
Anatomia di un disastro politico: come un’opposizione compatta ha smontato la delibera illegittima su Messina Social City, svelando la presunzione di chi scambia i numeri in aula per onnipotenza.


di GIUSEPPE BEVACQUA
È morta di morte naturale, se così si può definire l’asfissia da manifesta incompetenza. La delibera sul nuovo contratto di servizio della Messina Social City — un affare da 18 milioni di euro l’anno per tre anni, mica bruscolini — non ce l’ha fatta a sopravvivere a quattro sedute del Consiglio comunale. Ed è stata la sua stessa maggioranza a doverle staccare la spina, ritirandola con la coda tra le gambe.
Non c’è stato alcun complotto, nessuna oscura manovra di palazzo. La delibera è semplicemente nata malformata. Un pasticcio burocratico partorito senza le minime garanzie richieste dalla legge. Mancava il parere dei revisori. Mancava il bilancio aziendale, materializzatosi per incanto solo oggi e peraltro ancora in attesa di approvazione consiliare. E, capolavoro di faciloneria, mancava persino la relazione illustrativa sulla modalità di gestione del servizio pubblico locale, il documento che la legge impone di mandare all’Anac. Un florilegio di illegittimità che avrebbe reso l’atto nullo, pura carta straccia.
Ecco il volto vero di una certa cattiva amministrazione: la presupponenza. Quell’arroganza mista a superficialità di chi crede, forte dei numeri in aula, di poter saltare a piè pari i passaggi di legge. Ma la presunzione di non dover rendere conto alle norme si è schiantata contro una banale realtà: le regole esistono, e ignorarle non fa di te un leader decisionista, fa di te un dilettante.
All’opposizione, che per una volta si è mostrata compatta e coordinata, è bastato davvero poco. Non ha dovuto montare le barricate, le è stato sufficiente fare il proprio mestiere, assolvendo a quel mandato popolare che impone di controllare i governanti. Hanno spulciato le carte e hanno fatto notare che il re non solo era nudo, ma non sapeva neppure allacciarsi le scarpe. Smontare questa impalcatura farlocca è stata un’impresa persino facile.
E qui viene il bello. Dai banchi di chi si credeva padrone del vapore, di fronte alla ritirata obbligata, si è levato un lamento grottesco. Qualcuno, dolorante per lo smacco, ha farfugliato che in questo Consiglio comunale ci sarebbe “troppa democrazia”. Un piagnisteo che puzza di muffa e di ridicole nostalgie da Ventennio, l’eterno sogno provinciale del partito unico dove chi comanda non deve mai dare spiegazioni.
Se ne dovranno fare una ragione. Non è “troppa democrazia”, è semplicemente la Democrazia, con la D maiuscola. È quel meccanismo formidabile che impedisce di far passare scartoffie illegittime solo per il capriccio di poter dire “siamo la maggioranza”. Se alla fine ha prevalso il buon senso, inducendo il ritiro di un atto sciatto in attesa di una sua riproposizione trasparente e corretta, lo si deve esattamente all’esercizio di questa democrazia che tanto li infastidisce. Studino e imparino a scrivere le delibere, prima di imitare l’uomo forte, che non lo è più.









