
Il Municipio non aveva alcun obbligo di costituirsi parte resistente: era pienamente legittimato a restare neutrale, evitando di spendere un solo euro pubblico. Ha scelto invece di scendere in trincea per difendere le poltrone della Giunta, con un dettaglio politicamente surreale: l’incarico all’avvocato Delia lo aveva già firmato proprio il sindaco in persona, ben undici giorni prima della delibera.

Il pasticciaccio messinese sulle quindici liste presentate senza le firme di rito si arricchisce di un capitolo che, prima ancora che contabile, è la fotografia di un vizio politico antico: confondere il palazzo istituzionale con chi lo occupa pro tempore. Sovrapporre i propri interessi con quelli dell’Ente che si amministra.
I consiglieri comunali Marcello Scurria e Giuseppe Capurro hanno messo le mani su un paio di delibere di Giunta, la 476 e la 481 del 20 luglio scorso. Stabiliscono che il Comune di Messina ha deciso di costituirsi in giudizio per resistere ai ricorsi elettorali, affidando l’incarico a un legale esterno, l’avvocato Santi Delia del Foro di Messina. Costo della manovra: 12.919 euro. Denaro pubblico. Denaro dei cittadini.
Dal Municipio la difesa è burocratica, quasi automatica: la legge impone che il Comune sia parte necessaria nel processo. Verissimo. L’articolo 130 del Codice del processo amministrativo parla chiaro. Ma il Consiglio di Stato, che di queste cose se ne intende, ha fissato da anni un concetto elementare: il Comune rappresenta l’intera collettività, non la maggioranza che ha vinto. Ricevere la notifica di un ricorso non significa essere obbligati a scendere in trincea per difendere la fazione finita sotto accusa. Se l’ente decide di spendere soldi pubblici, deve esserci un interesse pubblico lampante, superiore e, soprattutto, distinto dall’interesse, assai più prosaico, degli amministratori di tenersi stretta la poltrona.
Faccenda scivolosa. Se cade il sindaco, va a casa l’intera Giunta. Dunque, l’esito di questi ricorsi non tocca un astratto interesse della città, ma la nuda sopravvivenza politica e amministrativa dell’esecutivo guidato da Federico Basile, espressione di Sud chiama Nord. C’è, per dirla in punta di diritto, un gigantesco conflitto d’interessi.
Come l’hanno aggirato a Palazzo Zanca? Con un collaudato ma, secondo Scurria, insufficiente e irregolare vecchio sistema. La vicesindaca Laura Castelli – che per inciso è anche presidente del partito le cui liste sono sub judice – propone le delibere. Si vota. Il sindaco Basile, guarda il caso, al momento di alzare la mano si allontana. Un allontanamento preciso e limitato alla votazione particolare: presente alle delibere precedenti, presente a quelle successive, assente proprio lì. Ma Scurria e Capurro pongono la domanda vera: si è formalmente astenuto per conflitto d’interessi, con tanto di verbalizzazione, o ha semplicemente fatto finta di andare a prendere un caffè? C’è una voragine giuridica tra un’assenza casuale e una dichiarazione formale di incompatibilità. E sarebbe proprio quella che manca, e non solo.
C’è, infatti, un dettaglio in cui il gioco di prestigio frana del tutto. Ed è il punto in cui la toppa si rivela assai peggiore del buco. Agli atti risulta infatti che la procura a nominare da parte del Comune di Messina l’avvocato Santi Delia è stata firmata proprio dal sindaco Federico Basile in data 9 luglio 2026. Undici giorni prima che la Giunta, dalla quale lui si sarebbe elegantemente e strategicamente assentato, deliberasse formalmente l’incarico e la relativa spesa (il 20 luglio).
Come si concilia la firma del sindaco su una procura legale il 9 del mese, con il suo allontanamento il 20 per non votare una pratica che lo riguarda? E in virtù di quale decisione collegiale il Comune aveva già deciso di costituirsi l’11 luglio, se l’organo politico ne ha discusso solo quasi due settimane dopo?
Invocheranno prassi consolidate o sfasamenti degli uffici. I consiglieri di opposizione parlano di un commissario ad acta che il Comune, anzi la Segretaria Generale Carrubba, avrebbe dovuto richiedere e la Regione avrebbe dovuto inviare, e adombrano lo spettro del danno erariale. Per la Corte dei Conti, precisiamo però, serviranno prove che mancasse del tutto l’interesse pubblico, e non è una sentenza già scritta. Ma prima ancora dei magistrati contabili, c’è una questione logica ed etica a cui l’amministrazione deve rispondere.
Perché i cittadini di Messina devono pagare un avvocato per blindare il risultato elettorale di una parte politica? La democrazia ha i suoi costi, si sa. Ma pretendere che a pagare la parcella per salvare l’esecutivo siano anche i cittadini che quelle liste non le hanno votate, o che ritengono le contestazioni fondate, denota un’idea di cosa pubblica che somiglia, pericolosamente, alla cosa privata. Stanno difendendo il Comune, o stanno difendendo chi lo governa? La differenza è tutta qui. E non ci pare che il Sindaco di Messina che guadagna oltre 13 mila euro al mese, o assessori che ne guadagnano oltre quattro mila, abbiano diritto ad un avvocato d’ufficio, pagato dai messinesi.

Segui Voce di Popolo su Google
Aggiungici alle tue Fonti preferite per trovare più facilmente le nostre notizie su Google.







