
Dai risparmi annunciati nel 2018 ai sette servizi finanziati dal Comune, dalla mensa ancora affidata ai privati al contratto di servizio che continua a inciampare.

I numeri, spesso, per anni dormono tranquilli dentro le delibere. Nessuno li disturba. Stanno lì, tra un protocollo e una firma digitale, e sembrano innocui come vecchi mobili dimenticati in un corridoio. Poi qualcuno apre la porta. Angela Rizzo, esponente di Diritti in Movimento e per anni impegnata sui temi della disabilità e dei servizi sociali, già responsabile regionale del settore per CittadinanzAttiva, quella porta la apre da tempo. E stavolta torna sulla Messina Social City con una definizione che non lascia molto spazio alle sfumature: «Le carte raccontano un grande bluff».
Il bluff, secondo Rizzo, sarebbe quello originario, un po’ come il peccato, ed è riferibile direttamente al “solito” Cateno De Luca: la promessa che l’internalizzazione dei servizi sociali avrebbe prodotto un consistente risparmio per il Comune, eliminando cooperative, gare e intermediazioni e trasformando il welfare messinese in una macchina pubblica più economica ed efficiente.
Nell’ottobre del 2018, quando la Messina Social City era ancora un progetto, l’amministrazione De Luca presentava un modello destinato a partire con circa 506 operatori. La previsione pubblicizzata era un risparmio del 20 per cento: circa 18,2 milioni attribuiti al costo degli appalti contro circa 15 milioni con l’internalizzazione, per una differenza, un risparmio atteso e proclamato, superiore ai tre milioni. Ulteriore vantaggio pomposamente annunciato sarebbe stato un notevole risparmio di costi di gestione della nuova azienda, che non avrebbero superato i 200 mila euro l’anno.
È questo è il primo mazzo di carte.
Ma già allora i conti erano meno semplici di quanto apparissero. Una lunga controanalisi costruita sulla deliberazione 593 del 13 novembre 2018 e sui precedenti capitolati, ricostruisce diversamente i valori: 13.339.432,57 euro su base dodici mesi e 18.839.581,62 euro considerando le differenti durate degli appalti. Quella stessa analisi sottolineava inoltre che gli importi utilizzati erano comprensivi dell’Iva al 5 per cento e non tenevano conto dei ribassi d’asta, dunque rappresentavano una base teorica più elevata del costo effettivamente corrisposto. È importante specificare che si tratta di una controrelazione politica e non di una certificazione contabile indipendente, ma i numeri riportati derivano dai capitolati indicati nel documento. Ed è proprio da quei 13,339 milioni che parte oggi il ragionamento di Rizzo.
Il risparmio che si assottiglia
Un dato successivo, stavolta contenuto negli atti del Comune, è certo. Per il 2024 il Comune di Messina impegnò a favore della Messina Social City 12.818.548,68 euro, Iva compresa, per la gestione di sette servizi. La fatturazione mensile risultava pari a 1.068.212,34 euro Iva compresa. La sottrazione è elementare: confrontando 13.339.432,57 euro con 12.818.548,68 euro, la differenza è di 520.883,89 euro. Non tre milioni. Non il 20 per cento.
Un elemento indicato da Rizzo è documentalmente confermato: Casa di Vincenzo, dall’agosto 2020, non viene più liquidata all’interno di quel corrispettivo perché è stata inglobata nel servizio di Pronto Soccorso Sociale. Gli atti comunali del 2024 elencano infatti sette servizi finanziati attraverso il contratto ordinario. Dunque la domanda di Rizzo conserva un peso di non poco conto: se il grande argomento originario era il risparmio strutturale ottenuto attraverso l’internalizzazione, sarebbe utile che il Comune producesse oggi un prospetto comparativo definitivo, omogeneo e verificabile, capace di dire quanto costavano realmente quegli stessi servizi prima e quanto costano realmente adesso, includendo personale, struttura amministrativa, organi, consulenze, mezzi, sedi e costi indiretti. Perché un risparmio annunciato non rimane vero per diritto acquisito. Va dimostrato anno dopo anno.
