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Municipalità, sulla direttiva Carrubba l’interrogazione Scurria-Capurro: un “filtro” che sa di bavaglio

- 02/09/2026

Capurro e Scurria chiedono al sindaco di chiarire il fondamento normativo della direttiva, di sospenderne gli effetti e l’intervento della Regione.

MESSINA – Un filtro. Politico prima ancora che amministrativo. Una barriera collocata tra i consiglieri delle Municipalità e gli uffici del Comune. In mezzo il presidente della Municipalità. È così che viene avvertita e contestata la direttiva emanata dalla Segretaria generale di Palazzo Zanca Rossana Carrubba, sulla gestione delle segnalazioni provenienti dalle Circoscrizioni. E il problema non è di poco conto. Perché i consiglieri circoscrizionali non sono dipendenti dell’amministrazione comunale da inserire in una catena gerarchica. Sono rappresentanti eletti direttamente dai cittadini. Raccolgono segnalazioni, denunciano disservizi, rappresentano problemi dei quartieri e del territorio. Ed esercitano prerogative che, secondo quanto evidenziato nell’interrogazione presentata da Capurro e Scurria, trovano fondamento nella legge, nello Statuto comunale e soprattutto nel Regolamento per il Decentramento.

La questione nasce da una disposizione precisa. La direttiva della Segretaria generale prevede che le segnalazioni dei singoli consiglieri relative alle problematiche del territorio siano preliminarmente portate all’attenzione del presidente della Circoscrizione. Sarà poi quest’ultimo a verificare eventuali coincidenze con altre segnalazioni, ad accorpare quelle aventi oggetto analogo, a individuare Assessorato e Dipartimento competenti e infine a procedere alla trasmissione, informando il consigliere che aveva sollevato il problema.

E ancora, secondo quanto riportato nell’interrogazione, la stessa direttiva dispone che i dirigenti forniscano il riscontro istituzionale al presidente, con contestuale comunicazione al consigliere interessato. Il presidente, dunque, diventa il perno attorno al quale ruota l’intero flusso della segnalazione: la riceve, la valuta, la accorpa, la indirizza e riceve il riscontro dell’Amministrazione. Un conto è organizzare meglio gli uffici. Altro è inserire un intermediario politico tra un consigliere democraticamente eletto e la macchina amministrativa.

Il consigliere eletto passa dal presidente

La domanda posta è: dove sta scritto? Dove sta scritto nel Regolamento per il Decentramento che un consigliere debba preliminarmente sottoporre la propria segnalazione al presidente? Dove sta scritto che il presidente possa raccoglierla, verificarla, accorparla con altre e decidere attraverso quale percorso debba arrivare agli uffici? E soprattutto: con quale norma una direttiva amministrativa può introdurre una competenza che il Regolamento, approvato dal Consiglio comunale, eventualmente non prevede? È esattamente questo il cuore dell’interrogazione.

Capurro e Scurria ricordano che le competenze e le prerogative degli organi delle Circoscrizioni sono disciplinate dalle fonti normative, dallo Statuto e dal Regolamento sul Decentramento. E sostengono un principio difficile da aggirare: le competenze di un organo politico non possono essere modificate, ampliate o limitate con un semplice atto amministrativo. Perché se il presidente non possiede già quel potere, una direttiva della Segretaria generale non può inventarglielo.

Da coordinamento a bavaglio il passo è breve

La giustificazione organizzativa che darebbe corpo e senso a questa direttiva sarebbe quello di “evitare duplicazioni, segnalazioni identiche, pratiche inviate agli uffici sbagliati”. Ma proprio l’interrogazione riconosce che questa esigenza può essere legittima. Il punto è un altro: non può essere risolta costruendo un filtro politico. Gli strumenti esistono già. Protocollo. Smistamento interno. Sistemi informatici. Tracciabilità delle pratiche. Assegnazione automatica al Dipartimento competente. Tutti strumenti amministrativi che consentono di organizzare i flussi senza subordinare l’attività di un eletto a quella di un altro eletto.

