
La trentunenne palermitana, medico specializzando all’Università di Messina, è stata trovata senza vita nell’abitazione di via Catili. Nell’appartamento sequestrati morfina, Midazolam e levometadone. L’autopsia e gli esami tossicologici dovranno stabilire cosa sia accaduto.

BARCELLONA POZZO DI GOTTO – In questa storia, per il momento, contano soprattutto i verbi al condizionale. Avrebbe assunto. Potrebbe essere stata un’overdose. Sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati il compagno. Tutto il resto dovranno dirlo la medicina legale, la tossicologia e le indagini. Perché la morte della trentunenne palermitana, medico specializzando all’Università di Messina, trovata senza vita nel pomeriggio di giovedì nell’abitazione di via Catili a Barcellona Pozzo di Gotto, presenta ancora troppi punti da mettere in fila.
Il primo elemento nuovo è l’iscrizione nel registro degli indagati del giovane originario di Brindisi che da alcune settimane viveva con lei e con il quale la donna aveva iniziato una relazione dopo essersi conosciuti attraverso i social. Un atto che, nella fase delle indagini preliminari, non equivale naturalmente all’accertamento di una responsabilità, ma consente alla Procura di procedere agli approfondimenti garantendo al giovane tutti gli strumenti della difesa.
A dare l’allarme, intorno alle 18, sarebbe stato proprio lui. Quando il personale del 118 è arrivato nell’abitazione, per la trentunenne non c’era ormai più nulla da fare. Il giovane è stato poi ascoltato a lungo in Procura alla presenza del proprio difensore, l’avvocato Giuseppe Ciminata. L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, guidata da Giuseppe Verzera, con gli accertamenti affidati ai sostituti De Toni e Scali. Ed è nelle ore che precedono quella telefonata al 118 che gli investigatori stanno cercando adesso una sequenza.
L’ipotesi investigativa che resta sul tavolo è quella di una grave intossicazione da sostanze oppioidi. Ma, allo stato, è soltanto un’ipotesi. Saranno l’autopsia e soprattutto gli esami tossicologici a stabilire quali molecole fossero presenti nell’organismo della giovane, in quale concentrazione e se una di esse — oppure la combinazione di più sostanze — possa averne provocato la morte. A rendere il quadro più complesso è ciò che i Carabinieri hanno trovato e sequestrato nell’appartamento.
Nell’abitazione sono state repertate confezioni di morfina, una confezione di Midazolam e due flaconi di levometadone, uno dei quali con residuo liquido e l’altro vuoto. Le confezioni di levometadone riporterebbero le indicazioni del Ser.T. dell’Azienda sanitaria brindisina e sarebbero riconducibili al piano terapeutico del giovane. Acquisito anche un foglio dell’Asl di Brindisi relativo proprio a quel trattamento, insieme a cinque fogli manoscritti e ai telefoni cellulari della coppia. Materiale che adesso dovrà essere analizzato e inserito nella ricostruzione complessiva delle ultime ore trascorse nell’appartamento. Il giovane, secondo quanto emerso finora, sarebbe stato sottoposto a terapia sostitutiva per una precedente dipendenza. Anche sulla donna sono emerse indicazioni circa un possibile uso di oppioidi. Ma la presenza di farmaci in una casa non dimostra chi li abbia assunti, né quando, né in quale dose, né tantomeno come.
I Carabinieri dovranno quindi incrociare il contenuto dei telefoni, gli appunti sequestrati, le prescrizioni mediche e le dichiarazioni rese dal giovane con il risultato degli accertamenti medico-legali. Dovrà essere stabilita anche la successione temporale degli eventi: quando la donna avrebbe assunto le sostanze, quando le sue condizioni sarebbero peggiorate e quanto tempo sarebbe trascorso prima della richiesta di soccorso. È questo, probabilmente, il punto decisivo.








