Il sindacato Orsa boccia il nuovo decreto del primo maggio: “Invece di adeguare le buste paga agli standard europei, si regalano fondi pubblici alle aziende. Paghe orarie ancora ferme a 6 euro”.

Nota Stampa ORSA Nazionale – Segreteria Generale
Il “Salario Giusto”, promosso dall’attuale Governo come soluzione alle disparità salariali che in Italia hanno determinato un elevato numero di lavoratori a basso reddito, si inserisce nel contesto europeo in cui 21 su 27 Stati membri adottano un Salario Minimo Legale.
Successivamente alla posizione contraria espressa dal Governo Meloni e all’approvazione, il 30 novembre 2022, della mozione parlamentare che esclude l’introduzione del salario minimo legale per la presente legislatura, il primo maggio 2026 viene emanato un nuovo Decreto che dovrebbe dare risposte alle esigenze dei lavoratori sottopagati e oggetto di sfruttamento da parte delle imprese.
Le soluzioni del Governo continuano a limitarsi all’ipotetica estensione dei Contratti Collettivi che fino a oggi non ha trovato concreta applicazione. L’unico intervento palpabile a sostegno dei salari bassi si limita al decreto lavoro varato il primo maggio 2023 che, a fronte di un aumento a termine dei salari, corrispondente
a una cinquantina di euro in busta paga per pochi mesi, ha aperto le porte a una lunga stagione di precarietà sottopagata che tende drammaticamente ad aggravarsi in fase di crisi energetica, generata dalle guerre di altri che l’Italia continua a finanziare con risorse pubbliche.
Ogni anno assistiamo agli esperimenti del Governo che, di volta in volta, prova ad abbellire il tentativo, già fallito, di rafforzare la Contrattazione Collettiva da estendere a tutto il mondo produttivo, questa volta attraverso incentivi che invece di calmierare i salari finiscono nelle tasche delle imprese che promettono di
rispettare i diritti dei lavoratori. In buona sostanza il Governo, invece di fissare per Legge un minimo salariale che restituisca dignità e potere di acquisto alla platea dei lavoratori poveri, prevede ricompense per le imprese che promettono di non sfruttarli.
Il metro del “Salario Giusto” fa riferimento ai Contratti Collettivi sottoscritti dai sindacati “maggiormente rappresentativi” che, in molti casi, sono inferiori al più basso dei salari minimi applicato nel resto della comunità europea:
- Turismo: il trattamento orario minimo è pari a 7,48 euro;
- cooperative nei servizi socio-assistenziali: l’importo orario minimo ammonta a 7,18 euro;
- aziende dei settori dei pubblici esercizi, della ristorazione collettiva e commerciale e del turismo:
minimo orario contrattuale pari a 7,28 euro; - settore tessile e dell’abbigliamento: retribuzione minima pari ad 7,09 euro;
- servizi socio-assistenziali: il minimo retributivo è fissato in 6,68 euro;
- imprese di pulizia e dei servizi integrati o dei multiservizi: minimo retributivo orario pari a 6,52 euro. Tale CCNL non viene rinnovato da oltre sette anni;
Considerando che in Germania il salario minimo legale è fissato a 12 euro l’ora, si può presumere che, anche con l’introduzione del cosiddetto “Salario Giusto”, la cui implementazione dipende sempre dalla discrezionalità delle aziende che il governo invoglia con incentivi pubblici, l’Italia continuerà a occupare una
posizione arretrata rispetto agli altri Paesi membri dell’Unione Europea per quanto riguarda la capacità dei salari di assicurare ai lavoratori un tenore di vita adeguato e dignitoso.
Il “Salario Giusto” viene presentato come un passo verso la valorizzazione della Contrattazione Collettiva, tuttavia questa misura non comporta un incremento diretto del reddito dei lavoratori; i benefici si traducono principalmente in incentivi per le imprese, senza un immediato impatto sulle retribuzioni.
L’occupazione e l’adeguamento dei salari sono questioni fondamentali che non si risolvono esclusivamente attraverso incentivi economici; inoltre, i costi associati a tale misura potrebbero gravare su pensionati e lavoratori subordinati. E’ necessario un approccio più strutturale per garantire salari dignitosi e ridurre la precarietà, piuttosto che affidarsi esclusivamente a bonus e sgravi destinati solo ai datori di lavoro.
Il confronto con il salario minimo adottato nella maggior parte dei Paesi europei evidenzia l’inadeguatezza della soluzione italiana che si affida a proposte non definite e, invece di stabilire regole chiare, offre ennesimi incentivi alla parti datoriali, libere di scegliere se aderire o meno ai Contratti Collettivi che, fra l’altro, si annoverano fra i meno rimunerativi all’interno degli Stati membri.
“Salario Giusto” è l’ennesima espressione fumosa, una trovata retorica per apparire attenti alle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori senza assumersi l’onere reale di cambiare le cose.
Alla luce dei fatti descritti l’ORSA continua a rivendicare un Salario Minimo dignitoso da quantificare attraverso una serie di parametri certi:
- la produttività;
- il PIL;
- l’Indice dei prezzi al consumo;
- l’andamento generale dell’economia;
che preveda una rivalutazione periodica in modo tale da mantenere il potere di acquisto dei salari stabile nel tempo.
Confederazione ORSA




