L’affluenza record smonta la retorica dell’apatia giovanile e boccia il Palazzo. Sul nodo giustizia. Biasimo per la politica che ha cercato di strumentalizzare Falcone e Borsellino decontestualizzando la storia per farne propaganda.

di GIUSEPPE BEVACQUA
Dicono spesso che i giovani non credono più a niente. Che vivono con la testa china sui telefoni, lontani dai problemi veri. Poi arriva una domenica di voto, l’onda parte da qui, dalla Sicilia, e i seggi si riempiono di ragazzi. Hanno votato “No”. Un “No” rotondo, pacifico ma fermo.
Ci hanno raccontato per anni la favoletta dei ventenni apatici, sdraiati sul divano, persi tra i social network e disinteressati alla cosa pubblica. Invece, l’onda anomala del “No” giovanile certifica l’esatto opposto: non c’è disinteresse per la politica, c’è un rigetto totale verso questa politica.
L’affluenza massiccia è stata un atto di legittima difesa contro una classe dirigente percepita come distante, autoreferenziale e sorda alle reali urgenze di una generazione a cui è stato sistematicamente rubato il futuro.
Politicamente, la sberla è di quelle che lasciano il segno. Non è scelta di sinistra nè di destra. Il messaggio inviato a chi governa non richiede raffinati analisti per essere decifrato: i cittadini, e i giovani in primis, non firmano cambiali in bianco. È un colpo secco alla presunzione di poter calare dall’alto riforme scritte a tavolino, spacciandole per panacee di tutti i mali.
Andare a votare in massa è stato un atto di presenza e di dignità. Hanno voluto dire: noi ci siamo, e non firmiamo assegni in bianco a nessuno.
Politicamente, il messaggio per il Governo è limpido. Ma la politica sarà capace di capirlo? L’esperienza insegna a dubitarne.
Nei palazzi romani si fa fatica ad ascoltare i rumori della strada. Si darà la colpa a chi non ha saputo spiegare, si dirà che i cittadini non hanno compreso i tecnicismi. La reazione istintiva del ceto politico, di fronte a bocciature di questa portata, è la rimozione. Assisteremo probabilmente al consueto valzer delle scuse: si dirà che il quesito era troppo tecnico, che i cittadini non hanno compreso, che c’è stato un problema di comunicazione. Si formeranno commissioni di saggio e si organizzeranno convegni per “analizzare il voto”, pur di non ammettere la verità più cruda: la rottura di un legame fiduciario.
È il vecchio vizio di chi comanda: pensare che l’elettore sia sempre un po’ ignorante o distratto. Invece, l’elettore ha capito benissimo che la fiducia si guadagna, non si impone per decreto.
L’equivoco storico sulla giustizia
In questo cortocircuito di fiducia, riemerge il nervo perennemente scoperto della giustizia. E qui il dibattito politico ha compiuto il suo scivolone più grave, trasformando la memoria in uno strumento di propaganda. Sulla separazione delle carriere, abbiamo assistito al triste spettacolo di fazioni che hanno tirato per la giacca Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, brandendo le loro frasi come clave per legittimare o demolire la riforma costituzionale proposta dal governo Meloni.
È un’operazione fuorviante e, come ricordano gli esperti, un vero e proprio errore storico.
Il rispetto dei contestiI due magistrati si espressero in epoche e scenari radicalmente diversi da quelli attuali, confrontandosi con la delicata transizione dal vecchio al nuovo codice di procedura penale.
Le parole di Falcone nascevano dall’esigenza logica di distinguere funzioni e professionalità tra chi indaga e chi giudica all’interno di quel neonato assetto processuale.
Le critiche di Borsellino mettevano in guardia dai rischi sistemici e dalle potenziali vulnerabilità del pubblico ministero in quella specifica fase di passaggio.
Le loro considerazioni rispondevano a un sistema giudiziario e a un clima politico che oggi semplicemente non esistono più. Trasporre quelle riflessioni in modo automatico per appiccicare a Falcone o a Borsellino una patente di contrarietà o di favore all’attuale ddl costituzionale è una forzatura intellettuale. Significa svuotare il senso autentico del loro pensiero, riducendo due pilastri della nostra storia democratica a banali argomenti di parte per le tifoserie da talk show.
La lezione che arriva dalle urne siciliane e dal resto del Paese, in fondo, si salda anche a questo: i cittadini chiedono riforme scritte guardando lucidamente alle necessità del futuro, senza l’arroganza di voler arruolare a forza i giganti del passato.
Erano due uomini giusti, con due paure diverse nate nella stessa trincea. Cercavano entrambi, a modo loro, un Paese normale e pulito. Che poi è la stessa cosa, in fondo, che chiedono oggi con il loro voto quei ragazzi in fila ai seggi.




