Revocata l’autorizzazione ZES al glamping di Tavolara Bay, ma il contenzioso resta aperto. Nell’isola la difesa del paesaggio si salda alla protesta contro i progetti energetici imposti, le servitù militari e il sostegno politico e industriale a Israele
di LUIGI BEVACQUA
La mobilitazione di Cala Finanza contro Tavolara Bay: vittorie legali, dibattito identitario e difesa del paesaggio sardo
Con la statale 125 trasformata in un lungo parcheggio improvvisato e l’accesso carrabile sbarrato dalle forze dell’ordine, l’arrivo a Cala Finanza si è trasformato in un cammino a piedi verso il mare. Qui, nel territorio di Loiri Porto San Paolo e in piena Area Marina Protetta di Tavolara, centinaia di cittadini giunti da ogni angolo della Sardegna si sono riuniti sotto temperature percepite di 38 gradi. L’occasione è stata la diciannovesima giornata di protesta contro l’edificazione del maxi resort a cinque stelle promosso dal gruppo Jhsf, un presidio che ha intrecciato successi amministrativi, tensioni politiche e un profondo richiamo alle radici culturali isolane.
Il presidio, concepito per durare ininterrottamente fino all’udienza del Tar fissata per l’8 luglio, ha potuto festeggiare in anticipo un risultato determinante. La Struttura di missione ZES, organo della Presidenza del Consiglio, ha infatti agito in autotutela annullando l’autorizzazione unica ZES n. 74/2026. Questo ritiro è arrivato in risposta all’azione legale della Regione Sardegna, guidata da Alessandra Todde, che aveva trascinato il Governo davanti ai giudici amministrativi.
Un traguardo celebrato dal Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) come un trionfo di “buon senso e legalità ambientale”, e ribadito dall’assessore regionale all’Urbanistica Francesco Spanedda, il quale ha ricordato che le norme urbanistiche non sono aggirabili tramite procedure straordinarie.
A livello locale, si è registrato un ulteriore cedimento: l’amministrazione del sindaco Francesco Lai ha revocato la delibera n. 50/2025, che in precedenza cancellava la tutela integrale dei luoghi. Tuttavia, i manifestanti mantengono alta la guardia e chiedono ora l’abolizione della delibera n. 58, colpevole di aver approvato una nuova variante urbanistica. Il primo cittadino, pur accogliendo con favore lo stop arrivato da Palazzo Chigi, ha respinto fermamente le richieste di dimissioni avanzate dalla piazza.
Militari e tensioni interne
Nel corso del pomeriggio, il fulcro della mobilitazione si è trasferito davanti al municipio di Porto San Paolo. Le autorità avevano infatti negato l’autorizzazione per un corteo su strada, temendo la paralisi del traffico sulla Statale 125 in piena stagione vacanziera. Dal megafono, il progetto di Tavolara Bay è stato inquadrato come l’apice di un modello di sfruttamento più ampio. Sotto accusa sono finiti il turismo d’élite (con riferimenti polemici a presunti pacchetti vacanza per militari israeliani), l’assalto delle multinazionali dell’energia attraverso sterminate distese di pale eoliche e pannelli agrivoltaici, e la perdurante servitù militare, testimoniata proprio in quelle ore da un’esercitazione della Marina in corso poco più a nord, tra La Maddalena e Caprera.
La piazza si è rivelata estremamente plurale, al punto da generare alcune fratture interne. Le invettive contro il “governo coloniale italiano” e i parallelismi con l’imperialismo internazionale (citando Libano e Palestina), uniti a spinte marcatamente indipendentiste, hanno spinto alcuni partecipanti a lasciare il presidio. Questi ultimi, infatti, non hanno condiviso gli attacchi frontali alle istituzioni, preferendo riconoscere il merito dell’attuale giunta regionale nell’aver ostacolato il progetto.
A rendere unica la giornata è stata la forte impronta visiva e identitaria, dalle tradizionali bandiere dei Quattro Mori fino alla sfilata di donne abbigliate da Janas, le figure mitologiche sarde poste a guardia spirituale del territorio. Ma a dominare il dibattito è stata la partecipazione di figuranti in abito da Mamuthones.
Il 18 luglio, Luciano Barone, sindaco di Mamoiada, si era pubblicamente dissociato dall’iniziativa. Il primo cittadino aveva chiarito che le tre associazioni ufficiali depositarie del rito non avevano aderito, ammonendo sui rischi di decontestualizzare la maschera: «La sua rappresentazione è affidata ad associazioni con regole e codici etici. Non possiamo condividere la scelta di singoli che utilizzano il mascheramento per sostenere cause ideologiche estranee al suo significato».
La risposta è arrivata sul campo da Raffaele Mulas, presente a Cala Finanza in veste di Mamuthone: «La maschera non è di un’associazione, ma di tutto il paese. Oggi siamo qui per dare l’esempio a chi deve tutelare la nostra cultura. I sindaci devono stare davanti al popolo, non nascondersi dietro un dito per favorire il dio denaro e gli speculatori. Noi non siamo vigliacchi e andremo avanti». Elena Pinna, esponente di Surra, ha replicato accusando le istituzioni locali di usare due pesi e due misure. Secondo il movimento le maschere vengono abitualmente usate per manifestazioni turistiche, carnevali estivi ed eventi privati, mentre la loro presenza volontaria in una protesta per la difesa della terra restituirebbe alla tradizione il suo originario significato comunitario.
Le voci dei cittadini e l’eredità di Ovidio Marras:
Il calore della partecipazione è stato testimoniato dalle storie di chi ha affrontato lunghi viaggi per esserci. Dalle giovani di Orani, entusiaste e grate a chi presidia la zona da settimane, fino a Sabrina e Silvio, giunti appositamente dall’asse Cagliari-Teulada promettendo di accorrere ovunque ci sia da proteggere l’Isola. Perplessità costruttive sono state espresse da Fabrizio, che ha sottolineato come il bersaglio non siano i turisti, bensì un modello di sviluppo elitario ed escludente, incompatibile con il benessere a lungo termine delle comunità locali.
A sigillare il senso profondo della giornata ci ha pensato uno striscione inequivocabile: “Siamo tutti Ovidio Marras”. L’omaggio al novantatreenne pastore di Teulada, deceduto nel gennaio del 2024 e diventato un’icona assoluta per le sue battaglie legali contro le lottizzazioni a Capo Malfatano, ha funto da collante per tutta la manifestazione. Un monito visibile che ha unito generazioni e provenienze diverse nell’imperativo di difendere la terra sarda.


di LUIGI BEVACQUA




