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Voti, minacce e posti di lavoro: l’ombra del clan De Simone sulle elezioni di Priolo

- 30/06/2026

Un presunto patto all’ombra delle urne: sostegno elettorale in cambio di assunzioni. È questa la pesante ipotesi investigativa tracciata dalla Procura distrettuale antimafia di Catania, che ha scoperchiato i presunti legami tra il clan De Simone di Priolo Gargallo, nel Siracusano, e alcuni esponenti della politica locale. Un’inchiesta che ha portato in carcere cinque persone, ritenute i vertici e le figure operative della cosca, ma che vede indagati a piede libero anche tre volti noti della scena pubblica priolese: l’ex vice presidente del Libero Consorzio Comunale di Siracusa, Diego Giarratana, l’ex consigliere comunale Manuel Pinnisi e suo padre Giuseppe.

Per i tre esponenti politici la Procura aveva chiesto la misura cautelare, ma il Gip ha rigettato l’istanza ritenendo insussistente la gravità indiziaria necessaria, in particolare per quanto riguarda l’uso del “metodo mafioso” nel procacciamento dei consensi.

Il blitz e le accuse alla cosca

L’indagine ruota attorno alla presunta esistenza di un’associazione di stampo mafioso, denominata clan “De Simone” e radicata prevalentemente nel territorio di Priolo Gargallo. Le accuse, contestate a vario titolo ai cinque finiti dietro le sbarre e agli altri indagati, disegnano uno spaccato criminale a tutto tondo che spazia dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti, dalle estorsioni agli incendi. Ma è il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter del codice penale) a far tremare i palazzi della politica locale.

Il caso Giarratana: l’accordo, le pressioni e l’aggressione

La prima tranche elettorale dell’inchiesta riguarda Diego Giarratana, esponente dell’Mpa, ex vice presidente del Libero Consorzio e consigliere comunale nell’ultima legislatura (decaduta pochi mesi fa per la mancata approvazione del bilancio). Secondo la ricostruzione della Dda, in occasione delle amministrative del maggio 2023, il candidato della lista “Priolo Cambia” avrebbe stretto un accordo con Fabio e Dilan De Simone. Il presunto patto era chiaro: voti garantiti in cambio di una sistemazione lavorativa per uno dei membri del clan.

Le intercettazioni riportate nell’ordinanza svelerebbero mesi di asfissianti pressioni su Giarratana. Contatti diretti, richieste insistenti e tensioni che, secondo gli inquirenti, sarebbero culminate persino in un’aggressione fisica ai danni del politico, “colpevole” di ritardi nel rispetto degli impegni assunti. La vicenda si sarebbe sbloccata solo in un secondo momento, con la produzione di una documentazione che attestava la disponibilità ad assumere il De Simone in uno stabilimento balneare riconducibile alla famiglia del consigliere.

I Pinnisi e il “pacchetto di voti”

Analogo lo schema che avrebbe coinvolto la famiglia Pinnisi. Dilan De Simone, sempre in occasione dell’ultima tornata elettorale, avrebbe garantito un vero e proprio “pacchetto di voti” a Manuel Pinnisi, eletto in una lista civica collegata ad Alessandro Biamonte e poi avvicinatosi alle posizioni dello stesso Giarratana. La contropartita richiesta era l’assunzione di due familiari. A tessere la tela dei contatti, facendo da tramite, sarebbero stati il padre di Manuel, l’ex consigliere Giuseppe Pinnisi, e un altro parente, anch’egli indagato a piede libero.

Anche in questo caso, le promesse lavorative sarebbero rimaste disattese dopo l’elezione, scatenando le ire dei De Simone. Le cimici degli investigatori hanno registrato conversazioni dai toni accesi: i presunti esponenti del clan, lamentando il mancato adempimento degli accordi, sarebbero arrivati a prospettare richieste alternative, pretendendo direttamente del denaro.

Lo stop del Gip e la presunzione d’innocenza

Nonostante la gravità del quadro tracciato dall’accusa, i tre politici restano liberi. Il Giudice per le indagini preliminari ha infatti rigettato la richiesta cautelare smontando l’impianto limitatamente all’aggravante del reato contestato. Secondo il Gip, non vi è prova che Dilan De Simone si sia impegnato a reclutare consensi muovendosi come soggetto organicamente inserito in una consorteria e con modalità mafiose, requisito imprescindibile per configurare il reato di scambio elettorale politico-mafioso.

Tutte le imputazioni formulate restano al momento imputazioni provvisorie, frutto della tesi della Procura e non di accertamenti definitivi. Le posizioni degli indagati, per i quali vige la presunzione di innocenza, saranno vagliate ed esaminate nelle successive fasi del procedimento.