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Schifani, le dimissioni e il calendario delle pensioni: spunta l’ipotesi febbraio. E se la Sicilia ricominciasse da zero?

- 08/10/2026
Schifani, le dimissioni e il calendario delle pensioni: spunta l'ipotesi febbraio. E se la Sicilia ricominciasse da zero?

La crisi della Regione potrebbe risolversi con un rinvio delle dimissioni per salvaguardare i diritti previdenziali dei deputati al primo mandato. Un’ipotesi che circola nei palazzi, senza conferme ufficiali, mentre Tajani tace e Forza Italia prende le distanze dal governatore. E torna d’attualità la proposta di Carlo Calenda: commissariare la Sicilia e interrompere un sistema politico che continua a occuparsi della propria sopravvivenza.

Schifani, le dimissioni e il calendario delle pensioni: spunta l'ipotesi febbraio. E se la Sicilia ricominciasse da zero?
Schifani, le dimissioni e il calendario delle pensioni: spunta l'ipotesi febbraio. E se la Sicilia ricominciasse da zero?

PALERMO – L’11 maggio 2027 è una data che potrebbe pesare sul futuro della Regione siciliana almeno quanto le decisioni che Renato Schifani è chiamato ad assumere questa mattina. È il giorno in cui, per i deputati in carica dall’insediamento dell’Assemblea regionale del 10 novembre 2022, maturerebbe il requisito temporale minimo per accedere, al raggiungimento dell’età prevista, alla pensione parlamentare. Quattro anni, sei mesi e un giorno. Una scadenza che nei ragionamenti della politica siciliana rischia di diventare altrettanto importante delle variazioni di bilancio, della finanziaria e persino della tenuta del governo.

A Palermo si fanno i conti, e non soltanto quelli della Regione. C’è, così, chi misura il tempo che manca alle prossime elezioni e chi quello necessario per assicurarsi un trattamento previdenziale. Fra le due scadenze si sarebbe fatta strada un’ipotesi che qualche «autorevole maldicenza», colloca nel febbraio del prossimo anno: Schifani potrebbe rinviare le proprie dimissioni fino ad allora, consentendo di approvare la manovra finanziaria e di portare le elezioni nella primavera del 2027, abbastanza avanti da salvaguardare, attraverso la proroga del mandato, il requisito previdenziale dei deputati alla prima esperienza parlamentare.

Naturalmente non esiste alcuna conferma ufficiale. Na il meccanismo che la renderebbe politicamente appetibile merita attenzione, perché racconta quanto possa diventare complicato distinguere le esigenze delle istituzioni dagli interessi di chi le rappresenta.

Il regolamento dell’Assemblea regionale stabilisce che il diritto alla pensione si consegue, ordinariamente, a 65 anni e dopo almeno cinque anni di mandato (!), considerando come anno intero anche una frazione non inferiore a sei mesi e un giorno. Per i parlamentari insediati nel novembre del 2022 il traguardo cade dunque a maggio del 2027. Dimettersi a febbraio non garantirebbe automaticamente il risultato, ma un eventuale voto nella parte finale della primavera potrebbe consentire di conteggiare anche il periodo di permanenza in carica fino all’insediamento della nuova Assemblea, secondo la ricostruzione già emersa nel dibattito sullo scioglimento anticipato.

Insomma, occorrerebbe far combaciare con precisione le date. E se così fosse, avremmo una legislatura il cui congedo verrebbe organizzato tenendo conto anche delle esigenze previdenziali di una parte dei suoi componenti. Deputati di maggioranza e opposizione, perché il requisito non conosce differenze di appartenenza politica. I contributi sono previsti dal regolamento e il diritto, una volta maturato, è legittimo. Altra faccenda sarebbe trasformare quella scadenza in una ragione per prolungare un governo che si considera ormai politicamente esaurito.

Il presidente Schifani, per il momento, non ha annunciato alcuna intenzione di lasciare Palazzo d’Orléans. Ha convocato la giunta per questa mattina alle undici, con all’ordine del giorno i «provvedimenti più urgenti», dopo avere affidato a una breve dichiarazione il proprio disappunto per le parole del commissario regionale di Forza Italia, Nino Minardo. Quest’ultimo ha chiesto un cambiamento e una proposta politica completamente nuova per la Sicilia, mettendo di fatto in discussione quella ricandidatura del governatore nel 2027 che soltanto poche settimane fa sembrava sostenuta dall’intera coalizione.