Una direttiva che assume un peso politico esplosivo. Perché quando il consigliere non può più dialogare direttamente con l’ufficio, ma deve passare da un presidente, il presidente smette di essere semplicemente il rappresentante istituzionale della Municipalità e rischia di trasformarsi nel controllore delle iniziative degli altri eletti. Un consigliere segnala una strada dissestata? Passa dal presidente. Denuncia un problema di illuminazione? Presidente. Solleva un disservizio che può mettere in difficoltà l’Amministrazione? Ancora presidente. Il problema, evidentemente, diventa ancora più delicato in presenza di consiglieri appartenenti all’opposizione e di presidenti espressione della maggioranza politica. Il principio istituzionale, però, prescinde persino dagli schieramenti. Oggi il filtro può favorire una maggioranza. Domani potrebbe favorirne un’altra. La regola deve valere sempre: un consigliere eletto non può diventare gerarchicamente subordinato a un altro rappresentante politico se l’ordinamento non lo prevede.

E gli uffici avrebbero già cominciato ad applicarla

Non si tratta, almeno secondo quanto denunciato nell’interrogazione, di una disputa esclusivamente teorica. Il documento sostiene infatti che la direttiva sarebbe già stata utilizzata concretamente dagli uffici comunali e che alcuni dirigenti avrebbero rifiutato di ricevere segnalazioni trasmesse direttamente dai consiglieri di Municipalità, invocando la necessità della preventiva intermediazione del presidente.

Se confermato, è probabilmente questo il punto politicamente e amministrativamente più grave. Perché in quel momento il “consiglio organizzativo” smette di essere tale e diventa una porta chiusa. Il consigliere eletto dal cittadino arriva davanti all’ufficio comunale e si sente dire, in sostanza: prima passa dal presidente.

È esattamente l’immagine di quel bavaglio istituzionale contro il quale è esplosa la protesta. Non perché venga vietato al consigliere di parlare. Ma perché la sua voce viene obbligata a percorrere un canale preventivamente controllato da un altro organo politico.

Ventuno consiglieri contro la direttiva

La dimensione della protesta dimostra inoltre che non siamo davanti a una semplice incomprensione personale.

Nell’interrogazione vengono elencati 21 consiglieri appartenenti alle diverse Circoscrizioni cittadine che hanno sottoscritto una formale presa di posizione contro la direttiva. La questione, dunque, attraversa il sistema del decentramento, che a Messina non è mai funzionato, semmai avversato, svuotato di funzione, inascoltato, in una parola inattuato.

Oggi, alla luce della concretizzazione di un vincolo inaccettabile, i consiglieri denunciano un problema che riguarda direttamente l’esercizio del mandato ricevuto dai cittadini e annunciano anche l’intenzione di investire della vicenda gli organismi regionali competenti. E non è difficile comprenderne la ragione. Le Municipalità rappresentano il livello istituzionale più vicino ai quartieri. Sono spesso il primo luogo nel quale arriva la protesta del cittadino: la buca, la perdita d’acqua, il lampione spento, la discarica, la strada pericolosa, il marciapiede distrutto.

Imporre un imbuto a questa attività significa incidere direttamente sul rapporto tra eletto e territorio.

Il punto giuridico: quali poteri ha la Segretaria generale?

L’interrogazione chiama direttamente in causa anche i limiti delle funzioni della Segretaria generale. Viene richiamato l’articolo 97 del Testo unico degli enti locali, secondo cui al Segretario generale spettano funzioni di collaborazione e assistenza giuridico-amministrativa e compiti di sovrintendenza e coordinamento dell’attività dei dirigenti.

Ma proprio da questa norma gli interroganti fanno discendere la distinzione fondamentale. Una cosa è coordinare gli uffici. Un’altra è disciplinare l’esercizio del mandato di un rappresentante politico. La Segreteria generale può certamente dire ai Dipartimenti come organizzare una pratica, dove protocollarla, chi deve istruirla e come evitare duplicazioni. Molto più difficile sostenere che possa decidere come un consigliere debba esercitare le proprie prerogative istituzionali.

