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Due topi per ogni messinese. Demolizione ex Silos: mentre si preparavano le dimissioni, gli uccelli protetti sono tornati e si ferma tutto

- 07/04/2026
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C’era una volta il cronoprogramma delle meraviglie. O meglio, c’era l’annuncite acuta, quella patologia endemica della politica nostrana che sulle rive dello Stretto ha trovato il suo ceppo più resistente. L’oggetto del mistero, o per meglio dire della perenne propaganda, sono la Casa del Portuale e gli ex Silos granai di Messina.

A quando risale il primo squillo di tromba sulla loro imminente, categorica, irrinunciabile demolizione? Bisognerebbe chiamare un archeologo per scartabellare negli archivi, tra i primi vagiti dell’idea e la litania infinita dei successivi rilanci, conferenze stampa, plastici e rendering sgargianti. Un rosario di “faremo”, “demoliremo”, “restituiremo l’affaccio a mare” che ha accompagnato le stagioni politiche della città.

Fulgido esempio? L’amministrazione dell’ormai ex sindaco Federico Basile. Avevano giurato e spergiurato che le ruspe avrebbero spianato quegli ecomostri entro l’ottobre dello scorso anno. Sembrava la volta buona, e invece niente. Perché a Palazzo Zanca, piuttosto che governare e rispettare le scadenze dei cantieri, la premiata ditta era troppo impegnata a lucidare il pallottoliere delle dimissioni strategiche. Tutto il tempo speso a pianificare la perenne campagna elettorale, a calcolare i tempi tecnici per saltare da una poltrona all’altra, ha fatto passare in cavalleria la demolizione. D’altronde, governare è una noia mortale e richiede fatica; molto meglio promettere, tagliare qualche nastro virtuale e poi darsi alla macchia a caccia di nuovi voti.

E così, a forza di rinviare, si è arrivati al primo di aprile. Che non è stato un pesce, ma un volatile. Puntuale come le cartelle esattoriali, è arrivata la diffida degli ambientalisti: sui ruderi hanno nidificato delle specie protette. Fermi tutti, giù le mani dagli ecomostri. Ironia della sorte: se la solerte amministrazione Basile avesse semplicemente fatto il suo mestiere abbattendo tutto entro ottobre, i pennuti avrebbero nidificato altrove e Messina si sarebbe liberata del cemento. Invece no, la lentezza elettorale ha trasformato i silos in un resort di lusso per l’avifauna.

Ma il vero capolavoro di questo disastro amministrativo non ha le piume, ha la coda. Parliamo della clamorosa, disgustosa, emergenza ratti. I numeri sono degni della peste bubbonica o del pifferaio magico di Hamelin: ci sono due topi per ogni abitante. Considerando i residenti, stiamo parlando di un esercito di quasi mezzo milione di roditori che pasteggiano e proliferano allegramente tra le rovine del porto e le strade cittadine. Una bomba sanitaria a cielo aperto, un rischio epidemico che chiunque, dotato di senno, tratterebbe come l’emergenza numero uno.

E di fronte a questa apocalisse zoologica, cosa fa il Comune di Messina, ora saggiamente affidato alle cure del commissario Mattei e del suo solerte vice? Tace. Muti. Silenzio istituzionale. Nessuno che si prenda la briga di spiegare ai cittadini come intendano risolvere la questione. Come si smaltisce una simile moltitudine di ratti? C’è un piano di derattizzazione di massa o aspettiamo che i topi chiedano la residenza e il diritto di voto? Non è dato saperlo. Nessun annuncio, nessuna rassicurazione, nessuna bonifica.

L’importante, per chi ha lasciato la barca in anticipo, era scappare in tempo verso nuovi orizzonti elettorali. Ai messinesi, invece, resta il conto da pagare: un affaccio a mare fatto di cemento armato, le diffide degli ambientalisti, i nidi intoccabili e mezzo milione di topi pronti a pasteggiare sui resti di una città abbandonata a se stessa. Ma in fondo, vuoi mettere la soddisfazione di una bella campagna elettorale?

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