Schifani ha risposto annunciando di voler valutare le decisioni da assumere. Nel linguaggio misurato di un uomo che ha presieduto il Senato, è bastato per mettere in agitazione il centrodestra e far precipitare le quotazioni di una legislatura che, fino a lunedì scorso, appariva impegnata soprattutto a distribuire le risorse della variazione di bilancio.

Il governo aveva appena depositato emendamenti per ulteriori 150 milioni di euro, riconosciuti dallo Stato, destinati a sostenere imprese, occupazione e servizi. Quasi cinquanta milioni per l’agricoltura, trenta contro il caro gasolio, ventidue per il settore idrico e altrettanti per le attrezzature sanitarie delle Asp. Nel provvedimento figurano anche tre milioni di euro destinati alla rimozione delle macerie della palazzina crollata a Pistunina, a Messina, lo scorso luglio. Misure sulle quali l’Assemblea deve ancora completare il proprio lavoro e che rischierebbero di essere coinvolte nelle conseguenze di un’interruzione anticipata della legislatura. Dimissioni immediate significherebbero nuove elezioni entro tre mesi, con la prima finestra utile individuata a dicembre, e un governo limitato all’ordinaria amministrazione. La preparazione della legge di stabilità diventerebbe assai problematica, con la prospettiva di arrivare al nuovo anno in esercizio provvisorio.

Una situazione che non entusiasma nemmeno gli alleati più distanti da Schifani. La Lega, attraverso Claudio Durigon, ha espresso apprezzamento per il lavoro del presidente, lasciando però a Forza Italia la responsabilità di risolvere i propri contrasti. Analoga cautela da Fratelli d’Italia, mentre autonomisti e Democrazia cristiana continuano a dichiarare sostegno al governatore.

Nessuno sembra desiderare un precipitoso ritorno alle urne, ma nessuno, almeno pubblicamente, ha ottenuto da Tajani una parola definitiva sulla candidatura di Schifani alle prossime regionali. Il segretario nazionale azzurro continua a tacere. Nino Minardo ha proposto un incontro a Roma con Tajani e il presidente della Regione per definire il percorso politico. Un tavolo che potrebbe consentire una tregua, forse accompagnata da un rimpasto della giunta, ma che difficilmente cancellerebbe il dissenso sulla successione alla guida di Palazzo d’Orléans.

Schifani, dal canto suo, si trova davanti a una prospettiva poco invitante. Completare il mandato sapendo che il proprio partito potrebbe preferirgli un altro candidato, oppure interrompere la legislatura assumendosi la responsabilità di uno strappo con Forza Italia e con gli alleati. Da politico di lungo corso conosce perfettamente il peso di entrambe le decisioni. È meno facile comprendere perché la Regione debba restare sospesa nell’attesa che le correnti azzurre trovino un accordo sul suo futuro. A complicare la situazione è intervenuta l’inchiesta giudiziaria che coinvolge Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione e fino a pochi giorni fa consigliere giuridico dello stesso Schifani. La Procura di Palermo ipotizza il reato di corruzione e ha chiesto nei suoi confronti una misura cautelare. Armao ha respinto le contestazioni, dichiarando di poter dimostrare l’infondatezza delle accuse, e ha lasciato l’incarico di consulente del presidente. Le responsabilità sono ancora tutte da accertare e nessuna contestazione giudiziaria può essere trasformata in una condanna anticipata. La vicenda, e le ultime di cronaca, hanno tuttavia provocato conseguenze politiche immediate, aggravando le difficoltà di un governo già attraversato da tensioni interne e dalle polemiche sulle nomine e sui rapporti tra partiti e amministrazione. Schifani sostiene che i fatti contestati riguardino comportamenti individuali estranei all’attività del governo. Le opposizioni ritengono invece che le vicende giudiziarie abbiano messo in discussione le scelte politiche e amministrative compiute dalla maggioranza. Il centrosinistra ha annunciato per il 13 ottobre una manifestazione davanti alla presidenza della Regione per chiederne le dimissioni.

In questo clima, l’ipotesi di una crisi congelata fino a febbraio merita qualche riflessione in più. Se il governo è ancora nelle condizioni di amministrare, dovrebbe farlo assumendosi pienamente le responsabilità della legislatura. Se quelle condizioni sono venute meno, protrarne l’esistenza fino alla primavera per consentire ai parlamentari di raggiungere il requisito previdenziale sarebbe una scelta politicamente difficile da difendere davanti ai siciliani.

