2 views 12 min 0 Comment

Antonello rubato mentre il sistema guardava altrove: l’allarme funzionava, gli uomini no. E uno forse era alla Vara

- 26/08/2026

La Regione accerta “errori umani” e criticità nell’applicazione dei protocolli. Repubblica rivela l’ipotesi più inquietante: uno dei quattro addetti potrebbe non essere stato al Museo durante il furto perché alla Vara. Circostanza ancora da provare, ma che apre una voragine sulla vigilanza, sulla catena dei controlli e su un sistema regionale costruito per coprire i turni più che per proteggere capolavori.

L’allarme funzionava. Le telecamere funzionavano. I ladri sono entrati, hanno raggiunto le opere di Antonello da Messina, hanno spaccato le teche, hanno portato via i capolavori e sono usciti. Tutto in una manciata di minuti. E la telefonata al 112 non è partita dal Museo. È partita da una cittadina, Elisabetta Bonfato, che passando all’esterno si è accorta che due dipinti erano stati abbandonati fuori dalla struttura e ha chiamato la polizia. Un particolare che, da solo, restituisce la dimensione del disastro: mentre dentro un museo regionale dotato di allarme e videosorveglianza veniva consumato uno dei più clamorosi furti d’arte degli ultimi anni, la prima vera reazione efficace arrivava dalla strada. ANSA ha ricostruito che il colpo sarebbe durato appena due minuti e che, proprio in quegli istanti, nella control room sembrava non esserci nessuno dei quattro addetti di turno a osservare i monitor. Adesso, però, il quadro diventa ancora più grave.

L’ispezione interna voluta dal presidente della Regione Renato Schifani ha escluso uno degli alibi che avrebbero potuto spiegare l’inspiegabile: non furono gli impianti a tradire il Museo. Schifani lo aveva detto già il giorno successivo al furto: allarme e videosorveglianza avevano funzionato regolarmente. I controlli successivi lo hanno confermato e hanno rilevato, invece, «criticità nell’applicazione da parte dei custodi delle procedure previste dai protocolli di sicurezza». Il dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali Mario La Rocca ha usato parole ancora più nette: sono emersi “errori umani” e la relazione è stata trasmessa agli uffici competenti per le valutazioni disciplinari. Dunque la domanda non è più soltanto come abbiano fatto i ladri a entrare. La domanda è: che cosa facevano coloro che dovevano impedirgli di uscire indisturbati con Antonello da Messina sotto il braccio? E oggi ne arriva un’altra, persino più sconcertante.

Repubblica, nell’edizione del 26 agosto, riferisce che tra gli aspetti ancora da chiarire vi sarebbe l’ipotesi che uno dei quattro addetti indicati nel turno non fosse fisicamente al Museo al momento del furto perché si trovava alla festa della Vara. Il giornale precisa che la circostanza deve ancora trovare conferma attraverso la completa analisi dei filmati. Non è dunque un fatto accertato e sarebbe irresponsabile trasformarlo oggi in una sentenza. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile minimizzarlo. La stessa edizione online di Repubblica presenta infatti come uno degli elementi dell’inchiesta amministrativa «l’ipotesi che un dipendente fosse assente». Se questa circostanza fosse confermata, non ci troveremmo più davanti a una semplice distrazione, a una valutazione errata dell’allarme o a una procedura eseguita male. Si porrebbe il problema ben più grave dell’assenza dal posto di servizio mentre si doveva custodire un patrimonio di valore storico e culturale incalcolabile. E qualcuno dovrebbe spiegare anche come sia stato possibile.

Un Museo non può funzionare sulla fiducia cieca. Devono esistere un responsabile, una catena gerarchica, una verifica delle presenze, un capoturno, procedure di consegna e riconsegna, controlli sugli accessi, tracciamento degli interventi, registri e rapporti di servizio. Soprattutto quando si custodiscono Antonello da Messina e Caravaggio, non scatoloni in un deposito.

Anche la relazione inizialmente trasmessa dalla direttrice del Museo, Marisa Mercurio, non avrebbe soddisfatto il dirigente generale La Rocca, che ne avrebbe chiesto un’integrazione prima delle determinazioni disciplinari. La Sicilia conferma che il Dipartimento ha richiesto integrazioni alla relazione della direzione prima di decidere i provvedimenti nei confronti degli addetti. Ed è un altro passaggio che non può essere liquidato con quattro trasferimenti. I quattro addetti che risultavano di turno – due dipendenti regionali e due lavoratori ex Asu impiegati attraverso Servizi Ausiliari Sicilia – sono stati destinati ad altri siti e per loro è previsto un procedimento disciplinare che, nei casi più gravi, potrebbe arrivare al licenziamento. Ma la responsabilità di un sistema non può essere scaricata esclusivamente sull’ultimo anello della catena.

Se un custode sbaglia, deve risponderne. Se viola un protocollo, deve risponderne. Se si accertasse perfino che qualcuno non era al proprio posto, dovrebbe risponderne con tutto il rigore previsto dalle norme. Ma chi organizza quella vigilanza, chi stabilisce quanti uomini servano, e poi chi verifica che abbiano le professionalità necessarie, formandoli adeguatamente alle emergenze, non può scaricarsi di alcuna responsabilità. Perchè un’altra delle domande a cui si esige risposta, anche per il futuro, è: chi controlla i controllori?

