
Il richiamo di Gela riguarda colli da sei chili e mezzo. Ma i divieti nelle mense e i silenzi sulla filiera fanno tremare Vittoria, dove il pomodorino è lavoro, economia, identità. Distinguere serve. E tocca alle istituzioni farlo.


Il 23 settembre il Ministero della Salute dispone un richiamo. Un avviso scarno: pomodorini ciliegino a marchio G&V Ortaggi, prodotti a Gela, lotto 210, colli da circa sei chili e mezzo. Motivo: presenza di Salmonella spp. Nessuna immagine. Nessuna indicazione su dove sia finito il prodotto, se sugli scaffali di un negozio o nella cucina di una mensa. Un numero di lotto. Soltanto quello.
Dieci giorni dopo, quel numero è diventato un’intera isola. Le mense pugliesi tolgono i pomodori crudi. Poi tocca all’Emilia-Romagna, con un’ordinanza. E a Vittoria, dove il pomodorino è una delle produzioni simbolo dell’economia locale, qualcuno comincia a fare i conti. Il timore è semplice: che un caso circoscritto si porti dietro l’intera produzione siciliana, comprese le aziende che con quel lotto non hanno nulla a che fare.
I fatti, prima che si cominci a gridare
Il 30 settembre si riunisce la task force nazionale sui focolai di salmonellosi registrati in Puglia, Lombardia, Lazio e Friuli-Venezia Giulia. Le indagini epidemiologiche li associano al consumo di pomodori freschi, in particolare ciliegino crudo. Il 3 ottobre la Regione Puglia, con una nota d’urgenza del Dipartimento Salute, chiede ai Comuni di togliere i pomodori crudi dalle mense di nidi, scuole, ospedali e case di cura: al loro posto, verdure cotte. Tra i ceppi individuati c’è la Salmonella Strathcona ST2559. Le analisi, riferisce la direttiva, l’hanno trovata in un lotto di pomodori della provincia di Caltanissetta. C’è poi Brescia. A metà settembre un focolaio colpisce nidi, scuole dell’infanzia e primarie di Gardone Val Trompia, Concesio e Marcheno: 117 casi secondo l’Ats, fino a quattordici bambini ricoverati, pasti del 10 e 11 settembre usciti dal centro cottura di Inzino. Tra gli elementi al vaglio degli inquirenti c’è una fornitura di pomodorini collegata a un lotto di un’azienda gelese, ritirato dal mercato il 23 settembre. Senza anticipare sentenze: un elemento al vaglio non è un nesso accertato.
E Gela? A Gela si sono seduti allo stesso tavolo l’Asp di Caltanissetta, il Comune, i produttori e i commercianti. Il protocollo allo studio prevede campionamenti dell’acqua di irrigazione, analisi dei pomodorini in laboratori certificati, segnalazione immediata di ogni positività. Nel solo territorio gelese lavorano circa 3.500 produttori. Gli agricoltori parlano di «pubblicità negativa».
Nel lotto 210 Vittoria non c’è. Eppure trema
Il lotto richiamato è di Gela. Non di Vittoria. Nessun elemento lega le aziende vittoriesi a quel lotto. Eppure l’onda è arrivata fin qui. Il 29 ottobre Alessandro Speranza, consigliere comunale di Vittoria e delegato alle Politiche agricole, ha dato voce al timore. Le misure precauzionali adottate da alcune Regioni su ciliegino e datterino crudi, dice, rischiano di coinvolgere in blocco le province di Ragusa e Caltanissetta, che indica come le più grandi per produzione di pomodorini. Definisce inaccettabile l’allarmismo. Ricorda che, secondo quanto riferito, il caso è stato attribuito a un’azienda del Nisseno e che la tracciabilità ha permesso di intercettare il prodotto e metterlo in sicurezza. Ricorda che il mercato ortofrutticolo di Vittoria, in provincia di Ragusa, accoglie oltre venticinquemila aziende, da Marsala a Pachino: cifra sua, da verificare. E poi pone la domanda di ogni territorio che si sente solo: «Abbiamo un Governo regionale che ci sappia difendere?»
Un’economia a rischio concreto: un calo degli acquisti, pressioni sui prezzi, un danno d’immagine che ricade su chi non c’entra, in un settore che arriva a questa storia già alle prese con costi elevati e difficoltà commerciali. Quando la fiducia del consumatore si incrina, non guarda il numero del lotto. Guarda la provenienza. Guarda «Sicilia». E la salute pubblica resta la priorità. Su questo non c’è discussione.
Dove sono finiti quei pomodori?
Chi chiede di distinguere ha ragione. Ma per distinguere servono informazioni, e le informazioni, finora, scarseggiano. L’avviso di richiamo non dice se il lotto 210 fosse destinato alla vendita al dettaglio o alla ristorazione. Non è chiaro, nota Il Fatto Alimentare, se sia lo stesso lotto citato dalla direttiva pugliese. La stessa testata si chiede perché le conclusioni della task force non siano state rese pubbliche. E il rapporto europeo sul ceppo Strathcona, precisava un anno fa la redazione rispondendo ai lettori, non indicava né la zona della Sicilia, né le aziende, né i marchi: i report di Ecdc ed Efsa non fanno mai nomi, e spetterebbe alle autorità italiane farli, per esempio con i richiami. Chi non nomina nessuno, sospetta di tutti. Non è una regola della microbiologia. È una regola della cronaca.
