
L’attore si dice offeso per essere stato prima contattato e poi escluso dai riconoscimenti del 3 settembre e chiama in causa una «manina destra». Ma una selezione artistica deve poter scegliere, anche sbagliando. E il soccorso politico arrivato subito dopo rischia di trasformare un premio in una sorta di risarcimento.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Mi perdonerà Leo Gullotta, artista che non ha certamente bisogno della mia difesa né del mio riconoscimento, ma questa storia del premio di Taormina Arte che prima ci sarebbe stato e poi non ci sarebbe stato lascia addosso una sensazione strana. E non necessariamente per le ragioni indicate dall’attore.
Perché Gullotta è Gullotta. Sessantacinque anni di carriera, cinema, teatro, televisione, doppiaggio, tre David di Donatello, Nastri d’Argento, una vita intera trascorsa sul palcoscenico. Uno dei siciliani che hanno dato di questa terra un’immagine alta, professionale, nazionale e internazionale. Tutto vero.
Ma proprio perché Gullotta è Gullotta viene spontaneo chiedersi se un artista della sua statura può davvero “lagnarsi” pubblicamente perché una manifestazione decide di non premiarlo?
Tanto per cominciare separiamo il fatto dalle interpretazioni e cominciamo dal principio. Gullotta racconta di essere stato contattato dalla direttrice artistica Simona Celi, di avere dato la propria disponibilità a ricevere il riconoscimento previsto per la serata del 3 settembre, dedicata ai cinquant’anni del festival di teatro di Taormina, e di avere poi ricevuto una seconda telefonata con la quale gli veniva comunicato che il suo nome non figurava più tra i premiati. Da quel momento nasce la denuncia della famosa «manina destra», attribuita dall’attore ad ambienti regionali e definita figlia dell’«amichettismo».
Su una cosa Gullotta ha certamente ragione. Se gli era stato comunicato non che il suo nome fosse semplicemente in valutazione, ma che avrebbe ricevuto il premio, per poi ritirare quella decisione, la gestione è stata quantomeno maldestra. Prima di telefonare a un artista per chiedergli la disponibilità a ritirare un riconoscimento sarebbe opportuno che quel riconoscimento fosse definitivamente assegnato. Altrimenti si espone una persona a una situazione spiacevole e si crea esattamente il pasticcio che oggi occupa giornali e agenzie.
La Fondazione offre però una ricostruzione diversa. Simona Celi sostiene di avere contattato quasi cento artisti durante la preparazione dell’evento e che, essendo soltanto dodici i riconoscimenti disponibili, sia stato inevitabile arrivare a una selezione finale. Ribadisce la stima per Gullotta e ricorda, non senza significato, che proprio lui fu direttore artistico del Taormina Film Fest nel 2020.
La zona grigia, però, rimane tutta: Gullotta era stato effettivamente già scelto oppure soltanto contattato durante la costruzione della serata? Sarebbe utile chiarirlo definitivamente. Perché cambia molto. Ma anche ammettendo che inizialmente il nome fosse stato inserito e poi cancellato, resta un principio che rischia di essere travolto dalla polemica: un premio non costituisce un diritto acquisito. Neppure dopo sessantacinque anni di carriera. Neppure a ottant’anni. Neppure se si è lavorato gratuitamente per la propria Sicilia. Sono tutti elementi che rendono enorme il prestigio di Gullotta. Non trasformano però un riconoscimento artistico in una sorta di trattamento di fine rapporto obbligatorio.
Taormina ha costruito la propria storia proprio attraverso selezioni, direzioni artistiche, scelte talvolta illuminate e altre volte discutibili. Il Taormina Film Fest appartiene alla storia del cinema italiano e internazionale; Taormina Arte ha attraversato decenni di teatro, musica e spettacolo. Se una direzione artistica non fosse più libera di scegliere perché l’esclusione di un grande nome produce immediatamente accuse, interventi dei partiti e premi compensativi, sarebbe la fine stessa del concetto di selezione. Una direzione artistica deve avere perfino il diritto di sbagliare (lo stesso Leo Gullotta è stato direttore del Taormina Film Fest nel 2020). Possiamo giudicarla. Possiamo criticare la qualità dei premiati. Possiamo domandarci secondo quali criteri siano stati scelti i protagonisti annunciati. Ma altra cosa sarebbe sostenere che, poiché Leo Gullotta è Leo Gullotta, allora Leo Gullotta debba essere necessariamente premiato. Altrimenti non sarebbe più un premio. Sarebbe un atto dovuto.
Poi arriva la politica. Ed è proprio la politica a rendere questa vicenda ancora meno edificante. Gullotta la introduce per primo parlando di una «manina destra». Il sospetto non nasce completamente nel vuoto: la Fondazione Taormina Arte Sicilia è un ente sottoposto al controllo pubblico regionale e il commissario straordinario Bernardo Campo è stato nominato dall’assessorato regionale al Turismo; il suo incarico è stato ancora prorogato nell’agosto 2026. Dunque la Regione ha un peso istituzionale reale sulla Fondazione. Ma avere un peso istituzionale non dimostra avere cancellato il nome di Gullotta.
