
Da sei giorni Fontanarossa respira cenere invece che aerei, e Musumeci torna a dire una cosa che diceva già ventisette anni fa
Sono giorni, ormai quasi una settimana, che l’Etna non concede tregua. Da lassù, dal cratere Voragine, che ha aperto una via nuova e più rapida al magma delle profondità, scende un pennacchio che il vento — questa volta da nord, non più da sud-est come in passato — spinge dritto sulle piste di Fontanarossa. Sotto, migliaia di persone dormono per terra, si accampano sui nastri dei bagagli, aspettano un annuncio che non arriva mai, mentre fuori, tra i filari neri dell’Etna, la montagna continua a fare quello che ha sempre fatto: vomitare fuoco e polvere verso il cielo, indifferente ai tabelloni delle partenze.
Settecento voli saltati in sei giorni. Oltre duecentocinquanta dirottati su Palermo, Trapani, Comiso. Bus straordinari, brandine, acqua distribuita dalla Protezione civile, un nucleo di coordinamento che sposta ogni poche ore la scadenza dello stop — prima le diciassette, poi le ventuno, poi le due di notte del 14 agosto — come si sposta la lancetta di un orologio che segna un tempo che non è il nostro, ma quello della montagna. E la montagna, si sa, non ha fretta. E, soprattutto, che non gliene frega niente dei tuoi programmi, men che meno di aerei che vanno via, che non possono atterrare.
In mezzo a questo caos è arrivata la voce del ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, e non è una voce qualunque: è quella di chi, da presidente della Provincia di Catania, aveva scritto la stessa cosa già nel 1999. “Non lo ricordo — dice — per rivendicare primogeniture, ma per un invito alla riflessione“. Eppure la memoria, in questi casi, pesa più della cronaca: perché quasi trent’anni fa quello studio per un nuovo scalo nella Piana tra Catania ed Enna esisteva già, era scritto, era stato pensato al servizio di sette province su nove, e nessuno lo prese sul serio. Restò carta.
Da allora il traffico aereo è cresciuto, i turisti sono aumentati, la reputazione dello scalo orientale si è più volte incrinata sotto la stessa cenere che oggi torna a cadere. Trent’anni buttati a fare finta che il problema non ci fosse, mentre il problema, tutto sommato, se ne stava lassù, tranquillo e paziente, aspettando solo il vento giusto per tornare a farsi vedere.
Ad essere fuori posto non è il vulcano, ma l’aeroporto: la frase di Musumeci è diretta e senza appello, proprio perché rovescia l’ordine naturale delle colpe. Non si può dare della bestia all’Etna, che fa esattamente quello che ha sempre fatto da centinaia di migliaia di anni; né si può accusare chi progettò Fontanarossa, che allora rispondeva a logiche sensate. Ma i fatti restano fatti, e i fatti di questi giorni — i settecento voli, i passeggeri sui pavimenti, gli aerei deviati come pacchi smarriti da uno scalo all’altro dell’isola — dicono una cosa sola, semplice: si è costruito troppo vicino a qualcosa che non smetterà mai di ricordarci che è più grande di noi.
Non si tratta di riprendere pari pari l’idea di ventisette anni fa. Si tratta di decidere, una volta per tutte e con uno sguardo lungo, che ruolo vuole avere la Sicilia nella mobilità aerea di domani — prima che il vento torni a girare, e la montagna a scrivere, con la sua cenere, l’ennesimo capitolo di una storia già letta.