A dicembre 2025 il Comune aveva effettivamente impegnato per l’anno successivo una cifra ancora superiore, circa 17,961 milioni di euro, destinata ai sette servizi, dopo che una variazione di bilancio del marzo 2025 aveva aggiunto 4,91 milioni. L’8 luglio 2026, tuttavia, quella maggiorazione è stata interamente disimpegnata: il finanziamento è stato ricondotto a circa 13,051 milioni, perché il nuovo contratto di servizio non era stato perfezionato e quindi la maggiore somma non poteva costituire un’obbligazione giuridicamente perfezionata. Il Comune aveva programmato un incremento vicino ai cinque milioni, lo aveva persino impegnato, ma sette mesi dopo ha dovuto cancellarlo perché mancava il presupposto contrattuale necessario. E la vicenda non è ancora pacificata. Il 24 agosto scorso la proposta per il nuovo contratto di servizio è tornata indietro dalla Commissione Bilancio dopo le contestazioni della minoranza sull’assenza del parere dei revisori dei conti.
La Corte dei conti e quella promessa del 20 per cento
Angela Rizzo richiama anche una richiesta di chiarimenti che attribuisce alla Corte dei conti e la successiva relazione comunale, nella quale sarebbe stata ribadita la convenienza economica dell’internalizzazione. Il contenimento della spesa e il risparmio intorno al 20 per cento facevano parte della giustificazione pubblica con cui nel 2018 venne presentata la nascita della Messina Social City. Rizzo sostiene che quel risultato non sia mai stato dimostrato e chiede che venga oggi rappresentato nuovamente alla magistratura contabile.
Il fatto è che stando agli atti non è mai stato dimostrato concretamente da questa amministrazione e dalle altre due precedenti l’esistenza permanente ed effettiva del risparmio del 20 per cento avvenuto con l’internalizzazione. Semmai ciò a cui si assiste è un continuo incremento di personale in Messina Social City che ingrossa i costi a fronte di un non ben definito miglioramento del servizio.
La mensa e l’internalizzazione che continua ad aspettare
Per il caso della refezione scolastica il paradosso si fa più visibile. La mensa era già compresa tra le attività che nel 2018 venivano immaginate nel futuro perimetro della gestione diretta. Eppure ancora nell’anno scolastico 2024-2025 il Comune comunicava ufficialmente che la somministrazione dei pasti era stata aggiudicata al raggruppamento Vivenda-Siristora, aggiungendo che Messina Social City continuava a lavorare «verso l’internalizzazione» del servizio.
Nel 2025-2026 la gara europea è stata svolta da Messinaservizi Bene Comune come stazione appaltante ausiliaria, con RUP Benedetto Alberti.
Per il 2026-2027 il testimone è passato invece ad ATM Spa. Il portale ufficiale degli appalti certifica una procedura europea dal valore di 2.140.164 euro, pubblicata il 27 agosto 2026 e con scadenza delle offerte fissata al 29 settembre alle 10. Attenzione, però, a un’altra distinzione necessaria. ATM ha già precisato di non essere il gestore della mensa: svolge soltanto la funzione di stazione appaltante per conto della Messina Social City. Il servizio, una volta aggiudicato, continuerà a fare capo contrattualmente a MSC e all’impresa vincitrice. Resta però l’interrogativo posto dal Consigliere comunale e capogruppo PD Alessandro Russo che può tranquillamente sintetizzarsi così: perché la gara non l’ha fatta la Messina Social CIty? Che bisogno c’era di farla fare ad ATM che si è già chiamata fuori dalla gestione del servizio?
Resta intatta la questione politica posta da Rizzo: a otto anni dall’annuncio della gestione diretta, la preparazione e la somministrazione dei pasti continuano a essere affidate a operatori privati.
