
La Francia esplode per una scuola che non regge più, la Spagna porta in piazza la crisi della casa e prepara uno sciopero generale. In Italia i salari reali restano sotto i livelli del 2021, l’inflazione è tornata al 4,2%, diminuisce il potere d’acquisto e si assottiglia il risparmio. Eppure il disagio continua a frammentarsi dentro le famiglie. Forse è questa la vera anomalia italiana.
(in foto «Chi semina miseria raccoglie collera»)


In Francia la protesta partita dagli studenti si è allargata a tutta la società civile. Martedì 6 ottobre il ministero dell’Interno ha contato 266 mila manifestanti nelle strade, 56 mila soltanto a Parigi; le organizzazioni studentesche ne hanno dichiarati 450 mila. Liceali, universitari, insegnanti, genitori, sindacalisti e semplici cittadini hanno trasformato in una questione nazionale ciò che all’inizio sembrava il malessere di qualche scuola della periferia parigina: professori che mancano, supplenti che non arrivano, classi affollate, edifici deteriorati, infiltrazioni, problemi igienici, strutture che da anni aspettano interventi. Il 6 ottobre sono state fermate 488 persone. Il governo Lecornu è stato costretto ad aprire un confronto mentre il movimento, cominciato a settembre, continua ad allargarsi.
Quella francese non è una protesta nata improvvisamente ma arriva dentro una Francia attraversata da un durissimo confronto sulla spesa pubblica, sul debito e sui sacrifici richiesti per rimettere sotto controllo i conti dello Stato. La scuola ha fornito il punto di caduta, il luogo fisico nel quale una tensione accumulata da tempo è diventata riconoscibile. Così la protesta ha smesso presto di riguardare soltanto le scuole. Il malcontento si è allargato a famiglie, insegnanti, sindacati e lavoratori pubblici, fino a diventare una contestazione aperta contro i tagli e contro il peggioramento dei servizi.
In Spagna è accaduto qualcosa di simile con la casa. Il 3 ottobre circa 70 mila persone, secondo la Delegación del Gobierno, hanno attraversato Madrid; come sempre gli organizzatori hanno fornito cifre molto più alte. Manifestazioni sono state convocate in oltre cinquanta città dopo la bocciatura parlamentare di due decreti sulla crisi abitativa. Nella capitale le quattro colonne di manifestanti sono confluite a Cibeles dietro uno striscione che chiedeva apertamente lo sciopero generale. Due giorni dopo CCOO e UGT, le due maggiori confederazioni sindacali spagnole, hanno raccolto quella richiesta annunciando uno sciopero generale di ventiquattro ore. La motivazione scritta dai sindacati non lascia molto spazio alle interpretazioni: i salari non bastano più per pagare una casa e affrontare l’inflazione. La data non è stata ancora definita, ma il passaggio politico è già avvenuto: il problema degli affitti è stato collegato direttamente a quello dei redditi e del lavoro.

Poi, a guardare quel che accade, c’è l’Italia.
Qui nonostante sia ben chiaro è certificato dall’Istat calcola che attesta nel 2025 che i lavoratori definiti “vulnerabili”, cioè occupati a termine oppure in part-time involontario, sono ancora più di quattro milioni, il 17% degli occupati. Tra i giovani fino a 34 anni la quota supera il 30%. L’OCSE aggiunge un dato ancora più netto: più del 39% degli occupati italiani tra i 15 e i 29 anni lavora con un contratto temporaneo e tra i 15 e i 24 anni la percentuale arriva al 53%. Il contratto a termine complessivamente arretra, dunque, ma continua a essere una condizione ordinaria per una parte enorme delle nuove generazioni. Il problema italiano, però, sta ancora più a monte. Non basta avere un lavoro se il lavoro non paga abbastanza per vivere. Stipendi che calano invece di adeguarsi al costo della vita che sta schizzando verso l’alto.
Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. È la perdita più elevata tra le grandi economie considerate dall’OCSE. L’organizzazione prevede inoltre che nell’intero 2026 i salari reali possano arretrare ancora dello 0,9%, con un recupero di appena lo 0,2% nel 2027. Non parliamo quindi di una percezione, né della solita lamentela da bar contro il costo del caffè: parliamo della quantità di beni e servizi che uno stipendio riesce effettivamente a comprare. E quella quantità, rispetto a cinque anni fa, si è ridotta.
A giugno erano inoltre circa 3,9 milioni i dipendenti coperti da contratti collettivi scaduti e in attesa di rinnovo. Di questi, 2,8 milioni appartenevano alla pubblica amministrazione. Nel settore privato il tempo medio di attesa per il rinnovo dei contratti scaduti era salito a 17,7 mesi. Mentre i prezzi si aggiornano in pochi giorni, le retribuzioni possono quindi impiegare un anno e mezzo o più soltanto per arrivare al tavolo nel quale si discute quanto dell’inflazione trascorsa dovrà essere recuperato. È una corsa truccata. La benzina cambia prezzo dalla sera alla mattina, il supermercato aggiorna il cartellino, l’energia segue il mercato, l’affitto viene rinegoziato, la rata del mutuo sente i tassi. La busta paga, invece, arriva con la pazienza della burocrazia.
Mentre gli italiani guardano nei telegiornali le proteste di Francia e Spagna, a settembre l’inflazione italiana è risalita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. I prodotti acquistati con maggiore frequenza sono aumentati del 5,3%. Gli energetici regolamentati segnavano un +25,9%, quelli non regolamentati un +22,2%, gli alimentari freschi un +5,5%. Il reddito familiare incontra l’inflazione alla pompa di benzina, nella bolletta, al banco della frutta, alla cassa del supermercato. Nell’economia reale che sembra non interessare davvero la politica. Forse perché non è davvero conosciuta e sopportata da redditi insufficienti. Insomma, vale il detto: provare per credere.
