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La Commissione dei 75 – Quando la politica seppe costruire con la Costituzione il futuro nell’interesse del vero bene comune: ottant’anni dalla lezione immortale fatta di valori politici e morali perduti

- 21/07/2026
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Tra le macerie del fascismo e della guerra, cattolici, comunisti, socialisti, liberali e repubblicani trasformarono il conflitto in un patto costituzionale. Una lezione ancora decisiva per un’Italia che troppo spesso confonde la forza della maggioranza con il possesso delle istituzioni

di Giuseppe Bevacqua

Ottant’anni fa la politica italiana fece qualcosa che oggi potrebbe apparire quasi rivoluzionario: si fermò, discusse, ascoltò e costruì. Non cercò il titolo del giorno dopo. Non inseguì il consenso istantaneo. Non considerò l’avversario un nemico da espellere dalla comunità nazionale. Si assunse, invece, la responsabilità più alta: dare forma giuridica e morale a un Paese uscito dalla dittatura, devastato dalla guerra e attraversato da fratture ideologiche profondissime. Una lezione di altissima Politica, con la “p” maiuscola, da tenere a mente oggi anche alle nostre latitudini e da applicare anche a ben più minime vicende.

Era sabato 20 luglio 1946 quando si riunì per la prima volta la Commissione per la Costituzione, passata alla storia come Commissione dei 75. Da quella stanza, da quelle votazioni e da quel confronto cominciò il percorso che avrebbe condotto alla Costituzione repubblicana. Non si trattava semplicemente di scrivere un insieme di norme. Bisognava decidere quale Italia dovesse sorgere dalle rovine di quella precedente.

Il 2 giugno 1946 gli italiani avevano scelto la Repubblica ed eletto l’Assemblea Costituente. Il 15 luglio l’Assemblea deliberò la nascita di una Commissione composta da 75 deputati, incaricata di «elaborare e proporre il progetto di Costituzione». Il 19 luglio il presidente dell’Assemblea, Giuseppe Saragat, comunicò i nomi dei componenti e convocò la Commissione per il giorno successivo. Quel sabato cominciò la Repubblica.

Il verbale manoscritto della prima riunione restituisce quasi fisicamente la solennità di quel momento. La seduta si aprì sotto la presidenza del decano Giovanni Porzio, mentre Nilde Iotti svolse inizialmente le funzioni di segretaria. Dopo l’appello nominale si procedette all’elezione dell’Ufficio di presidenza.

Meuccio Ruini ottenne 47 voti e fu proclamato presidente. Furono eletti vicepresidenti il democristiano Umberto Tupini, il socialista Gustavo Ghidini e il comunista Umberto Terracini. Tre uomini provenienti da culture politiche radicalmente differenti, chiamati non a cancellare le rispettive identità, ma a metterle al servizio di una casa comune. Altro esempio questo da considerare attualità preziosa della quale si è persa la traccia.

Anche l’elezione dei segretari contiene un dettaglio storico che merita di essere precisato. Tomaso Perassi, Enrico Molè e Francesco Marinaro risultarono inizialmente i più votati. Molè, tuttavia, dichiarò di non poter accettare l’incarico a causa degli impegni professionali. La Commissione procedette quindi a una nuova votazione, al termine della quale fu eletto Giuseppe Grassi. L’Ufficio di presidenza risultò così composto, per la segreteria, da Perassi, Grassi e Marinaro.

Può sembrare una precisazione marginale. Non lo è. La democrazia costituzionale nasce anche dalla fedeltà ai verbali, dal rispetto dei fatti, dalla distinzione tra ciò che fu proposto, ciò che fu votato e ciò che divenne effettivamente definitivo. La Costituzione non nacque da una leggenda. Nacque da procedure, responsabilità e parole pesate. Ma soprattutto dal perseguimento del vero bene comune senza sottenderlo neanche per un momento ad interessi personali o di bottega. Lezione attualissima anche questa.

Nei giorni successivi la Commissione venne articolata in tre Sottocommissioni.