Poi ci sono le misure. Per come sono state riportate, colpiscono un prodotto e una modalità di consumo: i pomodori crudi (in Emilia-Romagna ciliegino e datterino) nelle mense scolastiche, ospedaliere e socio-assistenziali, nelle case di cura. Non un’azienda. Non un lotto. In Emilia-Romagna l’ordinanza firmata dal presidente Michele de Pascale non ha una data di scadenza e prevede, per chi la viola, l’articolo 650 del codice penale: l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Non vale per i pomodorini cotti. E va detto con onestà: sono misure di prudenza. Per bambini piccoli, anziani, persone fragili, la prudenza non è un’offesa. La Puglia ha chiesto verdura cotta, non il rogo dei pomodorini; e per i consumatori, ricorda ancora Il Fatto Alimentare, il rischio nei negozi resta basso. Ma una prudenza senza nomi e senza scadenza ha un difetto: diventa stigma. E lo stigma, si sa, non fa distinzioni.
Ma il comparto non può chiamarsi fuori
Dicevamo: distinguere serve. Vale per tutti. Anche per chi, in questi giorni, difende il comparto. Lo Strathcona ST2559 non è un ospite nuovo. Il primo focolaio europeo risale al 2011, in Danimarca, e già allora i pomodorini siciliani finirono nel mirino. Il rapporto di Ecdc ed Efsa dell’ottobre 2025 contava 437 casi confermati in 17 Paesi tra il gennaio 2023 e il settembre 2025: 123 in Italia, 113 in Germania, 76 in Austria. E nel gennaio 2025 un campionamento ufficiale presso un produttore siciliano aveva trovato il ceppo non nel pomodoro, ma nell’acqua di irrigazione di un pozzo. L’Ecdc chiedeva controlli già prima della raccolta, a cominciare proprio dall’acqua. Nell’ottobre 2025 l’assessore regionale all’Agricoltura, Luca Sammartino, rispose al rapporto con un «Ma quale Salmonella». I produttori sostenevano che nei pomodori campionati non fosse mai stata trovata contaminazione. Avevano ragione, a metà. Nei pomodori campionati, a quanto risulta, no. Nel pozzo sì. Un anno dopo, a Gela, un lotto di pomodorini è risultato positivo alla Salmonella spp. Nemmeno un buon lavaggio chiude la partita. Lo spiega Antonello Paparella, ordinario di Microbiologia degli alimenti all’Università di Teramo: la contaminazione degli ortofrutticoli freschi «non si limita sempre e solo alla superficie esterna». L’origine più frequente è ambientale, l’acqua con cui si irriga, il suolo, i concimi organici, la fauna selvatica, e di norma il batterio resta fuori dal frutto; in rari casi, attraverso microlesioni, riesce a entrare. E, per essere onesti fino in fondo, il rischio può nascere anche dopo la consegna: nelle mani, nelle cucine, sui piani di lavoro. La filiera è lunga. Le responsabilità, ormai, vanno cercate tratto per tratto. Ma non vuole essere un processo ai produttori. Semmai un’assicurazione sul loro futuro: chi lavora bene ha interesse, prima di chiunque altro, a pretendere controlli seri sull’acqua e sulla filiera. Altrimenti il prossimo lotto non lo pagherà soltanto chi lo ha prodotto.
Distinguere serve
Allora la richiesta, a ben guardare, è semplice. Tre cose.
- Nomi e lotti, non province. Un richiamo che dica dove è finito il prodotto. Una comunicazione che separi il lotto 210 dal resto della produzione siciliana.
- Controlli sull’acqua di irrigazione. È ciò che l’Ecdc chiedeva già un anno fa, e la domanda di Il Fatto Alimentare resta sacrosanta: perché non sono obbligatori nelle aziende coinvolte?
- Tempi e criteri per le misure di prudenza: quando scattano, quando finiscono, a quali condizioni si revocano.
Non abbiamo bisogno di difendere il pomodorino a prescindere. Abbiamo bisogno di sapere, lotto per lotto e azienda per azienda, dove il problema c’è e dove non c’è. È una questione di salute. Ed è una questione di dignità di chi lavora. Il lotto 210 è un numero su un avviso del Ministero. La Sicilia è un’altra cosa. Lo sa Gela, coi suoi 3.500 produttori. Lo sa Vittoria, col suo mercato. Noi siciliani conosciamo il meccanismo: basta un caso, e l’isola intera diventa il caso. Resta da capire se lo sanno anche quelli che firmano ordinanze, comunicati, avvisi. O se, per un lotto, ci toccherà pagare tutti.


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