Il faccendiere fa un contratto a Rosario, il figlio del professore. Il ragazzo al lavoro ci dovrebbe andare, ma in fondo «pi mia si un ci va un mini futti nenti»
L’inchiesta della Procura europea svela un presunto sistema di favori all’Ateneo palermitano: bandi pilotati e fondi Ue dirottati grazie a un patto tra un docente e un faccendiere. Così il finto polo scientifico delle Eolie diventava un bancomat per sistemare parenti e amici.

Il dettaglio, in questa brutta storia siciliana, che racconta più di mille carte processuali è l’odore di un laboratorio a Lipari. Un centro di ricerca finanziato con i soldi dell’Europa che, secondo i magistrati, era così inutilizzato da “puzzare di chiuso“. Doveva essere l’epicentro della scienza, la sede dei progetti “Bythos” e “Smiling”. È diventato, dicono le indagini, il palcoscenico vuoto di una grande finzione.
Le carte della Procura europea, firmate dai pm Geri Ferrara e Amelia Luise, disegnano un affresco amaro dell’università di Palermo, e in particolare del dipartimento di Scienze e Tecnologie (Stebicef). Ci sono ventitré indagati. Ma c’è, soprattutto, un “dominus”: il professor Vincenzo Arizza, docente ordinario. L’accusa è pesante: truffa ai danni dell’Unione Europea e corruzione.
Il sistema, a leggerlo, è antico quanto certi vizi del nostro Paese. Un castello di favori, di consulenze, di bandi “turbati” per far vincere chi si doveva far vincere. Dall’altra parte del tavolo c’era Antonio Fabbrizio. Le cronache giudiziarie lo definiscono un “faccendiere” con precedenti specifici per indebita percezione di fondi pubblici. Insieme, professore e faccendiere, avrebbero mosso i fili di spese fittizie e rendicontazioni gonfiate. Con un solo vero obiettivo: incassare i fondi.
E poi ci sono i figli. La famiglia. L’università paga 79 mila euro a due associazioni, “Più Servizi Sicilia” e “Progetto Giovani”, riconducibili a Fabbrizio. In cambio, il faccendiere fa un contratto a Rosario, il figlio del professore. Gli stacca assegni per oltre 12 mila euro. Una sistemazione che lo stesso Fabbrizio, intercettato al telefono con il padre, definisce a modo suo: il ragazzo al lavoro ci dovrebbe andare, ma in fondo «pi mia si un ci va un mini futti nenti», per me se non ci va non me ne importa nulla. Nel pacchetto c’era anche la promessa di un posto per il nipote del docente, Giuseppe Guarino. (Né il figlio né il nipote, è bene precisarlo, risultano indagati).
Ma il “cerchio magico” non si ferma ai parenti. Ci sono gli incarichi d’oro per gli amici. Alla docente Lucie Branwen Hornsby, presentata ai colleghi come “amica di famiglia” (e moglie di un dirigente regionale), vanno quasi 60 mila euro. Con lei, il professor Arizza fonda persino una società, la “Bythos Biotech s.r.l.”, per intercettare altri bandi. Al consulente dell’Arpa Giovanni Quarto Callea, vanno quasi 72 mila euro. Entrambi sono finiti nel registro degli indagati.
La farsa tocca il suo apice quando si profila l’ombra di un’ispezione della Regione nel fantomatico laboratorio di Lipari. I telefoni scottano. Il professore Arizza chiama la ricercatrice Manuela Mauro (indagata) per procurarsi materiale e “simulare” i risultati di una ricerca mai fatta. Poi chiama la professoressa associata Aiti Vizzini e le impartisce l’ordine: «Domani vengono a fare la verifica di primo livello a Bythos. Tutto il reagentario che abbiamo dobbiamo etichettarlo». Bisognava, insomma, allestire la scenografia.
Ieri, il Tribunale del Riesame ha respinto le richieste di arresto della Procura: niente carcere per Arizza e Fabbrizio, niente domiciliari per gli altri indagati (tra cui Hornsby, Callea e i professori e ricercatori Di Maio, Ditta e Cudia). I giudici valuteranno le carte. Ma resta, al netto delle misure cautelari, l’immagine di un’accademia piegata agli interessi privati. E rimane quell’odore di chiuso, in una stanza a Lipari, che sa di occasioni perdute e di soldi pubblici svaniti nel nulla.