E’ drammatico e demoralizzante scoprire che scavando dentro il modello siciliano, il furto del MuMe smette di apparire come una fatalità e comincia ad assomigliare sempre più al risultato possibile di un sistema costruito da anni sulla carenza. La ricostruzione di Repubblica ha documentato che la custodia del patrimonio culturale regionale poggia su circa 700 dipendenti regionali, progressivamente ridotti dai pensionamenti, affiancati dal personale della Sas. Al MuMe risultano quattro dipendenti regionali e 23 lavoratori Sas. Ma soprattutto non esisterebbe uno standard generale che determini quanti addetti siano necessari sulla base della superficie di un museo, del numero delle sale o dell’importanza delle opere custodite. Le turnazioni vengono costruite partendo dagli uomini disponibili. Non, quindi, necessariamente dalle esigenze di sicurezza del sito. È una differenza enorme.

Prima si dovrebbe stabilire quale livello di sicurezza richiede un museo. Poi si dovrebbe assumere e organizzare il personale necessario per garantirlo. Invece il meccanismo descritto appare rovesciato: si guarda quanti lavoratori sono disponibili e con quelli si compone il servizio!

La direttiva regionale del 28 luglio, appena diciotto giorni prima del furto, costituisce un elemento che merita particolare attenzione. Secondo la documentazione riportata da Repubblica, i turni possono essere costituiti anche soltanto da coadiutori, senza obbligo della presenza contemporanea di personale regionale e Sas; nei servizi diurni si può scendere da tre a due addetti quando l’organico non consente altrimenti e anche il servizio notturno può essere assicurato da due persone. La sera del furto non sarebbe stato presente alcun capo servizio e pone il problema della formazione specifica del personale utilizzato nella vigilanza. Non significa che un ex Asu o un dipendente Sas sia per definizione incapace. Il presidente della Sas Alessandro Virgara ha sostenuto, peraltro, che i lavoratori del Museo di Messina stabilizzati ad aprile avevano già maturato circa dieci anni di attività nel settore dei beni culturali. Ma l’anzianità di servizio non equivale automaticamente alla formazione specialistica sulla sicurezza.

Custodire una sala e gestire un’emergenza antintrusione sono cose diverse. Occorre conoscere gli impianti, riconoscere un allarme, sapere chi chiamare, compiere verifiche senza esporsi a rischi, applicare procedure codificate e ripeterle attraverso addestramento e aggiornamento. Pompeo Micheli, già appartenente al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ha spiegato all’ANSA che la vigilanza museale deve essere considerata una “funzione altamente professionale”, che richiede formazione specifica, aggiornamento continuo e conoscenza degli apparati e delle procedure. Ha aggiunto un punto essenziale: anche le assunzioni dovrebbero essere mirate. AStArte, l’Associazione nazionale degli storici dell’arte, ha sollevato lo stesso problema chiedendo personale selezionato, formato e qualificato e denunciando criticità nella professionalizzazione degli addetti alla vigilanza. Dunque la Regione dovrà fare qualcosa di più che individuare quattro eventuali colpevoli disciplinari.

Dovrà mostrare quali corsi abbiano frequentato gli addetti del MuMe, con quale periodicità, con quali verifiche finali, quali esercitazioni siano state effettuate, chi abbia certificato la loro preparazione alla gestione di un allarme e chi dovesse comandare il servizio la sera del 15 agosto. Sono documenti. Devono esistere. E, se esistono, possono essere mostrati.

C’è poi il capitolo tecnologico-organizzativo. Dopo il furto la Regione ha riunito i vertici dei musei e dei parchi siciliani e ha convenuto sulla necessità di estendere a tutti i siti il collegamento automatico dell’allarme con le forze dell’ordine e con un istituto di vigilanza. A Messina quel collegamento non era attivo. Se oggi viene considerato necessario, perché non lo era il 15 agosto?

L’analisi del sistema regionale museale e della sicurezza descrive peraltro un problema che va ben oltre Messina: carenze di personale, sistemi di videosorveglianza mancanti o inefficienti in altri siti, strutture costrette a chiudere settori perché non vi sono abbastanza addetti. Il furto di Antonello rischia quindi di essere non soltanto il caso di un Museo violato, ma la radiografia di una politica regionale dei beni culturali che per troppo tempo ha confuso la semplice presenza fisica di personale con un vero sistema di sicurezza. Le responsabilità penali spettano alla Procura e saranno accertate con le garanzie dovute a tutti. Nessuno può anticipare sentenze. Le responsabilità amministrative e politiche, però, sono altra cosa. Se gli addetti non hanno applicato le procedure, devono risponderne. Se qualcuno risultasse assente dal posto di lavoro mentre Antonello veniva portato via, dovrebbe essere spiegato come e perché ciò sia stato possibile. Se mancava un responsabile del servizio, va spiegato chi aveva organizzato quel turno. Se la formazione era insufficiente, va spiegato chi avrebbe dovuto garantirla. Se la Regione ha adattato turnazioni e professionalità alla cronica mancanza di personale, deve rispondere chi ha governato quel sistema. Se l’allarme non era collegato direttamente alle forze dell’ordine, qualcuno dovrà spiegare perché si sia deciso di farlo dopo il furto e non prima.