Anche perché le difficoltà dell’Isola non attendono il calendario dell’Ars. La sanità continua a essere investita dalle conseguenze degli scandali sulle prestazioni negate o ritardate, a cominciare dagli esami istologici mai refertati nei tempi dovuti a Trapani. La gestione dell’acqua presenta criticità persistenti in numerosi territori, mentre quella dei rifiuti resta al centro di controversie amministrative, ambientali e giudiziarie. Nei comuni si moltiplicano le richieste di intervento e l’economia regionale continua a fare i conti con fragilità strutturali che non possono essere risolte dalle sole variazioni di bilancio.

Intanto la discussione politica rimane concentrata sulla ricandidatura del presidente, sulle quote di rappresentanza nella giunta, sugli equilibri tra correnti e sulla data più conveniente per tornare alle urne.

Cateno De Luca ha aggiunto un ulteriore elemento al dibattito, sostenendo che sarebbe venuta meno la possibilità di una candidatura di Schifani al Consiglio superiore della magistratura, ipotizzata come soluzione per accompagnarne l’uscita dalla presidenza. Una ricostruzione che rimane priva di conferme ufficiali (maldicenza anche questa?), ma che contribuisce a descrivere quanto la crisi sia ormai dominata da trattative, indiscrezioni e possibili compensazioni politiche. Un ambiente ostile per i più, ideale per De Luca.

E allora, se davvero si dovesse arrivare a una soluzione costruita intorno alla data di febbraio, con una legislatura mantenuta in vita per il tempo necessario a proteggere anche le aspettative previdenziali dei suoi componenti, tornerebbe attuale una proposta ben più radicale: chiedere il commissariamento della Regione siciliana e, seguendo il «Calenda pensiero», ricominciare da zero.

Carlo Calenda, leader di Azione, lo sostiene da tempo. Lo scorso 26 settembre, a Palermo, ha ribadito la richiesta di commissariare la Sicilia per dieci anni, attribuendo le difficoltà della Regione a un sistema politico fondato sul controllo delle preferenze e sulla distribuzione degli incarichi nelle società partecipate. Secondo Calenda, i servizi essenziali dovrebbero essere sottratti alle logiche della politica e le nomine affidate a procedure pubbliche e commissioni indipendenti, chiamate a selezionare i candidati in base alle competenze.

Non è una proposta giuridicamente semplice. L’articolo 120 della Costituzione attribuisce allo Stato poteri sostitutivi in presenza di specifiche condizioni, tra le quali la mancata garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. Lo Statuto speciale siciliano disciplina inoltre, all’articolo 8, una procedura straordinaria di scioglimento dell’Assemblea per persistente violazione dello Statuto, con l’affidamento temporaneo dell’amministrazione a una commissione straordinaria e nuove elezioni entro tre mesi. Nessuna di queste disposizioni autorizza automaticamente a sospendere per dieci anni le istituzioni elettive della Sicilia per una crisi politica. La proposta di Calenda, dunque, richiederebbe un confronto assai più approfondito sui presupposti costituzionali e sulle modalità di un eventuale intervento dello Stato. La sua critica si concentra soprattutto sulla gestione dei servizi pubblici e sul sistema delle nomine. Un tema che la crisi di questi giorni ha riportato al centro dell’attenzione, mentre il confronto interno al centrodestra continua a ruotare quasi esclusivamente intorno alla permanenza del presidente e alla scelta del suo successore. Il paradosso è che un commissariamento, per quanto politicamente controverso e giuridicamente complesso, viene proposto da Calenda come strumento per restituire efficienza all’amministrazione, mentre l’eventuale rinvio delle dimissioni fino a febbraio avrebbe, secondo le indiscrezioni, anche la funzione di preservare una scadenza previdenziale.

Restano naturalmente da conoscere le intenzioni effettive di Schifani, che finora non ha confermato alcun progetto di dimissioni differite. E resta da capire se Forza Italia abbia davvero deciso di rinunciare alla sua ricandidatura oppure intenda utilizzare il confronto aperto da Minardo per rinegoziare gli equilibri della maggioranza.

La giunta è convocata per questa mattina alle undici a Palazzo d’Orléans. Sul tavolo i provvedimenti urgenti e, politicamente, il futuro della legislatura.

Schifani, le dimissioni e il calendario delle pensioni: spunta l'ipotesi febbraio. E se la Sicilia ricominciasse da zero?
Giuseppe Bevacqua
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Giuseppe Bevacqua è giornalista e direttore di Voce di Popolo, laureato in Economia e abilitato dottore commercialista. Si occupa di cronaca, politica, amministrazione pubblica e approfondimenti, con particolare attenzione a Messina e alla Sicilia. Cura analisi, inchieste e commenti sui temi di interesse pubblico e sulle dinamiche del territorio.