L’altissima percentuale di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi non descrive una generazione senza volontà, ma un sistema incapace di trasformare i diritti all’istruzione e al lavoro in opportunità reali.
di Vicky Amendolia e Letterio Grasso
Ventotto virgola uno per cento.
È questa la percentuale dei giovani messinesi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in alcun percorso formativo. Il dato comunale, riferito al 2021, colloca Messina al quarto posto tra i capoluoghi metropolitani italiani, dopo Catania, Palermo e Napoli. Nella terza circoscrizione la quota raggiunge addirittura il 32,8 per cento.
La distanza temporale della rilevazione non consente, tuttavia, di archiviarla come una fotografia del passato. I dati regionali più recenti confermano la persistenza del fenomeno: nel 2024 i NEET rappresentavano il 25,7 per cento dei giovani siciliani, contro una media nazionale del 15,2 per cento. Il tasso di occupazione dei siciliani tra 15 e 29 anni si fermava al 23,5 per cento, mentre la mancata partecipazione al lavoro raggiungeva il 47 per cento.
Da questi numeri discende una prima conclusione: quando quasi un giovane su tre rimane contemporaneamente fuori dalla scuola, dalla formazione e dal lavoro, non siamo più di fronte alla somma di singole fragilità personali, ma a una patologia collettiva. E una patologia tanto diffusa non può essere spiegata ricorrendo alla comoda caricatura di una generazione pigra, viziata o priva di ambizioni.
Nel Mezzogiorno, infatti, il 73,8 per cento dei NEET si dichiara interessato a lavorare; molti cercano un’occupazione da oltre un anno e rischiano di scivolare dalla disoccupazione allo scoraggiamento definitivo. Il problema, dunque, non è soltanto la disponibilità dei giovani a lavorare, ma la difficoltà di incontrare una domanda di lavoro adeguata, stabile e coerente con le competenze possedute.
La povertà educativa si eredita
La prima causa va cercata molto prima dell’ingresso nel mercato del lavoro.
A Messina il 14,6 per cento dei giovani tra 18 e 24 anni ha abbandonato precocemente gli studi, fermandosi alla licenza media. La percentuale sale al 24,8 per cento tra i figli di genitori privi di diploma e raggiunge il 20 per cento nella terza circoscrizione. Nelle scuole primarie cittadine soltanto il 15,5 per cento degli alunni frequenta istituti con rientro pomeridiano; nella sesta circoscrizione la quota precipita all’1,3 per cento.
Il sillogismo è difficilmente confutabile. Se la condizione economica e culturale della famiglia incide sulla possibilità di completare gli studi; se l’abbandono scolastico aumenta il rischio di esclusione dal lavoro; se i servizi educativi risultano più deboli proprio nei territori maggiormente svantaggiati, allora il fenomeno dei NEET non nasce a vent’anni, ma viene preparato molto prima, spesso fin dall’infanzia.
La scuola non può eliminare da sola le diseguaglianze sociali, ma può evitare di ereditarle e riprodurle. Quando, invece, mancano il tempo pieno, il sostegno alle famiglie, l’orientamento, la presenza di educatori e l’apertura pomeridiana degli istituti, l’origine familiare finisce per diventare una sentenza sociale.
Tra scuola e lavoro, il vuoto
La seconda causa è l’assenza di un collegamento organico tra istruzione, formazione professionale e sistema produttivo.
Troppi ragazzi terminano la scuola senza conoscere le reali opportunità del territorio; troppe imprese lamentano la mancanza di competenze che nessuno ha provveduto a formare; troppi corsi vengono finanziati sulla base dell’offerta degli enti formativi, anziché della domanda effettiva di lavoro.
Messina possiede un’università, un porto di rilevanza internazionale, attività cantieristiche, sanitarie, turistiche e commerciali, una collocazione geografica che dovrebbe favorire logistica, economia marittima, ricerca e rapporti mediterranei. Eppure queste potenzialità non sono state tradotte in una politica coordinata delle competenze.
Il risultato è un mercato del lavoro debole e frammentato, nel quale prevalgono occupazioni precarie, stagionali o scarsamente retribuite. Il giovane più preparato parte; quello più fragile resta, accumula rifiuti, smette di cercare e diventa statisticamente invisibile.
