titolare di un’azienda legata al colosso del sale Italkali, e il referente catanese Luigi Cozza, figlio del patron di un’importante azienda regionale, alle spalle qualche trascorso giudiziario con una condanna per bancarotta fraudolenta.
Cosa chiedono i giganti dell’intermodalità? Al centro del mirino non c’è il tradizionale caro-gasolio, bensì la tassa Ets, l’imposta varata dall’Unione Europea nell’ambito del Green Deal per scoraggiare i trasporti inquinanti. La proposta del Comitato al governo è chiara: reinvestire gli introiti di questa tassa, prelevati dalle imprese di trasporto siciliane e sarde, per rimpinguare il Sea Modal Shift (l’ex mare-bonus), ovvero l’incentivo per gli armatori che scelgono di sviluppare l’asse combinato strada-mare.
Le spaccature interne e l’orizzonte politico
Non tutti, però, condividono metodo e merito della serrata. La Cna Fita Sicilia ha preso le distanze, preferendo attendere l’esito del tavolo nazionale con il Ministero delle Infrastrutture già convocato per il 17 aprile, per poi valutare iniziative unitarie.
Ancora più netto Giuseppe Richichi, storico volto dell’Aias e in prima fila nei blocchi dei Forconi del 2012: «Non partecipo perché questa non è una battaglia per tutti gli autotrasportatori. È una forma di protesta mirata per chi ha interessi nei porti, le medie e piccole imprese non ci guadagnano niente. Se invece si parla di gasolio e di contratti nazionali, allora sarò il primo a scendere in strada».
La chiave di volta per disinnescare la protesta potrebbe trovarsi presto a Roma. I buoni contatti degli organizzatori con la politica — in particolare con ambienti di Fratelli d’Italia — lasciano presagire che lo stallo possa sbloccarsi a breve. È probabile che già nei prossimi giorni il Comitato venga convocato al Ministero dei Trasporti per cercare una sintesi delle richieste. Nel frattempo, i porti restano in attesa, e la grande distribuzione inizia a fare i conti con le scorte.




