Il Vangelo secondo Schifani: “Sistema partito” è peccato mortale, “corruzione” e “peculato” sono solo veniali?

All’indomani della cacciata degli assessori Messina e Albano, il Presidente Renato Schifani si esibisce in un numero di equilibrismo politico che meriterebbe un palcoscenico nazionale. Con una mano sventola il vessillo della “trasparenza” per giustificare la rimozione della DC di Cuffaro dalla Giunta, con l’altra… beh, con l’altra tiene ben saldi i fili di una maggioranza che scricchiola sotto il peso dell’ipocrisia.
Un capolavoro di spregiudicatezza. L’assessore Albano paga la colpa suprema: avere nel suo ufficio tal Vito Raso, vicinissimo a Salvatore Cuffaro. La sua responsabilità, a quanto pare, non è un’azione, ma un’omissione: non essersi accorta del “viavai” tra i due. Per Messina, la faccenda è ancora più lineare: è della DC. Motivo sufficiente. Fine della discussione.
Il colpo di genio da vero equilibrista? Schifani tuona: “la presenza della Dc in giunta confligge con i principi fondamentali di trasparenza che il mio governo si è sempre imposto“. Parole sante. Peccato che questo sacro principio si applichi solo agli assessori DC. I deputati regionali della stessa DC, a quanto pare, sono immuni da questo conflitto morale. Loro, secondo il Governatore, potrebbero (o dovrebbero?) continuare a sostenere la maggioranza. Un’ipotesi insostenibile, un ossimoro politico che solo in Sicilia sembra poter essere pronunciato ad alta voce.
Ma la trasparenza, si sa, è come la giustizia di manzoniana memoria: per gli amici si interpreta, per i nemici (di comodo) si applica. E a Palazzo d’Orléans gli “amici” sembrano ben protetti.
L’assessore Elvira Amata (FdI)? Indagata. Il presidente dell’ARS, Gaetano Galvagno (FdI)? Indagato per corruzione e peculato. E che dire dell’assessore Sammartino (Lega)? Addirittura già a processo per corruzione.
Per loro, la ghigliottina della trasparenza non scatta. Anzi. Per Galvagno ed Amats, Schifani si era già espresso con garantismo da manuale: “Nemmeno in caso di rinvio a giudizio [dovrebbero dimettersi], valendo il principio della presunzione di non colpevolezza sino a sentenza definitiva“. Giusto. Un principio sacrosanto che, chissà come mai, si applica con fervore a Galvagno ed Amata ma evapora di fronte a Cuffaro.
Messo di fronte all’evidenza di questo doppio standard, Schifani non si scompone e sfodera la distinzione semantica che vale il prezzo del biglietto dello spettacolo di equilibrismo. Quello della DC, spiega, è un “sistema partito” grave, finalizzato a commettere reati. Gli altri, invece, sono “comportamenti che fanno riferimento ai singoli assessori”. Due livelli, udite udite, secondo il presidente “completamente distinti“.

Ma in che senso, scusi Presidente? Quale sarebbe la differenza ontologica? Le attività illecite contestate dalla Procura a Galvagno, Amata e Sammartino sono forse meno illecite? Non sono forse, se accertate, contro la legge? Amata e Galvagno sono “indagati”, esattamente come si trova (in questo filone) Cuffaro. Sammartino, a dirla tutta, è persino “peggio”: è già sotto processo. L’illecito è illecito, che sia di “sistema” o “individuale”, specie quando si parla di spartizioni di soldi pubblici. O la legge non è più uguale per tutti?
E allora, la domanda sorge spontanea: di cosa ha paura Schifani? Forse di dover azzerare l’intera giunta, ammettendo il fallimento? Di doversi sottomettere al giudizio dell’Aula, con il rischio concreto di dover fare le valigie?
No, la via della “purificazione”, quella del ritorno al giudizio dei siciliani, era troppo impervia. Meglio tentare di arginare i danni, che sono già enormi, soprattutto in termini di credibilità. Schifani ha scelto la sopravvivenza politica, non la trasparenza. Ha tentato un’operazione da chirurgo, ma il risultato è quello di un maldestro apprendista che, nel tentativo di salvare un arto, ha infettato l’intero organismo. E i siciliani, ancora una volta, restano a guardare questo amaro teatro dell’assurdo.