La prima, presieduta da Umberto Tupini e assistita dal segretario Giuseppe Grassi, affrontò i diritti e i doveri dei cittadini. Vi lavorarono, tra gli altri, Aldo Moro, Nilde Iotti, Lelio Basso, Giuseppe Dossetti, Palmiro Togliatti, Giorgio La Pira e Concetto Marchesi.

La seconda, presieduta da Umberto Terracini con Tomaso Perassi segretario, si occupò dell’organizzazione costituzionale dello Stato: Parlamento, Presidenza della Repubblica, Governo, magistratura, autonomie e meccanismi di garanzia. Ne fecero parte personalità come Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Luigi Einaudi, Giovanni Leone, Gaspare Ambrosini ed Emilio Lussu.

La terza, guidata da Gustavo Ghidini e Francesco Marinaro, fu dedicata ai rapporti economici e sociali. Vi parteciparono, fra gli altri, Amintore Fanfani, Giuseppe Di Vittorio, Teresa Noce, Angelina Merlin e Maria Federici.

Dietro quella ripartizione vi erano tre domande essenziali.

Quali libertà devono essere riconosciute alla persona? Come deve essere organizzato il potere affinché non torni a trasformarsi in arbitrio? Quali responsabilità assume la Repubblica davanti alle diseguaglianze economiche e sociali?

Sono le stesse domande che ogni democrazia dovrebbe continuare a porsi. Soprattutto quando crede, erroneamente, di avere ormai acquisito per sempre le risposte. Sono le domande che dovrebbero guidare ogni governo in ogni suo atto e manifestazione. Valore e identità morale che sembra essere caduta di mente, evaporata di fronte a sempre più minuscole logiche ipocritamente egoistiche e personali.

La grandezza della Commissione dei 75, infatti, non consistette nell’unanimità. I Costituenti erano divisi su quasi tutto: forma dello Stato, ruolo dei partiti, proprietà privata, rapporti economici, autonomie regionali, bicameralismo, scuola, famiglia, religione e magistratura. Discutevano duramente perché rappresentavano visioni differenti della società. Ma possedevano una consapevolezza che oggi sembra essersi indebolita: una Costituzione non può essere la legge privata della maggioranza del momento. Deve essere il limite che ogni maggioranza accetta di porre a sé stessa.

I cattolici non scrissero una Costituzione confessionale. I comunisti non scrissero una Costituzione socialista. I liberali non imposero uno Stato indifferente alle diseguaglianze. Ciascuna cultura politica rinunciò a una parte della propria autosufficienza ideologica per riconoscere nell’altra una componente legittima della nuova Repubblica.

Pertanto la Carta che ne derivò non fu un compromesso al ribasso. Fu un compromesso costituzionale nel significato più alto del termine: non la spartizione di un potere, ma la fondazione dei suoi limiti.

Il progetto elaborato dalla Commissione fu presentato il 31 gennaio 1947. Seguì il lungo esame dell’Assemblea Costituente, che modificò, integrò e affinò il testo. Il 22 dicembre 1947 la Costituzione fu approvata a scrutinio segreto con 453 voti favorevoli e 62 contrari. Venne promulgata da Enrico De Nicola il 27 dicembre ed entrò in vigore il primo gennaio 1948.

La Carta nata da quel lavoro non si limita a impedire il ritorno della dittatura. Non costruisce soltanto argini contro l’abuso del potere. Indica anche una direzione.

Non promette che tutti saranno uguali nelle condizioni di partenza. Ordina alla Repubblica di intervenire affinché la libertà non rimanga il privilegio teorico di chi possiede già gli strumenti per esercitarla. Perché un diritto scritto ma irraggiungibile non è ancora un diritto pienamente realizzato.

La distanza dall’Italia di oggi

Ottant’anni dopo, quella lezione dovrebbe essere osservata senza retorica celebrativa.

