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L’Italia dei longevi e la frattura tra Nord e Sud: la mappa dell’aspettativa di vita e le nuove sfide per la salute

- 31/08/2026
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L’Italia si conferma uno dei Paesi più longevi al mondo, ma la carta d’identità della nostra salute restituisce l’immagine di una Nazione spaccata a metà. È quanto emerge dal nuovo report dell’Istat, significativamente intitolato «La salute: una conquista da difendere», che fotografa l’evoluzione dell’aspettativa di vita nel nostro Paese tra traguardi storici, divari territoriali e nuove emergenze cliniche.

Oggi la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,4 anni. Un traguardo costruito decennio dopo decennio: dal 1990 al 2024 gli uomini hanno guadagnato circa otto anni di vita media, raggiungendo quota 81,5 anni, mentre le donne hanno registrato un aumento di sei anni e mezzo, toccando gli 85,6 anni. Un dato ancora più eloquente arriva dall’età mediana alla morte, l’indicatore che divide esattamente a metà la popolazione tra chi scompare prima e chi dopo una determinata età. Nel 2023, questa soglia si è attestata a 81,6 anni per i maschi e a 86,3 per le femmine (con un dato generale di 84,4 anni per l’intera popolazione).

Tuttavia, l’elisir di lunga vita non è distribuito in modo uniforme lungo lo Stivale. Il report Istat mette in luce una forbice territoriale marcata, con circa quattro anni di differenza tra le aree più virtuose e quelle più in affanno. A guidare la classifica nazionale della longevità sono le Marche, con un’età mediana alla morte di ben 86,1 anni. Seguono a ruota Umbria (85,9), Molise e Toscana (85,7), Emilia-Romagna (85,5), e poi Abruzzo, Liguria, Basilicata e le regioni del Nord.

Il Mezzogiorno sconta invece un ritardo evidente. Al di sotto della media nazionale troviamo infatti regioni molto popolose come la Sicilia (83,3 anni) e la Sardegna (83,5), la Calabria (83,8), il Lazio (83,9) e la Puglia (84,1). A chiudere la graduatoria è la Campania, dove l’età mediana si ferma a 81,9 anni. Questa spaccatura geografica si riflette anche nei tassi di riduzione della mortalità: se tra il 1990 e il 2023 il Centro-Nord ha visto un crollo dei decessi superiore al 50%, nel Sud la discesa si è arrestata attorno al 35%. A livello nazionale, il calo è stato comunque drastico e pari al 43% per gli uomini e al 40% per le donne.

Gran parte di questo successo demografico deriva da un balzo in avanti straordinario sul fronte pediatrico. Se nel 1870 oltre 230 neonati su 1000 non arrivavano a spegnere la prima candelina, nel 2023 la mortalità infantile è crollata a 2,7 su 1000 nati vivi, portando l’Italia ai vertici mondiali per sicurezza delle nascite.

Eppure, il trionfo sulla mortalità precoce ha aperto un nuovo fronte. Vivere più a lungo, oggi, significa sempre più spesso dover convivere con patologie croniche. Le malattie tipiche dell’età avanzata colpiscono attualmente 13 milioni di italiani, delineando un quadro di multimorbilità che mette sotto pressione il sistema sociosanitario. I killer principali restano le malattie cardiovascolari, che incidono per il 30% dei decessi e guidano questa drammatica classifica sin dalla metà del Novecento, seguite dai tumori, responsabili di oltre un quarto delle morti (26,3%). Crescono anche le diagnosi di diabete e ipertensione, complice l’invecchiamento generale della popolazione, l’affinamento delle tecniche di screening precoce e, non da ultimo, la persistenza di stili di vita sedentari e poco salutari.

La longevità italiana richiede un ripensamento strutturale: la vera sfida dei prossimi decenni non sarà solo aggiungere anni alla vita, ma garantire qualità della vita e parità di cure da Nord a Sud.