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Pistunina – La strada si riapre, la città no…

- 13/08/2026

A Messina si fermano le ricerche nella palazzina crollata a Pistunina: quattro vittime restituite alla terra, due ancora sotto le macerie del silenzio

Editoriale di Giuseppe Bevacqua

Si è chiuso, nel tardo pomeriggio di ieri, un capitolo che a Pistunina si è scritto giorno dopo giorno, ora dopo ora, per quasi due settimane: i vigili del fuoco smontano le tende dell’area gialla, ritirano i mezzi che per quattordici giorni hanno scavato senza sosta tra i calcinacci di via Giorgio La Pira, liberano il piazzale del supermercato di fronte all’area rossa, e stasera, forse, anche la strada tornerà ad essere una strada qualunque, senza transenne, senza divise, senza quel silenzio innaturale che si posa sulle cose quando sotto ci sono dei corpi che nessuno ha ancora ritrovato.

Trenta uomini, i cani, i droni, le squadre Usar, gli specialisti che scavano dove le macerie sono più fitte: da quel 30 luglio in cui la palazzina ha ceduto su sé stessa senza preavviso, come cedono le cose che nessuno ha mai davvero controllato, Messina ha aspettato con un misto di pietà e di rabbia. Sono quattro le vittime che le ruspe e le mani hanno restituito alla città: Alessandra Frazzica, giovane commessa, riposa già al Camposanto. Carmelo Leone e le sorelle Sara e Rosa Leone attendono che la famiglia, dopo il lutto, trovi la forza di seppellirli. Restano sotto le macerie, o forse in quei frammenti biologici che ora il Ris analizza per il confronto del Dna, Santino Magazzù e Lhairu Warnakulasuriya. Per loro, ancora oggi, non c’è certezza. Solo l’attesa di un’identità da restituire a chi non c’è più.

E mentre gli uomini con le pale si allontanano, mentre le macerie vengono ammassate nel parcheggio di uno stadio in attesa che i periti della Procura le interroghino sulle cause del crollo, la città fa quello che le città fanno sempre: va avanti. Ferragosto arriverà lo stesso. La Vara uscirà come ogni anno, festosa e sacra insieme, pagana e devota, e si fermerà — questo sì, un minuto, forse due — a ricordare chi sotto quella palazzina non ci doveva stare, non in quel modo, non per un cedimento che tre indagati dovranno ora spiegare a un magistrato.

Non è indifferenza, questa continuità della vita normale. È soltanto la sua natura, ostinata e un po’ crudele: la festa non aspetta il lutto, il lutto non ferma la festa, e le due cose convivono fianco a fianco come convivono, in questi giorni a Messina, il negozio che riapre e la famiglia che ancora non sa dove seppellire i propri morti.

La strada si apre. Il traffico tornerà a scorrere su via Giorgio La Pira come se niente fosse, e in un certo senso è giusto così, perché le città non possono restare ferite aperte per sempre. Ma sotto l’asfalto nuovo, sotto il rombo delle macchine che passeranno senza saperlo, resterà per chi lo sa una ferita che nessuna riasfaltatura potrà davvero richiudere: il ricordo di due nomi che per ora sono solo un’attesa, e di una famiglia — la famiglia Leone — che dovrà organizzare in una volta sola i funerali di tre persone care, vittime insieme di un crollo e di quella incoscienza che, ancora una volta, qualcuno dovrà spiegare.