
Nomine delle partecipate rinviate per palesi incompatibilità. La Giunta sceglie prima i nomi e poi legge le norme, polverizzando anni di narrazione sulla presunta “macchina amministrativa perfetta”.

Editoriale di Giuseppe Bevacqua
A tratti mi sembra di ascoltare quel simpatico topino di una pubblicità del Parmareggio quando definisce “un capolavoro“, con spiccato accento parmigiano, il tipico formaggio. Ecco, quella simpatica esclamazione ci starebbe tutta davvero nel caso delle cda e di Mondello. Un vero “capolavoro”.
Il punto non è il banale ritardo nelle nomine delle partecipate. Il punto è lo spettacolo tragicomico che ci ha portato fin qui. La stasi dei nuovi cda non è un semplice incidente di percorso, ma una voragine apertasi nella tanto sbandierata capacità di programmazione di un’amministrazione che ha fatto dell’efficienza e del controllo quasi un dogma religioso.
Insomma.. Tutto era pronto. Il pallottoliere politico aveva fatto il suo corso, gli equilibri sembravano blindati, i nomi circolavano con la certezza e la “sicumera della luce del cose” che per qualcuno rende indenni da irregolarità, le cose fatte. Poi, il colpo di scena: qualcuno ha aperto un codice (ogni tanto). E si è accorto che alcune nomine, banalmente, erano illegittime.
Il capolavoro assoluto porta il nome di Salvatore Mondello. Vicesindaco fino allo scorso febbraio con delega alla mobilità, era già indicato per incassare il vertice di ATM. Così dopo l’accantonamento quasi da purgatorio, ecco che Mondello era pronto, cotto e mangiato, per insediarsi alla guida di una delle cassaforti del sistem… pardon, della buona amministrazione Basiluca (per dirla alla Scurria).
Peccato per un dettaglio chiamato decreto legislativo 201/2022. L’articolo 6 impone, infatti, un anno (e qui ci sta) di “purgatorio”, un periodo di inconferibilità per chi passa da incarichi politici alla gestione di servizi pubblici locali. In sintesi: Mondello non può guidare l’ATM. Non è un’interpretazione giurisprudenziale astrusa né una postilla scritta in aramaico antico, ma la norma cardine del terreno su cui Palazzo Zanca si stava muovendo. In stile di lubraniana memoria, la domanda sorge spontanea: ma nessuno ha controllato prima? Ma davvero? Ma è così che si fanno le cose nella buona amministrazione?
Quanto accaduto, ormai trito e ritrito dai giornali, tanto da diventare un piccolo intoppo, svuotato dalla retorica del “può capitare”, il problema si disvela di non poco conto, perché non è certo lo stop imposto che crea sensazione, che, tra l’altro, era il minimo sindacale per decenza e legalità. Il problema, lo strafalcione imperdonabile per una amministrazione virtuosa, semmai è il metodo. Prima si scelgono i candidati, si apparecchia la tavola politica e solo dopo, casualmente, si verifica se i commensali abbiano i requisiti di legge? Funziona così? No. E’ il contrario di come dovrebbe funzionare.
Una macchina amministrativa normale, in una città “normale” dovrebbe valutare prima le incompatibilità, per procedere solo poi a individuare i profili; invece qui si è scelta la governance per poi domandarsi, a tempo scaduto, se i nomi fossero giuridicamente spendibili. Roba da fare impallidire la stato libero di Bananas e fornire nuovi spunti comici per Woody Allen.
Ma, siccome al peggio non c’è fine, il caso Mondello è in ottima compagnia. Anche gli ex consiglieri Raimondo Mortelliti e Raffaele Rinaldo sono costretti a fare anticamera fino al 20 settembre per veder decadere la loro incompatibilità. Nulla di insormontabile, per carità, ma l’ennesima dimostrazione di come l’istruttoria preventiva sia stata saltata a piè pari. E Woody Allen muto.
Una esilarante ed al contempo preoccupante catena di scivoloni che trasforma una correzione tecnica in un disastro politico. Questa amministrazione si è sempre auto-celebrata come diversa dalle altre: “rapida, tecnica, padrona indiscussa delle procedure“. Una narrazione costruita sulla superiorità del metodo che ora fa a pugni con una realtà fatta di dilettantismo. Tragicomico.
L’imbarazzo cresce se si alza lo sguardo verso il vertice burocratico. Rossana Carrubba assomma in sé le cariche di Segretaria generale, Direttore generale e Segretaria della Città Metropolitana. Una concentrazione di potere e responsabilità ritenuta compatibile con le capacità della dirigente. Ma proprio per questo, come è possibile che, con una struttura così verticistica, con una professionista di tal fatta ( e di tal costo!), un ostacolo elementare di conferibilità come questo, non sia stato intercettato prima che i giochi politici venissero chiusi?
Se il sistema dei controlli preventivi era in ferie, qualcuno dovrà renderne conto. Se invece i paletti normativi erano noti ma si è scelto di ignorarli, tirando dritto con nomi palesemente ineleggibili, la toppa è perfino peggio del buco.
ATM, Messinaservizi, AMAM e Messina Social City non sono scatole vuote da usare per il risiko degli incarichi. Gestiscono servizi essenziali, risorse pubbliche e personale. I loro vertici dovrebbero emergere da procedure inattaccabili, non da una corsa interrotta dal casello normativo a due metri dal traguardo.
Ecco perché questo rinvio fa rumore. Fa crollare l’architrave della narrazione di Basile: la presunta impeccabilità. Governare significa prevedere i problemi, conoscere le regole prima di prendere decisioni e fare verifiche prima degli annunci. Altrimenti rimane solo la propaganda dell’efficienza. Ma come direbbe Fielding Mellish “però abbiamo le banane”…