Tant’è che se nel secondo trimestre del 2026, secondo i dati Istat, il reddito disponibile è aumentato dello 0,4%, i consumi sono cresciuti dell’1,7%. Il risultato è che la propensione al risparmio è scesa in appena tre mesi dall’8% al 6,7% e il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9%. La considerazione, pertanto, è amara.
L’Italia. Era il Paese delle formiche. La famiglia italiana risparmiava, comprava casa, metteva qualcosa da parte per i figli e considerava il libretto postale quasi una seconda costituzione. Quella formica è scomparsa, disperata e preoccupata perché una parte crescente del reddito serve a mantenere lo stesso livello di vita di prima, o almeno a tentare di non scendere troppo rapidamente da quello scalino.
Anche il credito racconta un pezzo di questa trasformazione,: sebbene la vulnerabilità finanziaria complessiva delle famiglie italiana resti contenuta si registra, però, una crescita dei finanziamenti alle famiglie segnalando un dato preoccupante, la diffusione di forme di credito che permettono di spostare in avanti il pagamento dei consumi. Il “Buy Now Pay Later”, per esempio, secondo una ricerca della Banca d’Italia è passato dall’essere utilizzato dal 4% dei nuclei familiari nel 2022 al 30% nel 2025, anche se circa due terzi degli utilizzatori vi ricorre solo occasionalmente. L’istituto sottolinea inoltre che questa forma di finanziamento interessa sempre più anche famiglie con redditi medio-bassi, scarse risorse patrimoniali o già indebitate. Non significa che il Paese viva a prestito. Almeno non ancora. Significa, però, che il confine tra reddito disponibile, risparmio e credito è diventato più sottile proprio mentre il costo della vita torna a salire.
E allora, perché nessuno si lamenta? Perché in Italia non si esercita il più alto dei diritti: protestare?
Forse perché il disagio italiano possiede ancora un ammortizzatore che altrove funziona diversamente: la famiglia. Il giovane con uno stipendio insufficiente rimane più a lungo con i genitori. Il figlio che non riesce a pagare l’anticipo per una casa viene aiutato dal padre, o dai nonni. Così una pensione sostiene due generazioni. Un appartamento ereditato evita un affitto. Il pranzo della domenica qualche volta diventa anche una piccola redistribuzione privata del reddito. È il welfare parallelo italiano, quello che non compare nelle leggi di bilancio ma che tiene insieme pezzi di società che altrimenti avrebbero già ceduto. Ed è anche uno dei motivi per cui molta sofferenza non raggiunge immediatamente la strada. Viene assorbita dentro casa, trasformata in rinuncia e amministrata in silenzio. Si rimanda l’acquisto dell’auto, si tagliano le vacanze, si riducono le uscite, si cambia supermercato, si lascia il figlio nella sua cameretta qualche anno in più, si chiede una mano ai nonni. Non serve un grande tracollo perché una società diventi più povera: basta che ogni anno possa permettersi un poco meno dell’anno precedente e impari a considerarlo normale. Un processo lento e pericoloso.
La Francia ha trovato nella scuola il luogo nel quale far convergere la propria esasperazione. La Spagna lo ha trovato nella casa, fino a saldare la protesta degli inquilini con quella dei lavoratori. In Italia il malessere non ha ancora trovato una parola capace di tenere insieme tutto: il contratto scaduto del dipendente pubblico, il giovane assunto per sei mesi, l’operaio che porta a casa uno stipendio diventato troppo piccolo, la madre che paga un affitto cresciuto più della busta paga, il pensionato che sostiene figli adulti, la coppia che rinvia ancora la nascita di un bambino perché i conti non tornano. O perché non trova casa. Ognuno affronta il proprio pezzo di crisi e proprio per questo il quadro generale quasi scompare.
La protesta, in realtà, non manca nemmeno in Italia. Ci sono scioperi, manifestazioni, vertenze industriali, proteste studentesche, mobilitazioni per la sanità e per i contratti. Manca finora la saldatura, cioè quel passaggio nel quale categorie diverse smettono di difendere soltanto il proprio metro quadrato e cominciano a riconoscere nello stesso problema le ragioni degli altri. Ciò che manca è un vizio tutto italiano: l’incapacità di vedere “il tutto insieme”. È probabilmente questa la differenza più significativa rispetto a ciò che sta accadendo oltre le Alpi e oltre i Pirenei. In Francia un problema nato nei licei ha raccolto insegnanti, famiglie e sindacati. In Spagna l’affitto è diventato una questione salariale e le due principali confederazioni sindacali hanno scelto di convocare uno sciopero generale. In Italia, per ora, il contratto scaduto resta il problema di chi aspetta il rinnovo, l’affitto quello dell’inquilino, il mutuo quello del proprietario, il lavoro povero quello del giovane e la bolletta quello di chi deve pagarla.
Intanto i dati ufficiali continuano a registrare lo stesso movimento sotterraneo: nel secondo trimestre il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito, la quota destinata al risparmio si è ridotta e a settembre l’inflazione è tornata al 4,2%. Sul mercato del lavoro i dipendenti permanenti sono cresciuti, ma oltre quattro milioni di lavoratori restano nella fascia del lavoro vulnerabile e tra i giovani il contratto temporaneo continua a essere una condizione diffusissima. Il futuro è in bilico.
giube








