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La Mappa dell’Intolleranza e la regia del “fango” social: dalla misoginia alla strategia politica del “porco fottuto”

Dalla normalizzazione del sessismo al cinismo elettorale: come la svalutazione di genere si trasforma in un’arma strategica per delegittimare l’avversario e manipolare il consenso.

di GIUSEPPE BEVACQUA

Il web italiano, quello che passa per i social, non è in via di guarigione. Anzi non sta per niente bene. Lo mostra, privo di alcun ragionevole dubbio, la nona “Mappa dell’Intolleranza” di Vox, l’osservatorio italiano dei diritti.

Numeri alla mano, il referto è un bollettino di guerra. Su due milioni di contenuti passati al microscopio nel 2025, il 56% gronda veleno. Una quota blindata e pesante, praticamente identica a quella dell’anno precedente. Morale della favola: l’odio online non è un colpo di tosse passeggero o un’emergenza estemporanea; è diventato il rumore di fondo, la tapisserie strutturale del nostro dibattito pubblico. Un virus normalizzato, pertanto tollerato.

MISOGINIA, DONNE CHE ODIANO LE DONNE

Partiamo dalla misoginia per scoprire un dato inquietante. I numeri emersi dalla “Mappa dell’Intolleranza” delineano una realtà complessa e controintuitiva, in cui il bersaglio e il carnefice spesso condividono lo stesso genere.

La ricerca indica una chiave di lettura ben precisa: il meccanismo dell’auto-oggettivazione. Si tratta di un processo insidioso attraverso il quale le donne interiorizzano lo “sguardo esterno” — storicamente maschile, giudicante e stereotipato — finendo per adottarlo come proprio.

In questo schema, l’altra donna cessa di essere una pari per diventare un’avversaria o un oggetto da svalutare, utilizzando esattamente le stesse armi e gli stessi registri linguistici di sempre. La normalizzazione dell’insulto sessista fa il resto: i termini denigratori perdono la loro valenza storicamente oppressiva e diventano per molte utenti un semplice “repertorio offensivo” pronto all’uso, anestetizzando la gravità delle parole.

Gli insulti sessisti si sono sganciati dal bersaglio originario per trasformarsi in punteggiatura, in un campionario offensivo di uso comune. Quando un termine denigratorio perde il suo ancoraggio e diventa un sinonimo generico di “persona sgradevole“, significa che lo stereotipo è ormai così infossato nel cervello da risultare invisibile.

La misoginia, quindi, è apparentemente precipitata dal 50% del 2024 al 37%. Peccato che, a leggere bene i dati senza le lenti del tifo da stadio, ci sia ben poco da brindare. Il disprezzo per le donne non è evaporato: si è semplicemente inabissato e “normalizzato”.

  • L’odio in rosa: Il 39% dei profili odiatori identificati è sorprendentemente femminile. E se stringiamo l’obiettivo sulla categoria della misoginia, la quota sale al 43%, sfiorando la parità con gli uomini.
  • L’effetto megafono: Le donne produrranno anche meno odio in termini di volume assoluto, ma quando premono “invia”, i loro post generano in media 7,04 interazioni contro le 6,11 dei maschi. Il fango lanciato dalle donne sulle donne circola il 15% più veloce. Auto-oggettivazione e fuoco amico: un capolavoro di tafazzismo digitale.

L’aspetto forse più allarmante di questa misoginia interiorizzata è la sua forma. Spesso non ci troviamo di fronte al turpiloquio esplicito, ma a quello che i linguisti, come Raffaella Scarpa citata nel report, definiscono lo “stile dell’abuso”.

È una violenza sottile, un’erosione lenta e costante dell’identità dell’altra. Si manifesta attraverso il giudizio estetico spietato, il moralismo applicato alle scelte di vita altrui, la svalutazione intellettuale o professionale. È una forma di infraumanizzazione che sottrae all’avversaria la sua complessità. Una dinamica sistemica che i filtri automatici dei social media, addestrati a riconoscere l’insulto ma non il sarcasmo demolitorio, faticano ad intercettare, permettendo a questo odio invisibile di prosperare indisturbato.

ODIO E POLITICA: “IL PORCO FOTTUTO”

La regola aurea della politica spietata non l’ha inventata l’algoritmo di un social network, né qualche stratega della post-verità contemporanea. L’ha codificata decenni fa un texano imponente, spregiudicato e maestro inarrivabile del potere: Lyndon Baines Johnson.

Prima di diventare il trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti, prima di firmare lo storico Civil Rights Act e di sprofondare nel pantano politico del Vietnam, “LBJ” era un vero e proprio predatore delle campagne elettorali. L’invenzione di una nota stampa che si inventò di sana pianta la notizia falsa che il suo avversario politico si accoppiasse con i maiali della sua fattoria, riassume la cinica genialità della macchina del fango molto prima dell’invenzione dei tweet. È la regola base di quello che oggi chiamiamo framing e agenda setting: chi detta l’argomento di discussione, per quanto folle esso sia, ha in mano le chiavi del campo da gioco. Se oggi vediamo politici costretti a smentire complotti inverosimili, dicerie grottesche o bufale create ad arte su internet, stiamo semplicemente assistendo all’applicazione su larga scala della vecchia, brutale e “geniale” intuizione di Lyndon Johnson.