Un’altra domanda resta sospesa come un orologio fermo: quando partirà la mensa? La gara scade il 29 settembre. È dunque evidente che non potrà partire insieme all’apertura delle scuole.
La macchina cresce: sport, piscine e nuovi servizi
Angela Rizzo guarda poi alla crescita della Messina Social City e si domanda perché un’azienda nata per i servizi sociali abbia progressivamente occupato spazi sempre più vasti. La crescita c’è. Sul proprio sito MSC presenta tra le attività gli impianti sportivi di Villa Dante: padel, calcio a cinque, tennis e piscina Cappuccini.
Vero è che lo statuto e il perimetro istituzionale attribuiscono all’Azienda non soltanto funzioni socio-assistenziali e socio-educative, ma anche attività connesse, collaterali e complementari finalizzate alla valorizzazione dei servizi educativi, culturali e dei beni comuni. La stessa Messina Social City, in atti acquisiti nel 2026 dal Garante privacy, distingue tra servizi “standard” finanziati dal contratto di servizio e servizi “non standard” sostenuti da specifiche progettualità e finanziamenti nazionali, regionali o comunitari. Quindi sport e progetti aggiuntivi non sono automaticamente estranei alla mission aziendale. La domanda di Rizzo andrebbe posta diversamente: l’espansione delle attività ha migliorato o indebolito la capacità dell’Azienda di garantire i servizi essenziali alle persone fragili? Insomma troppa carne al fuoco, tanto da creare distrazione ed il rischio che bruci?
Rizzo riferisce, infatti, di segnalazioni di famiglie riguardanti cambi frequenti degli operatori, giornate senza assistenza, riduzione delle ore e carenze informative.
Il centro estivo e il caldo che bussò davvero alla porta
Anche sul centro estivo di Villa Dante insiste la denuncia di Rizzo. L’edizione 2026 di “Gentilandia” prevedeva 400 posti, 120 dei quali destinati a minori con disabilità, e veniva presentata come un’attività largamente organizzata negli spazi verdi all’aperto di Villa Dante. Il tema del caldo non è teorico: il 20 luglio 2026 il centro venne chiuso precauzionalmente proprio in seguito all’allerta rossa per ondate di calore, per tutelare bambini, educatori e personale. Rizzo sostiene che alcuni genitori di minori con disabilità abbiano rinunciato o ridotto la frequenza perché le condizioni ambientali sarebbero state inadeguate.
La “mappatura fantasma” che fantasma non è del tutto
Rizzo ricorda che tra gli impegni originari della Messina Social City figurava la mappatura degli effettivi bisogni della comunità e chiede di poterne finalmente avere copia. In effetti una mappatura dei bisogni era stata prodotta. Risale al 2020, un documento denominato “Mappatura dei bisogni” che fu pubblicato all’albo pretorio il 15 maggio 2019, pur contestandone duramente metodo, qualità e aggiornamento dei dati.
Nel febbraio scorso Comune, Messina Social City e Università di Messina hanno annunciato il progetto “Fertility”, espressamente destinato a realizzare una nuova e dettagliata mappatura dei fabbisogni sociali del territorio messinese. Quanto era valida e utilizzabile la vecchia mappatura se, sette anni dopo, si ritiene necessario avviare un nuovo progetto scientifico per conoscere i bisogni reali della città?
Alla fine rimangono le carte
Angela Rizzo parla di bluff. Messina Social City nacque promettendo internalizzazione, riduzione dei costi, eliminazione delle intermediazioni, conoscenza puntuale dei bisogni e maggiore qualità dei servizi. Oggi la mensa è ancora materialmente esternalizzata; per bandirla si ricorre a un’altra partecipata; il contratto di servizio ha attraversato un anno di rinvii; nel 2026 erano stati programmati quasi cinque milioni in più che poi sono stati disimpegnati; e la città ha appena avviato una nuova mappatura scientifica dei bisogni sociali. Sono fatti che da soli renderebbero legittima una verifica. Soprattutto sui numeri.








