
In una Italia dove ad aumentare sono solo i prezzi mentre gli stipendi perdono capacità di acquisto, cresce la paura e il bisogno di cambiare tutto. Sono gli effetti del declassamento percepito che tanto somiglia alla povertà assoluta. Terra di mezzo in cui il generale spadroneggia


di GIUSEPPE BEVACQUA
La domanda è: qual è quel volano perfetto che sta facendo crescere così tanto velocemente il peso politico del generale Roberto Vannacci? La mia è senz’altro un’analisi pretestuosa. Anzi, presuntuosa. Ma la sento inevitabile per me stesso. Perché il momento politico e sociale italiano, che non può essere scisso da quello internazionale, incerto, insicuro ed economicamente sdrucciolevole, impone una riflessione di un fenomeno che come una macchia d’olio, untuosa, sta imbevendo ogni certezza politica, rendendola inadeguata e scivolosa. Se Vannacci cresce probabilmente il merito non è per la maggior parte del generale. Ma di quel che la politica finora non ha saputo e non ha voluto fare: ascoltare davvero la gente. Mi spiego meglio.
Noam Gidron e Peter Hall, studiando venti democrazie sviluppate, hanno proposto un concetto particolarmente utile: status anxiety, l’ansia di status. La crescita della destra populista, sostengono, non può essere spiegata opponendo meccanicamente economia e cultura. I due fattori si intrecciano. Una persona può non essere povera e percepire tuttavia che il proprio lavoro vale meno, il proprio stile di vita è meno riconosciuto, la propria cultura non è più dominante o che i figli avranno una posizione sociale inferiore alla sua. È la differenza fra povertà assoluta e declassamento percepito. La prima si misura sul conto corrente. Il secondo si misura confrontando ciò che si pensava di meritare con ciò che si ritiene di avere ottenuto. E politicamente può essere persino più esplosivo.
Questo senso di insoddisfazione e di timore ormai endemico e strisciante, questa sensazione di impotenza percepita di chi assiste alla narrazione della politica che racconta di una Italia che non esiste e nella quale “tutto va meglio”, aumenta quella che studi recenti definiscono insicurezza ontologica. Non riguarda soltanto stipendio e lavoro. Riguarda la capacità di riconoscere il mondo nel quale si vive. Il mondo, i suoi equilibri, stanno cambiando passando per una instabilità inquietante. Quando le trasformazioni diventano troppo rapide — globalizzazione, tecnologie, migrazioni, nuovi modelli familiari, cambiamenti del linguaggio, ruoli di genere, guerre, transizione energetica — una parte degli individui può percepire come instabile non soltanto la propria situazione economica, ma il quadro culturale che consentiva di interpretarla. Uno studio su dodici Paesi dell’Europa occidentale ha trovato una relazione tra queste forme di ansia esistenziale e la propensione al voto per la destra populista, anche tra persone non direttamente penalizzate dalla globalizzazione. E così, arriviamo a Vannacci.
Vannacci offre a questa complessità, a questo caos politico, economico, morale ed emotivo, una risposta semplicissima. Il mondo non è complicato. “È stato capovolto.” E qualcuno deve raddrizzarlo. Qui sta probabilmente una delle intuizioni comunicative più forti dell’intero fenomeno.
Il populismo non nasce necessariamente quando le persone diventano povere. Può crescere anche quando temono di diventarlo. O quando continuano ad avere un reddito ma ritengono di avere perso posizione sociale, sicurezza, riconoscimento o controllo sul proprio futuro. E l’italiano medio, quello che un tempo nuotava in una discreta sicurezza, avverte più di chiunque altro che il timore di perdere terreno e speranza nel futuro è reale, ancor di più quando esce dal supermercato con il conto corrente alleggerito e poche borse leggere in mano, lo avverte ancor meglio nel momento in cui ripone la pompa nel distributore, dopo aver comprato con molti soldi quel poco carburante che serve per andare a lavorare, sente timore e frustrazione soprattutto quando arrivano le bollette dell’energia elettrica e del gas. Perché se tutto aumenta, a restare fermo è sempre e solo il suo stipendio: immobile e sempre meno sufficiente.
E i dati confermano questo timore: nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora 6,1% inferiori rispetto al primo trimestre 2021, il peggior recupero tra le grandi economie OCSE. L’organizzazione prevede inoltre per il 2026 una nuova riduzione dello 0,9% del salario reale. L’Istat stima una crescita del Pil di appena 0,7% nel 2026 e nel 2027. I consumi delle famiglie rallentano e il quadro resta esposto alle tensioni energetiche e geopolitiche. La povertà assoluta coinvolge 5,7 milioni di persone, il 9,8% della popolazione. Nel Mezzogiorno il rischio di povertà o esclusione sociale resta enormemente superiore al Nord: 38,4% contro 13,1%.
E la politica che fa? Parla, tanto. Anzi straparla. Riferisce tronfia di un’Italia che cresce: “le tasse diminuiscono, l’occupazione cresce, le famiglie possono contare su aiuti corposi come nessuno ha mai fatto finora”. I sorrisi di plastica davanti alle telecamere dei TG raccontano di un’Italia che semplicemente non esiste. Questa politica sta costruendo un ponte d’oro sul quale si è perso ogni contatto con la realtà, quella vera , quella dura che non arriva alla terza settimana del mese. Sul ponte stanno i “narratori” di un Italia meravigliosa ed efficiente, sotto, a guardarli, una moltitudine di famiglie in ansia. Ed ecco il terreno. Quì sta Vannacci. Nella terra di mezzo dove serpeggia la sensazione degli italiani, del ceto medio, di arretrare, di affondare. E’ pane per i denti del populismo.
