

Inaugurata a ridosso della sede della Terza Circoscrizione del Comune di Messina, la nuova villetta denominata “Una piazza per tutti” è finita subito al centro di un acceso dibattito. A sollevare il caso è la Onlus “Vorreiprendereiltreno”, attivista di prim’ordine e voce autorevole a livello nazionale per i diritti delle persone con disabilità, che ha bocciato il progetto definendolo un chiaro esempio di «mala-inclusione».
Il paradosso del nuovo spazio urbano parte proprio dalla sua intitolazione. Secondo l’attivista, il parco fallisce la sua promessa di universalità a causa di mancanze strutturali basilari. La pavimentazione risulta infatti non consona alle esigenze di chi ha una disabilità motoria, e mancano del tutto i percorsi tattili per le persone cieche, così come le indicazioni in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). Un deficit progettuale che ha spinto la Onlus a denunciare lo sperpero di fondi pubblici, impiegati senza affidarsi a figure dotate di reali competenze in materia.
Ma l’emblema di questa progettazione fallace è rappresentato da un elemento di arredo urbano, peraltro commercializzato ed utilizzato impropriamente anche in altre città, che negli ultimi anni è diventato una vera e propria moda: la cosiddetta “panchina per persone in carrozzina”. Un oggetto che, dietro la facciata del politically correct, nasconde un grave errore sia pratico che culturale.
Come spiega “Vorreiprendereiltreno”, le carrozzine — in particolare quelle a motore, più ingombranti — sono già dotate di uno schienale. Inserirle in un incavo circondato dallo schienale della panchina costringe la persona a posizionarsi molto più in avanti rispetto a chi siede accanto, rendendo faticoso persino guardarsi in faccia durante una conversazione.
Il posto per le carrozzine esiste già in natura: a destra, a sinistra o di fronte a una panchina comune.
«Forzare un posto apposito significa enfatizzare la disabilità, e questa non è vera inclusione ma abilismo indiretto, cioè discriminazione dannosa perché alimenta un’idea tecnicamente sbagliata dell’accessibilità», precisa l’attivista.
Il messaggio che parte da Messina assume una valenza generale per tutte le amministrazioni italiane. Le buone intenzioni e la sensibilità, quando slegate dalla competenza tecnica, producono danni. I disability studies non sono una materia che si può improvvisare per inseguire il consenso o la moda del momento. La vera inclusione passa per una regola molto più semplice e meno dispendiosa: interpellare direttamente le persone coinvolte prima di aprire i cantieri. Sono loro, conclude la Onlus, le uniche a poter dire cosa sia davvero funzionale e giusto per le proprie vite.