Al momento non è stata resa pubblica alcuna prova dell’intervento della famosa «manina». L’assessora regionale Elvira Amata sostiene anzi di non conoscere neppure l’elenco dei premiati e afferma che la scelta compete alla direzione artistica. Gullotta, peraltro, non ha mai nascosto le proprie sensibilità politiche: pochi mesi fa aveva ricordato pubblicamente la propria simpatia per la sinistra ed espresso giudizi critici su Giorgia Meloni. Questo rende comprensibile il significato della sua battuta sulla «manina destra», ma non può diventare automaticamente la prova di una rappresaglia politica. Servono fatti. Perché altrimenti accade qualcosa di pericoloso: ogni scelta culturale sfavorevole a un artista politicamente schierato potrebbe diventare una censura, ogni esclusione una vendetta, ogni premio assegnato ad altri una manifestazione di appartenenza. E infatti, appena Gullotta pronuncia quelle parole, la vicenda smette quasi immediatamente di appartenere al teatro.
Il Partito democratico siciliano parla di fatti di «gravità inaudita», denuncia il «pensiero unico della destra» e annuncia che i propri parlamentari e amministratori non parteciperanno alla manifestazione. E poteva mancare Cateno De Luca? Certo che no! Qui la storia assume contorni quasi pirandelliani.
De Luca si dice dispiaciuto, prende le distanze da Taormina Arte e, insieme alla presidente della diversa Fondazione Taormina, propone a Gullotta di diventare testimonial della stagione teatrale al Palazzo dei Congressi. Non basta: annuncia anche la disponibilità ad assegnargli un premio speciale durante il Taormina Music Award del 19 settembre. In pratica: non ti hanno dato quel premio? Te ne diamo un altro. Ma siamo sicuri che sia questo il modo migliore per rendere omaggio a Leo Gullotta? E soprattutto: che valore assume un premio annunciato pubblicamente poche ore dopo una protesta per un premio non ricevuto?
C’è persino un ulteriore elemento da ricordare. La Fondazione Taormina Arte Sicilia e la Fondazione Taormina alla quale fa riferimento De Luca sono due soggetti distinti. Il Comune è uscito dalla compagine della prima e l’amministrazione taorminese ha poi costruito un proprio soggetto culturale. De Luca stesso rivendica da tempo il proprio dissenso verso quella che considera una gestione di Taormina Arte troppo condizionata dalla politica regionale. Perciò il “soccorso” a Gullotta rischia inevitabilmente di apparire anche come un altro capitolo dello scontro politico tra Taormina e Palermo. Non si ripara una scelta artistica. Si apre semplicemente un altro palcoscenico.
Alla fine proprio Leo Gullotta rischia di uscire peggio da una vicenda dalla quale avrebbe potuto uscire gigantesco semplicemente sorridendo. Avrebbe potuto dire: peccato, mi avevano chiamato e poi hanno cambiato idea. Ne prendo atto. Fine.
La sua carriera sarebbe rimasta esattamente quella di prima. Probabilmente persino più grande del premio che non gli era stato assegnato. Invece parole come «schiaffeggiato», «amichettismo», «manina destra», il richiamo agli ottant’anni e ai sessantacinque di carriera finiscono involontariamente per dare l’impressione che quel riconoscimento gli spettasse. E questa è forse l’immagine meno felice che possa accompagnare un artista immenso: quella di chi sembra chiedere alle istituzioni di certificare una grandezza che le istituzioni non hanno alcun bisogno di certificare. Leo Gullotta non diventa più piccolo perché Taormina Arte non lo premia. Semmai Taormina Arte potrà essere giudicata, nel tempo, per avere compiuto una scelta giusta o sbagliata. Questo significa libertà artistica.
Poi si accertino pure eventuali interferenze politiche. Se qualcuno ha davvero telefonato imponendo di depennare Gullotta per ragioni ideologiche, allora i nomi vadano fatti e il caso diventerebbe gravissimo. Ma fino a quel momento una supposizione resta una supposizione. E trasformarla immediatamente in una guerra tra destra e sinistra, con boicottaggi, testimonial offerti e premi speciali confezionati in poche ore, finisce per fare precisamente ciò che tutti dichiarano di voler evitare: consegnare l’arte alla politica.
Un grande attore non ha bisogno di un premio per essere grande. Un premio, invece, ha disperatamente bisogno di essere libero per continuare a valere qualcosa.
In tutto questo “frastuono”, personalmente ricordo ancora, con un po’ di dispiacere, la mia “non intervista” al grande attore siciliano che NON avvenne al Teatro Vittorio Emanuele nel 2018. Gullotta, allora, si lagnò di dovermi consentire di fare le domande che avrei voluto. La mia “manina” aprì la porta d’uscita del Teatro e lo lasciai in piedi, da solo, sul legno della quinta, a guardarmi andar via.