Benjamin Moffitt, sociologo australiano, ha mostrato come il populismo non si limiti a reagire alle crisi: tende anche a rappresentare la realtà attraverso una successione di crisi, identificando responsabilità, nemici e una soluzione fondata sul ritorno a una volontà popolare considerata autentica. E’ quello che Vannacci ha rappresentato nel suo libro “Il mondo al contrario” del 2023. I concetti espressi esprimono chiaramente che la complessità produce insicurezza. Mentre la semplificazione produce sollievo. Il Vannacci generale prima che politico, figlio delle procedure operative tipiche di ogni sistema militare, ancor prima di offrire soluzioni, offre coordinate. Mostra punti cardinali di riferimento in una società confusa e senza solidi appigli: Nazione. Identità. Ordine. Confini. Famiglia. Merito. Sovranità. Ricompone in un unico vocabolario ansie differenti, ponendo appigli solidi allo smarrimento. Ed è probabilmente questa la prima ragione della sua efficacia.
Ma chi vota Vannacci?
Il 62% dell’elettorato di Futuro Nazionale è composto da uomini. L’età è invece relativamente trasversale e Ipsos segnala una capacità di attrazione anche tra le generazioni più giovani. Più della metà degli elettori appartiene alle fasce economiche basse o medio-basse; il partito registra una particolare attrattività tra operai e disoccupati. Geograficamente è più forte nei piccoli e medi comuni del Centro-Nord. Il dato proviene da una analisi di Ipsos su circa 20 mila interviste cumulate tra febbraio e giugno 2026. Facendo cento gli elettori di Futuro Nazionale rilevati allora da Ipsos, oltre un terzo proveniva dall’astensione alle Europee, il 31% da Fratelli d’Italia e il 25% dalla Lega.
Vannacci quindi non sottrae soltanto elettori ai partiti della destra. In parte rimette in circolazione persone che avevano smesso di scegliere. Non è semplicemente una radicalizzazione dell’elettorato di destra. È anche un processo di rimobilitazione. E’ la conferma che “la politica” che narra le meraviglie di un’Italia dove tutto va bene, ha perso. Così come ha perso anche “l’altra politica”, quella che contesta ogni cosa che la prima racconta, senza però fornire valide e credibili alternative. Questi due sistemi hanno imbastito un dibattito, una comunicazione autoreferenziale che è diventata fastidiosa, semplicemente perché dimostra che non vede e non ascolta la gente. Perché non sa quanto costa un litro di latte e un chilo di pane.
E in questo marasma sfiduciato e incazzato, Vannacci si pone come entità “pura” che può ancora permettersi di rappresentare ciò che gli altri avrebbero smesso di essere una volta arrivati al potere. Se la distanza tra promessa e governo aumenta, Vannacci si sta muovendo precisamente nello spazio creato da questa distanza tra chi governa e il popolo che subisce un’economia sempre al ribasso e dal futuro incerto. Uno spazio, un divario, una terra di mezzo creata proprio da Governo ed opposizione. E lui, il generale, è lì che si è accampato con le sue truppe che continuano a crescere, cibandosi dell’incapacità della politica, di maggioranza e e di opposizione, incapaci ambedue di fornire certezza e stabilità a chi vive in continua difficoltà. E la terra di mezzo si allarga sempre di più, come l’accampamento di Vannacci.
Treccani, ricostruendo le origini sociali del fascismo, sottolinea il ruolo decisivo dei ceti medi, investiti dalla guerra, dall’inflazione, dalla trasformazione della società e dal timore di perdere posizione e prestigio. Il fascismo seppe trasformare quella paura in mobilitazione politica, associandola a nazione, autorità, ordine e appartenenza. Questa dinamica presenta una somiglianza con alcuni meccanismi studiati oggi nella crescita delle destre populiste. Non è la povertà in quanto tale ad alimentare e favorire il populismo di destra radicale, bensì la paura della perdita di status. Non la paura di avere meno di ieri. Ma temere di contare meno di ieri. Una distinzione enorme.
Una persona può sopportare sacrifici economici molto grandi se ritiene di essere rispettata. Può invece sviluppare un’enorme rabbia anche in condizioni materiali relativamente stabili quando ritiene che il proprio lavoro, i propri valori, il proprio territorio o la propria esperienza non vengano più considerati. La narrazione propinata di una Italia percepita ben diversa da quella raccontata è avvertita come una profonda mancanza di rispetto.
Così Vannacci non dice semplicemente al suo pubblico: vi renderò più ricchi. Gli dice qualcosa di politicamente più intimo: “avevate ragione voi“. Ragione quando pensavate che certe trasformazioni fossero troppo veloci. Ragione quando consideravate assurdo un certo linguaggio. Ragione quando pensavate che qualcuno non vi ascoltasse. Ragione quando avevate l’impressione che il mondo fosse diventato irriconoscibile.
È una forma di restituzione simbolica. Prima ancora del reddito restituisce dignità alla percezione. Lenimento all’offesa quotidiana procurata dalla narrazione. E questo spiega perché il fenomeno possa attecchire anche dove l’economia non è devastata.
L’Italia ha oggi salari reali ancora inferiori al 2021, crescita debole, fortissime differenze territoriali, 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, una crisi demografica senza precedenti recenti e livelli di fiducia molto bassi nei partiti. Allo stesso tempo, però, non è un Paese economicamente collassato: l’occupazione è ai massimi storici e molti indicatori sono assai migliori di quelli delle grandi crisi del Novecento. L’Italia non è disperata. È insicura. Non è paragonabile con la disperazione dello Stato liberale del 1919, che portò a Mussolini ed al fascismo. L’Italia di oggi, però, soffre di una profonda insicurezza, ed è in cerca di certezze e protezione. Ed è completamente inascoltata.
Ed ecco allora il generale.








