La Corte d’Assise ha deciso il carcere a vita per il 27enne che nel gennaio 2025 massacrò la madre nell’appartamento di via Cesare Battisti. In aula il giovane consegna un memoriale: «Non volevo, non sono un assassino». Ma l’accusa smonta la tesi della malattia e del raptus: «Delitto premeditato per ragioni economiche». Respinte le accuse della difesa al sistema sanitario.

MESSINA — Fine pena mai. Dopo sei ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Messina presieduta dalla giudice Maria Eugenia Grimaldi ha pronunciato la sentenza più dura: ergastolo per Giosuè Fogliani. Il 27enne, il 14 gennaio del 2025, si era reso protagonista di un matricidio che ha sconvolto l’Italia intera, uccidendo la madre 62enne Caterina Pappalardo nell’appartamento di famiglia in via Cesare Battisti. Prima l’aveva tramortita con lo spray al peperoncino, poi l’aveva colpita con 112 coltellate, per essere arrestato poche ore dopo dagli agenti della Squadra Mobile.
Si chiude così il primo grado di un processo angosciante, che udienza dopo udienza ha scoperchiato anni di vessazioni e minacce subite dalla vittima e dalla sorella dell’imputato, esplose con più violenza dopo la morte del padre. La Corte ha accolto in pieno l’impianto accusatorio del pm Massimo Trifirò, che aveva chiesto il carcere a vita supportato dalle aggravanti dei motivi abietti e futili, della crudeltà e della premeditazione. Una linea condivisa dall’avvocata Caterina Peditto, legale di parte civile per la sorella del matricida.
La difesa contrattacca: “Il sistema ha fallito”

Diametralmente opposta la narrazione della difesa. In un’arringa durata oltre due ore, l’avvocato Antonello Scordo ha spostato il mirino sulle istituzioni: dalle gravi lacune attribuite al sistema sanitario fino alla mancata gestione degli allarmi da parte delle forze dell’ordine, intervenute dopo che la madre aveva formalizzato una denuncia per l’ennesima minaccia. «Il sistema ha miseramente fallito nella gestione del paziente Fogliani», ha dichiarato in aula il legale, che prima di concludere ha tentato l’ultima carta chiedendo a giudici e giurati una perizia psichiatrica per un assistito definito come un «soggetto malato, con gravi patologie psichiatriche».
Le lacrime in gabbia e il memoriale di 18 pagine
Il climax emotivo si è registrato quando Fogliani ha preso la parola dalla grande gabbia degli imputati. Affidandosi a dichiarazioni spontanee, ha provato a smontare la tesi della premeditazione spietata: «Sono profondamente addolorato e pentito per quello che ho fatto a mia madre e io quello che ho fatto non lo volevo fare. Ad un certo punto non ho capito più niente, ma non sono un assassino, non sono un uomo violento». Sconvolto da quanto emerso nelle udienze precedenti, il 27enne ha chiesto e ottenuto di consegnare alla Corte un memoriale di 18 pagine sui traumi della sua infanzia.
Un estremo tentativo di «deresponsabilizzazione», lo ha stroncato senza mezzi termini il pm Trifirò nelle sue repliche, accusando l’imputato di voler giustificare l’orrore con un “vissuto tormentato“. Il magistrato ha difeso l’operato di medici e forze dell’ordine e ha ribadito alla giuria che la miccia dell’omicidio ha una radice chiara: «Il motivo prevalente è stato economico». Un concetto ribadito nella requisitoria finale dell’avvocata Peditto: «Fogliani ha ucciso con lucida consapevolezza». Poche ore dopo, il verdetto definitivo.