Se una direttiva produce effetti soltanto all’interno della macchina amministrativa, siamo davanti a un atto organizzativo. Se invece stabilisce che il consigliere debba necessariamente passare attraverso il presidente, allora incide sull’organo elettivo. E a quel punto, chiedono Capurro e Scurria, occorre indicare la norma che conferisce alla Segretaria generale questo potere.

Nessun presidente può diventare il “controllore” dei consiglieri

Il nodo è ancora più evidente quando si guarda alle nuove funzioni attribuite al presidente.

Ricevere preventivamente, verificare, accorpare, individuare il destinatario, trasmettere, ricevere il riscontro. È una sequenza che concentra sul presidente una funzione di snodo politico-amministrativo molto forte.

Secondo l’interrogazione, qualora questi poteri non siano già previsti dal Regolamento, non potrebbero essere introdotti attraverso una semplice direttiva. Farlo significherebbe modificare indirettamente l’assetto delle competenze delle Municipalità senza passare dal Consiglio comunale, cioè dall’organo competente ad approvare e modificare quel Regolamento. Il rischio è evidente. Un presidente non può scegliere quali battaglie di un consigliere debbano arrivare agli uffici. Non può stabilire quali siano doppioni e quali no se da questa valutazione dipende la trasmissione. Non può diventare una sorta di ufficio politico di censura preventiva. Non può esserlo un presidente di maggioranza nei confronti di un consigliere d’opposizione, e non potrebbe esserlo neppure a parti invertite. È una questione di equilibrio tra organi, non di appartenenza politica.

Le domande al sindaco

L’interrogazione chiede quindi al sindaco Federico Basile di mettere alcuni punti fermi.

Qual è la fonte normativa della direttiva? È soltanto un atto organizzativo interno oppure produce effetti sui consiglieri? Quale disposizione attribuisce al presidente il potere di ricevere preventivamente e condizionare le segnalazioni dei singoli consiglieri? Gli uffici hanno realmente respinto pratiche perché non transitate dal presidente? Quanti casi si sono verificati? Quali dirigenti lo hanno fatto? E soprattutto: il sindaco intende garantire formalmente che ogni consigliere possa continuare a trasmettere direttamente agli uffici comunali segnalazioni e istanze senza autorizzazione, nulla osta o preventiva valutazione del presidente?

Sono domande alle quali non basta rispondere con una generica esigenza di organizzazione. Serve una risposta istituzionale.

Revoca, sospensione e Regione

Capurro e Scurria vanno oltre.

Chiedono che la direttiva venga chiarita, rettificata o sospesa nelle parti suscettibili di incidere sulle prerogative dei consiglieri. E, qualora venga interpretata come fonte di un obbligo di preventiva trasmissione al presidente, ne chiedono la revoca o l’annullamento.

Chiedono inoltre la trasmissione degli atti all’Assessorato regionale competente in materia di Autonomie locali perché valuti la legittimità del provvedimento e gli eventuali interventi di propria competenza.

Il caso, dunque, è ormai formalmente aperto e la questione non può essere ridotta a una guerra di carte tra Palazzo Zanca e le Municipalità. Il punto è molto più elementare. Ventuno consiglieri eletti sostengono che sia stato costruito un filtro tra loro e l’Amministrazione. Un filtro che passa attraverso i presidenti. Un filtro che, se davvero applicato dagli uffici come condizione necessaria per ricevere una segnalazione, finisce inevitabilmente per limitare l’autonomia dell’eletto.

E quando si introduce un passaggio politico obbligato tra un rappresentante dei cittadini e gli uffici pubblici, chiamarlo semplicemente “coordinamento” rischia di essere un elegante esercizio linguistico. Per chi quel filtro deve subirlo, il nome è molto più semplice: Bavaglio.