Riceviamo e pubblichiamo.
A Messina si moltiplicano le querele nei confronti di chi, esercitando democraticamente il diritto di critica e di denuncia, documenta fatti e circostanze riguardanti la gestione del bene comune.
Il bene comune rappresenta l’insieme delle condizioni sociali, economiche e culturali che consentono a ogni persona di svilupparsi pienamente. Nella sua accezione moderna riguarda anche la gestione responsabile delle risorse pubbliche, dell’ambiente e dei servizi essenziali. Ne consegue che gli amministratori, eletti e retribuiti dai cittadini, hanno il dovere di rendere conto delle proprie azioni alla collettività.
La denuncia sociale, del resto, ha sempre utilizzato diversi linguaggi. In Sicilia la pittura ne è stata uno strumento potente. Ne è un esempio “I Carusi”, il dipinto realizzato nel 1905 da Onofrio Tomaselli e oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo. L’opera racconta la sofferenza dei bambini impiegati nelle miniere di zolfo, costretti a trasportare pesanti carichi in condizioni disumane.
Tomaselli visse a contatto con i minatori per rappresentare quella realtà e denunciare lo sfruttamento minorile, richiamando anche la tragedia della miniera di Gessolungo del 1881, nella quale persero la vita numerosi giovanissimi lavoratori.
Alla pittura si affiancarono la letteratura, il giornalismo, la fotografia e il cinema. Autori come Luigi Pirandello raccontarono l’orrore delle zolfare, mentre le inchieste di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino contribuirono a portare alla luce un sistema fondato sull’assenza di tutele e sui soprusi. Quelle denunce aiutarono a sensibilizzare l’opinione pubblica e a promuovere i primi interventi contro il lavoro minorile.
Ho sempre utilizzato le mie capacità artistiche per raccontare le condizioni dei migranti, dei senzatetto, delle famiglie che vivono nelle baracche, delle persone fragili e delle vittime delle guerre. Ho ricordato attraverso le mie opere ricorrenze come il 25 aprile e il Giorno della Memoria e ho denunciato quanto accade a Gaza.
Oggi, tuttavia, mi ritrovo destinataria di cinque querele presentate da chi dovrebbe rispondere ai bisogni delle persone più deboli. Si trova il tempo per querelare, ma spesso non quello per rispondere a chi vive quotidianamente situazioni di sofferenza.
Sono stata querelata dopo aver denunciato le condizioni dei senzatetto e aver chiesto, per otto anni, chiarimenti sulla gestione delle risorse loro destinate. Ho raccontato la vicenda di una coppia costretta a vivere in automobile, chiesto trasparenza sui premi di produzione nelle società partecipate e dato voce ai tirocinanti privi di adeguate tutele.
Ho sostenuto lavoratori licenziati o impossibilitati a usufruire dei benefici previsti dalla legge 104 per assistere i figli con disabilità. Vicende che, in alcuni casi, hanno avuto riscontri giudiziari favorevoli ai lavoratori.
Ho chiesto correttezza nell’erogazione dei servizi, denunciato le condizioni di famiglie con minori e persone con disabilità, sollecitato l’apertura di un Centro diurno per le persone nello spettro autistico e posto il problema dell’accesso allo sport per le categorie più svantaggiate.
Mi sono inoltre battuta affinché la compartecipazione richiesta alle famiglie fosse calcolata sulla base dell’Isee e non dell’Ise.
Cinque querele perché sono una voce scomoda? Cinque querele perché pongo domande alle quali qualcuno non vuole rispondere?
Una cosa è certa: continuerò a dare voce a chi non ne ha o non è nelle condizioni di autodeterminarsi, utilizzando strumenti legali e corretti. Non ho mai tratto vantaggi personali dai bisogni delle persone. Al contrario, continuerò a informare la cittadinanza anche sui tentativi di utilizzare le azioni giudiziarie per mettere a tacere una voce libera.
Paolo Borsellino ricordava che si muore soprattutto quando si viene lasciati soli. Aggiungo che ci si sente abbandonati anche quando, invece di ricevere risposte dalle istituzioni, si ricevono querele.
Sono consapevole del rischio di isolamento. Ma ogni denuncia rischia di diventare vana se alle parole e ai fatti documentati non segue una concreta e responsabile reazione istituzionale.





