
Ne scriviamo da prima della chiusura. Ci costò anche una querela, poi archiviata dalla Procura. Oggi la struttura comunale per anziani resta sbarrata, i lavori sono fermi e nessuno spiega perché. A chiedere risposte sono ancora Alessandro Russo e Dafne Musolino. Quasi soltanto loro.

Questo è un luogo che sta morendo lentamente. E senza fare rumore. Non crolla all’improvviso. Non produce macerie da fotografare, sirene, nastri rossi e dichiarazioni davanti alle telecamere. Semplicemente si è spento. Un luogo che si chiama Casa Serena.
Di Casa Serena scriviamo da tre anni e mezzo, da quando il residence comunale per anziani venne chiuso. Anzi, ne scrivevamo anche prima. Ricordo ancora quella visita dei Nas, le domande, gli articoli, le cose che evidentemente sarebbe stato preferibile non raccontare. Arrivò anche una querela. Finì archiviata dalla Procura. Rischi del mestiere. O, qualche volta, sistemi un po’ più sofisticati per suggerire il silenzio. Caduti nel vuoto, naturalmente.
Da allora sono trascorsi anni. Amministrazioni, annunci, promesse, rassicurazioni. E Casa Serena continua a essere chiusa. Tre anni e mezzo tutti visibili sui muri. L’umidità che avanza. Gli impianti che invecchiano. Le stanze vuote. Una struttura che nessuno utilizza per la funzione per la quale era stata costruita e che, proprio perché inutilizzata, diventa ogni mese più costosa da recuperare. Il tempo, negli edifici abbandonati lavora lentamente ed inesorabilmente poi presenta il conto.
Ancora oggi non è dato sapere con chiarezza perché i lavori siano fermi, quale sia il cronoprogramma reale, quando Casa Serena tornerà ad accogliere gli anziani, quanto altro denaro occorrerà spendere per rimettere in sesto ciò che nel frattempo continua inevitabilmente ad ammalorarsi. Il bando era stato annunciato, più volte, era quasi pronto. Questione di poco, ma poi il poco è diventato molto. E il molto è diventato niente. Casa Serena, niente. Sul suo futuro si era battuta anche la senatrice Dafne Musolino. Con insistenza e con quel piglio che le appartiene aveva chiesto informazioni, tempi, risposte. Aveva ricevuto rassicurazioni istituzionali dall’amministrazione composta, in larga parte, da quelli che c’erano allora e da quelli che continuano ad esserci oggi. Il bando sarebbe arrivato presto, che è una delle parole più pericolose della politica messinese, perché a Messina il “presto” qualche volta dura anni.
Nel frattempo gli anziani ospitati a Casa Serena vennero trasferiti all’Ipab Collereale. Qualcuno allora utilizzò persino una parola terribile: “deportati”. Una parola certamente durissima, ma che raccontava lo smarrimento di persone anziane costrette a lasciare quella che per loro non era semplicemente una struttura assistenziale. Era casa. Questo il particolare che troppo spesso scompare dietro determine, contratti di servizio, capitoli di bilancio e comunicati. Dentro Casa Serena non vivevano numeri ma persone anziane che avevano abitudini, stanze, amicizie, riferimenti. Persone fragili per le quali uno spostamento non è mai soltanto uno spostamento. E quel trasferimento continua ad avere un costo. Un costo che, direttamente o indirettamente, ricade sulla comunità messinese mentre il patrimonio pubblico resta inutilizzato.
Un paradosso perfetto: pagare perché una struttura comunale destinata agli anziani rimanga chiusa. Mentre si acquisisce, persino, una nuova struttura per la Messina Social City che gestisce (anzi detiene inutilmente) Casa Serena chiusa. Il Don Bosco poteva essere utilizzato per altro? Sarà davvero utilizzato?
Adesso torna sulla vicenda Alessandro Russo, consigliere comunale del Partito Democratico. Come Dafne Musolino, una voce nel silenzio e fin troppo avversata. Ma oggi i nodi vengono al pettine ed al contempo viene quasi spontaneo domandarsi dove siano tutti gli altri, dove sono stati finora. Perché Casa Serena dovrebbe essere un problema politico enorme. Dovrebbe riguardare maggioranza e opposizione. Dovrebbe riguardare chiunque pronunci almeno una volta le parole “servizi sociali”, “anziani”, “fragilità”, “welfare”. E invece intorno a Casa Serena sembra essersi costruita una gigantesca zona di silenzio.

Russo usa parole pesanti: parla di «vero e proprio nulla amministrativo», di «oblio», di una struttura «sparita dalle priorità politiche» delle amministrazioni a trazione De Luca fino al Basile bis. Ricorda di avere denunciato già nel dicembre 2025 l’ammaloramento dell’immobile, i cantieri fermi, il trasferimento degli anziani e gli aggravi di spesa per il Comune. Ma solleva soprattutto un punto politico che merita attenzione. Nei due schemi del contratto di servizio con Messina Social City approvati negli ultimi mesi del 2025, sostiene Russo, sarebbe stata eliminata persino la previsione del servizio di “casa di cura per anziani”. Non soltanto Casa Serena chiusa, dunque. Persino la sua funzione che rischia di scomparire dalle carte. Ora si avvicina la discussione del terzo schema di contratto di servizio e Russo annuncia che, insieme al gruppo del Pd, chiederà di reinserire prioritariamente il servizio residenziale per anziani tra quelli che l’Azienda speciale dovrà garantire. Ma resta una domanda. Perché Casa Serena è ancora chiusa? Perché i lavori sono fermi? Quali somme sono disponibili? Quali sono state perdute? Ci eravamo fermati alle verifiche antisismiche che erano state commissionate per la seconda volta (!) e delle quali non c’è notizia. Non servono altre rassicurazioni. Ne abbiamo ascoltate abbastanza. Adesso servono risposte. Tre anni e mezzo, per un’amministrazione, possono essere una parentesi, una pratica rimasta su qualche scrivania o un problema da rinviare alla prossima riunione. Per un anziano e per le loro famiglie sono un pezzo enorme della vita. E forse è proprio questa la parte più amara della storia di Casa Serena.
Mentre la politica misura il tempo in mandati, delibere, bandi e contratti di servizio, la vecchiaia lo misura diversamente. Lo misura in giorni, ore e minuti. Speranza che diventa rassegnazione e giorni che nessuno può restituire.
GIUBE