La Costituzione viene spesso citata come si cita un’autorità da arruolare nella polemica del giorno. Tutti la invocano. Pochi accettano davvero di esserne limitati. La si difende quando protegge la propria parte e la si considera un ostacolo quando rallenta le ambizioni del potere.

Eppure la sua funzione è esattamente questa: impedire che la velocità sostituisca la legittimità, che l’investitura elettorale cancelli i contrappesi, che il dissenso venga considerato un intralcio e che il Parlamento sia ridotto a luogo di ratifica di decisioni già assunte altrove. La politica contemporanea misura troppo spesso la propria efficacia con la capacità di occupare lo spazio pubblico, dominare la comunicazione, imporre una narrazione. I Costituenti misuravano la propria responsabilità con la durata delle regole che stavano scrivendo. Noi viviamo nella stagione dell’annuncio. Loro lavorarono per il tempo lungo, per i posteri.

Noi trasformiamo ogni confronto in una prova muscolare. Loro compresero che la forza di una democrazia non consiste nell’umiliazione dello sconfitto, ma nella sua permanenza dentro il perimetro delle istituzioni.

Personalmente ritengo che non bisogna santificare i Costituenti. Erano uomini e donne del proprio tempo, con limiti, omissioni, rigidità ideologiche e contraddizioni. La stessa Assemblea rappresentava un’Italia nella quale la presenza femminile restava esigua: soltanto 21 donne su 556 eletti, nonostante l’ingresso storico delle italiane nella cittadinanza politica nazionale. Ma proprio per questo il loro risultato appare ancora più significativo. Non erano infallibili. Non erano privi di interessi o appartenenze. Seppero, però, distinguere il programma di partito dal patto costituzionale, il governo contingente dalla Repubblica, la vittoria elettorale dal diritto permanente, il presente dal ben più alto valore del futuro. Ed è questo il metodo che l’Italia dovrebbe ricordare il 20 luglio 2026.

Pertanto, anche se la Costituzione può essere modificata, essa stessa stabilisce le procedure per farlo, non può e non deve essere trattata come una pratica amministrativa, una scorciatoia elettorale o il trofeo di una maggioranza. Ogni riforma costituzionale dovrebbe nascere dalla stessa domanda che accompagnò la Commissione dei 75: quale equilibrio garantirà libertà, rappresentanza e dignità anche a chi oggi non governa e domani potrebbe non avere voce? Dunque? La Repubblica comincia ogni giorno e dipende dalla levatura di chi la conosce e la applica. Anche da chi intende modificarla, ma con l’imperativo che abbia sempre e tassativamente cura di spiegare il valore comune e futuro di ogni eventuale modifica. Perché il 20 luglio 1946 non nacque il testo definitivo della Costituzione. Nacque qualcosa di forse ancora più importante: la decisione di costruirlo insieme. Fu il momento in cui culture politiche lontanissime riconobbero che nessuna di esse, da sola, poteva identificarsi con l’intera nazione. La Repubblica sarebbe appartenuta a tutti oppure sarebbe rimasta fragile. Ottant’anni dopo, la Commissione dei 75 non deve essere ricordata come una fotografia in bianco e nero o come una pagina solenne da affidare alle commemorazioni ufficiali. Deve essere considerata un termine di paragone. Ci ricorda che la politica può e deve essere più alta della propaganda. Che il compromesso è talvolta più nobile dell’imposizione. Che il dissenso non indebolisce necessariamente le istituzioni, ma può renderle più solide quando viene trasformato in regole condivise.

La Costituzione non è un monumento davanti al quale deporre una corona una volta l’anno. È un impegno quotidiano. Vive soltanto quando il potere accetta un limite, quando la dignità viene prima della convenienza, quando l’eguaglianza diventa sostanza e quando chi governa comprende di essere custode temporaneo delle istituzioni, non il loro proprietario.

Quel sabato di ottant’anni fa la politica italiana non scrisse soltanto il proprio futuro. Scrisse anche il giudizio con cui, ancora oggi, dovremmo misurarla, proteggerla ed applicarla.

di GIUSEPPE BEVACQUA