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Il fascicolo, i veleni e quei 100mila euro: il caso Bisogni-Toscano si ferma al Tribunale di Messina

- 29/08/2026

Il Riformista racconta l’ultimo capitolo di una storia nata nel 2012 a Siracusa e passata attraverso Piero Amara, il “Sistema Siracusa”, una condanna, la prescrizione e infine l’abolizione dell’abuso d’ufficio.

Marco Bisogni, oggi consigliere del Csm, aveva chiesto un maxi risarcimento all’ex procuratore aggiunto Giuseppe Toscano. Il Tribunale ha dichiarato la domanda inammissibile. E dietro quella parola riemerge una vicenda giudiziaria lunga quattordici anni.

Un fascicolo. Una toga. Centomila euro. E, alla fine, tutto si conclude con una parola secca: inammissibile. E’ una storia giudiziaria durata quattordici anni fatti di carte, accuse, processi, prescrizioni, ricorsi. Con sullo sfondo la figura controversa di Piero Amara. Sullo sfondo il “Sistema Siracusa”. C’è un magistrato che sostiene di essere stato privato della propria autonomia investigativa ed un altro magistrato che viene accusato, condannato in primo grado, poi vede il reato prescritto e infine cancellato dal codice penale. E alla fine resta una causa civile. O meglio: non resta neppure quella.

A riportare l’ultimo capitolo della vicenda è Giovanni M. Jacobazzi su Il Riformista del 28 agosto, nell’articolo dal titolo eloquente “Mi togli il fascicolo? E io ti chiedo il risarcimento!”. Una storia poco conosciuta, scrive il quotidiano, che coinvolge Marco Bisogni, oggi componente togato del Consiglio superiore della magistratura, e Giuseppe Toscano, ex procuratore aggiunto di Catania. Il Tribunale civile di Messina, riferisce Il Riformista, con un’ordinanza emessa nel luglio scorso ha dichiarato inammissibile la domanda con la quale Bisogni chiedeva a Toscano un risarcimento di 100 mila euro per il danno personale e professionale che avrebbe subito a causa della coassegnazione di un’inchiesta che, inizialmente, era affidata soltanto a lui. Una richiesta pesante cui è seguita una risposta altrettanto pesante. Ma per comprenderla bisogna tornare indietro. Molto indietro.

Tutto comincia con Amara

Siamo nel 2012. Marco Bisogni è sostituto procuratore a Siracusa. Ha un procedimento che riguarda Piero Amara e la moglie, legato alla società Gida. Bisogni è il titolare del fascicolo. Poi accade qualcosa. Il procuratore di Siracusa Ugo Rossi decide di affiancargli un altro magistrato, Giancarlo Longo, coassegnando il procedimento. Quella scelta avrebbe successivamente alimentato uno degli episodi più controversi della tormentata stagione giudiziaria siracusana. La coassegnazione fu ritenuta illegittima anche dal Csm, secondo le ricostruzioni giornalistiche dell’epoca. Bisogni vive quella decisione come una sottrazione di autonomia. Non un semplice problema organizzativo bensì come un vulnus professionale. Anni dopo sarà proprio Amara a fornire la versione destinata a trascinare Giuseppe Toscano dentro il procedimento penale.

Il 24 aprile 2018, interrogato dai magistrati, Amara racconta che sarebbe stato Toscano a intervenire presso Rossi affinché l’inchiesta non rimanesse nelle sole mani di Bisogni ma venisse coassegnata a Longo. Il Riformista aveva già ricostruito nel 2021 quelle dichiarazioni e il successivo iter giudiziario. Toscano ha sempre contestato la ricostruzione.

Amara parla. Toscano finisce sotto processo. Bisogni diventa parte civile. Una linea sottile separa, da quel momento, chi ritiene di avere subito un condizionamento da chi sostiene di essere stato ingiustamente accusato di averlo provocato.

La condanna. Poi la prescrizione

Nel 2019 il Tribunale di Messina condanna Giuseppe Toscano a un anno e sei mesi per concorso in abuso d’ufficio. La pena viene sospesa. La difesa annuncia appello e continua a respingere ogni addebito. Ma il processo cambia volto, infatti, in appello arriva la prescrizione.