L’odio social trasuda anche in politica diventando un’arma “antica”. La laida neo-dialettica che ammorba la politica, nel dibattito pubblico italiano, la linea di demarcazione tra la legittima critica politica e l’incitamento all’odio si è fatta sempre più sottile, fino a scomparire in alcune specifiche dinamiche rilevate dalla Mappa dell’Intolleranza. “Inventarsi una accusa destituita di fondamento solo per mettere in difficoltà ed evocare nella mente degli elettori un’immagine distorta ed inesistente”. Una strategia che funziona perché è la fisiologia del cervello umano che funziona così.

L’analisi dei dati restituisce un quadro in cui il linguaggio ostile non è un’anomalia estemporanea, ma uno strumento sistemico, spesso ammantato di argomentazioni pseudo-politiche per legittimare la deumanizzazione dell’avversario o del “diverso” fino a manipolare l’opinione pubblica.

LA DISUMANIZZAZIONE COME GRAMMATICA DEI SOCIAL

Odio social sparso a piene mani, quindi. Ma il dato più raccapricciante, però, è che questo odio non si accontenta più di insultare: vuole stracciare la patente di essere umano al suo bersaglio. Questa operazione scientifica di deumanizzazione infesta oltre un terzo dei contenuti analizzati.

  • Abilismo (84,56% di odio esplicito): Termini come “mongoloide”, “handicappato” o “cerebroleso” vengono usati allegramente come contumelie generiche per chiunque devii dalla norma. La patologia ridotta a manganello verbale, a uso e consumo di chiunque.
  • Xenofobia (78,52% di odio esplicito): Qui lo stereotipo e l’incitamento all’odio coincidono perfettamente. Il migrante viene raccontato in modo quasi biologico: scimmia, parassita, feccia. La criminalizzazione dello straniero non è un’opinione da bar, è un dogma inscalfibile.
  • Islamofobia paradossale: Si accusa l’Islam di disumanizzare i propri fedeli (vedi la sharia o la sottomissione femminile) per potersi sentire in diritto di disumanizzare a propria volta i musulmani. Un contorsionismo logico da medaglia d’oro.

LA REGIA DEL FANGO

L’odio non è un fenomeno spontaneo. I ricercatori, con il supporto di The Fool, hanno tracciato le dinamiche di viralizzazione, scoprendo che la diffusione massiccia non è casuale.

La diffusione esplosiva dell’hate speech segue pattern ricorrenti, in cui l’amplificazione è affidata quasi sempre alla medesima cerchia di account.

  • Pochi nodi, massimo impatto: Una quota del tutto sproporzionata delle interazioni totali (like, commenti, condivisioni) è concentrata nelle mani di un numero ristrettissimo di profili.
  • Incompatibilità organica: Questo livello di concentrazione matematica è incompatibile con una diffusione spontanea e naturale da parte degli utenti comuni.

Siamo di fronte a reti strutturate, veri e propri hub progettati per raccogliere, confezionare e scagliare l’odio contro i bersagli designati. La viralità, insomma, non è un incidente algoritmico, ma il risultato di una precisa e coordinata strategia di propagazione. Una concentrazione di interazioni del tutto incompatibile con lo sfogo isolato del leone da tastiera in canottiera. Ci sono pattern, reti strutturate. In parole povere: c’è una regia.

Misurare chi produce l’odio non è più sufficiente; ora è necessario individuare e disarticolare la catena di montaggio.

Resta da capire, dunque, chi sieda in cabina di regia. Da quali centrali operative si muovono questi hub? Come si coordinano? E, soprattutto, con quali scopi precisi viene pompato questo flusso incessante di intolleranza? L’odio online si è evoluto in un formidabile strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: decrittarne i mandanti e le agende nascoste è l’unica via per non subirlo passivamente.

E da dove opera questa sapiente direzione d’orchestra del fango? Le classifiche di viralizzazione geolocalizzata non lasciano spazio a dubbi: in testa ci sono Lazio (26,54%) e Lombardia (21,74%). Con buona pace dei soliti noti, sempre pronti a cercare il marcio, l’arretratezza e le centrali del malaffare nei vicoli del Sud, sponde dello Stretto di Messina a parte. Il veleno istituzionalizzato viaggia in prima classe, ha il colletto bianco e le sue centrali operative all’ombra del Colosseo e della Madunina.

L’odio online, semplicemente, ha smesso di essere un raptus. È diventato un sistema. Si adatta, si mimetizza, si organizza e fattura interazioni. E finché continueremo a trattarlo come un innocuo problema di cattiva educazione, invece che come una pervasiva infrastruttura tossica, continueremo puntualmente a perdere la partita.