Il NEET è spesso proprio questo: non un giovane che ha scelto il nulla, ma un giovane che il sistema ha progressivamente smesso di cercare.
Diritti proclamati e diritti effettivi
La questione non è soltanto economica. È costituzionale.
L’articolo 3, secondo comma, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. L’articolo 4 non si limita a riconoscere il diritto al lavoro, ma impone di promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. Gli articoli 34 e 35 tutelano il diritto all’istruzione e la formazione professionale.
Non si tratta, quindi, di garantire astrattamente a ogni giovane la facoltà di iscriversi a una scuola o di presentarsi a un centro per l’impiego. Occorre che scuola, formazione e servizi per il lavoro siano concretamente accessibili, efficaci e capaci di accompagnarlo verso l’autonomia.
La distribuzione delle competenze non autorizza nessuno a chiamarsi fuori. Lo Stato deve fissare e garantire i livelli essenziali delle prestazioni; la Regione è titolare di funzioni decisive in materia di formazione professionale e politiche del lavoro; Comuni e Città metropolitane, secondo il principio di sussidiarietà, devono organizzare sul territorio servizi sociali, educativi e di prossimità.
Gli strumenti, almeno sulla carta, esistono. Il decreto legislativo n. 150 del 2015 ha riorganizzato la rete dei servizi per il lavoro; il programma GOL ha previsto livelli essenziali delle prestazioni e percorsi personalizzati; la Garanzia europea per i giovani stabilisce che ogni persona sotto i trent’anni dovrebbe ricevere, entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema educativo, un’offerta qualificata di lavoro, studio, apprendistato o tirocinio.
Se, nonostante norme, programmi e finanziamenti, la Sicilia continua a registrare percentuali tanto elevate, la domanda non è più quali strumenti manchino, ma perché quelli disponibili non riescano a raggiungere proprio i giovani più lontani dalle istituzioni.
Una politica diversa è possibile
La risposta non può consistere nell’ennesimo corso generico, nell’ennesimo tirocinio sottopagato o in un bonus destinato a esaurirsi senza lasciare competenze e occupazione.
Occorre innanzitutto individuare i giovani prima che scompaiano dai radar, creando a Messina una rete permanente tra scuole, università, servizi sociali, centri per l’impiego, imprese e Terzo settore. Bisogna intervenire già ai primi segnali di dispersione, rafforzare il tempo pieno nei quartieri più fragili, sostenere le famiglie e accompagnare individualmente chi abbandona gli studi.
La formazione professionale deve essere costruita sulla domanda reale del territorio: logistica portuale, economia del mare, manutenzione e sicurezza, turismo culturale, servizi sanitari e assistenziali, tecnologie digitali, energia e tutela ambientale. I finanziamenti pubblici dovrebbero essere valutati non sul numero degli iscritti ai corsi, ma sulle qualifiche conseguite e sui contratti di lavoro prodotti.
Servono, inoltre, trasporti accessibili, servizi per l’infanzia e misure di conciliazione, perché la condizione di NEET colpisce in modo particolare le giovani donne, soprattutto quando su di loro ricadono compiti familiari e di cura.
Infine, ogni livello istituzionale dovrebbe assumere obiettivi verificabili e pubblicare annualmente risultati, risorse spese, giovani raggiunti, percorsi conclusi e occupazioni ottenute. Senza valutazione, anche la politica più generosa rischia di diventare soltanto distribuzione di denaro.
Messina può essere il laboratorio dal quale iniziare, non perché sia un’eccezione, ma perché concentra in forma particolarmente evidente una questione che riguarda tutta la Sicilia.
I NEET non rappresentano il fallimento di una generazione.
Rappresentano il fallimento di istituzioni che hanno proclamato il diritto allo studio e al lavoro, ma non sono riuscite a costruire il ponte che conduce dall’uno all’altro.
E una Repubblica fondata sul lavoro non può rassegnarsi a lasciare un’intera parte della propria gioventù sospesa nel vuoto.