E intanto emerge un altro capitolo singolare: la posizione di Amara, indicato come concorrente nella vicenda, era stata separata e archiviata per prescrizione molto prima. Su questa anomalia Toscano ha combattuto un’altra battaglia. Nel 2023 Il Giornale riportò un provvedimento del gip di Reggio Calabria Giovanna Sergi, chiamata a valutare proprio quanto accaduto a Messina. Secondo quella ricostruzione, il giudice riconobbe che nella prescrizione applicata ad Amara era stato commesso un errore, ritenendolo tuttavia privo di intenzionalità e non ravvisando reati a carico dei magistrati coinvolti. Un errore, quindi, ma senza reato. Una prescrizione per Amara ed un processo per Toscano, e nel mezzo Bisogni, che chiedeva di essere risarcito.

Poi il reato scompare

La storia subisce un altro rovesciamento nel 2024. La legge Nordio, n. 114 del 9 agosto 2024, entra in vigore il 25 agosto e cancella l’articolo 323 del codice penale: l’abuso d’ufficio viene abrogato. La conseguenza, sul piano penale, è radicale: il fatto non può più essere punito come abuso d’ufficio. Secondo la ricostruzione pubblicata da Il Riformista e confermata anche da successive cronache giudiziarie, Toscano viene definitivamente prosciolto sul piano penale in conseguenza dell’abolizione del reato.

La richiesta economica di Bisogni, però, sopravvive. Il consigliere del Csm sostiene di avere subito un danno perché quella coassegnazione lo avrebbe privato della piena autonomia nella conduzione delle indagini. La cifra richiesta da Bisogni a titolo risarcitorio è di 100 mila euro.

La legge dice: si agisce contro lo Stato

Il punto giuridico dell’ordinanza raccontata da Il Riformista è probabilmente il passaggio più interessante dell’intera vicenda. La responsabilità civile dei magistrati non segue infatti le normali regole della responsabilità tra privati. La legge 117 del 1988, la cosiddetta legge Vassalli, ha costruito un sistema particolare: chi sostiene di avere subito un danno per un comportamento, un atto o un provvedimento compiuto da un magistrato nell’esercizio delle funzioni agisce, in linea generale, contro lo Stato. Sarà eventualmente lo Stato, nei casi previsti, a esercitare successivamente l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato. L’azione diretta contro il magistrato è prevista dall’articolo 13 della stessa legge in una situazione diversa e molto più delimitata: quando il danno deriva da un fatto costituente reato commesso dal magistrato nell’esercizio delle funzioni. La stessa Corte costituzionale ha più volte ricordato che la regola è la responsabilità diretta dello Stato e che l’azione contro il singolo magistrato rappresenta l’eccezione collegata al fatto penalmente rilevante. E l’abuso d’ufficio contestato a Toscano, nel frattempo, non esiste più. Pertanto, secondo quanto riferisce Jacobazzi, il Tribunale di Messina ha dunque ritenuto che la controversia dovesse essere ricondotta alla disciplina speciale sulla responsabilità civile dei magistrati e ha dichiarato inammissibile la domanda proposta direttamente contro Toscano. Non una pronuncia, quindi, sull’esistenza o meno del danno lamentato da Bisogni., perché prima ancora viene chiusa la porta processuale scelta per chiederlo.

In questa vicenda giudiziaria travagliata resta soprattutto un dato: la domanda risarcitoria da 100 mila euro avanzata da Marco Bisogni direttamente contro Giuseppe Toscano, secondo quanto pubblicato da Il Riformista, è stata dichiarata inammissibile dal Tribunale di Messina. Non significa che il Tribunale abbia riscritto ciò che avvenne nel 2012. Quella pretesa non poteva essere fatta valere in quel modo contro Toscano.

Alla fine, dopo Amara, Rossi, Longo, Bisogni, Toscano, il processo penale, la prescrizione e l’abolizione dell’abuso d’ufficio, a pronunciare l’ultima parola non è stata un’accusa. È stata una regola che ha chiuso il fascicolo.