L’uso disinvolto di parole grondanti sangue per le scaramucce di palazzo svuota di significato il termine «intimidazione». Uno scempio linguistico che si trasforma in un intollerabile schiaffo a chi le minacce dei clan le subisce per davvero sulla propria pelle.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Ormai basta un’occhiataccia in Transatlantico, in aula consiliare, nei corridoi della sede comunale, un tweet un po’ più pepato del solito o un diverbio a favore di telecamera per far gridare i nostri prodi politici all'”intimidazione“. O, se la giornata è particolarmente uggiosa e c’è da raccattare qualche titolo di giornale, al “metodo mafioso“. Se le suonano e se le cantano nei salotti tv, gonfiando il petto e atteggiandosi a martiri della democrazia, usando parole grondanti sangue come se stessero ordinando il caffè al bar.
Un vizietto, questo dell’abuso di termini assonanti con il sistema mafioso, che fa il paio con la congenita allergia alla realtà di qualcuno. Perché la realtà, quella vera e fuori dai palazzi, ci dice che le intimidazioni sono una cosa seria. E a subirle non sono i capataz di partito comodamente adagiati sulle poltrone, ma i funzionari locali, gli imprenditori e i testimoni. Numeri alla mano: ci sono oltre 5.700 atti minatori censiti tra il 2010 e il 2024. Il 15° rapporto di “Avviso Pubblico” ci ricorda, come un bollettino di guerra, che in questo Paese viaggiamo alla media di un’intimidazione al giorno: 381 all’anno, con un bel rincaro del 4% nel 2024 rispetto all’anno precedente.
Eppure, gli impareggiabili statisti de noantri continuano a starnazzare di “metodo mafioso” con una leggerezza dialettica che fa rabbrividire. Offendendo, prima di tutto, le vere vittime della mafia e chi la combatte per davvero. La Corte di Cassazione, che diversamente dai nostri parlamentari sa pesare le parole, definisce l’aggravante del metodo mafioso come “una condotta capace di evocare il potere intimidatorio di un gruppo criminale organizzato, basata su assoggettamento e omertà, anche senza appartenenza diretta all’associazione“. Roba seria, che sfrutta la paura per coartare la volontà a suon di estorsioni e violenze. Non la rissa da pollaio per un emendamento bocciato.
Sarebbe il caso di aprire il vocabolario, prima di spalancare la bocca. “Intimidazione”: “atto o parole di minaccia, che hanno lo scopo di incutere timore e costringere ad agire o a desistere da un’azione con lo stimolo della paura“. Il timore stesso che in tal modo s’incute in altri. Parliamo di paura vera, quella per l’incolumità propria e dei propri cari. Bossoli nella posta, auto date alle fiamme, saracinesche crivellate. Non le chiacchiere politiche o il vittimismo d’accatto. Il rischio di questo uso spregiudicato di vocaboli così pesanti è letale: l’assuefazione. A furia di gridare al lupo mafioso per ogni scaramuccia, si innesca l’indifferenza, si alleggerisce il peso specifico dei termini, si snatura la gravità del fenomeno criminale.
Basterebbe un po’ di decenza per ripulire la dialettica politica da questo scempio. Ma la decenza presuppone la responsabilità, una virtù ormai fuori moda. Un tempo chi aspirava a cariche pubbliche indossava la tunica bianca, simbolo di purezza. Alle origini del Regno d’Italia, ai membri del Parlamento non veniva corrisposta alcuna indennità, né stipendio né rimborso spese: il mandato era concepito come una funzione onorifica, un servizio pubblico gratuito per puro spirito civico.
Poi è arrivata la Costituzione della Repubblica, che all’articolo 69 ha sancito il diritto a una remunerazione stabilita dalla legge. Il fine era nobile: garantire l’indipendenza del parlamentare, liberandolo dai vincoli economici esterni per permettergli di agire nell’esclusivo interesse della comunità. E in virtù di questa dignità, per distinguere chi serve il popolo con onore, è nato l’appellativo di “onorevole“. Un titolo oggi tragicamente abusato, esattamente come la parola “intimidazione”.
Visti alcuni soggetti, sarebbe già un miracolo se smettessero di svilire il vocabolario dell’antimafia per coprire le proprie beghe di cortile, ricordandosi che della tunica bianca, di “onorevole”, a questi non è rimasto nemmeno il colletto.




