
La città, distratta dai veleni della politica, scopre il peso del suo patrimonio solo dopo il clamoroso colpo di Ferragosto. Nel mirino anche la gestione del museo, che custodisce nel silenzio persino due tele di Caravaggio. Intanto il Polittico trafugato, impossibile da piazzare sul mercato ufficiale, si trasforma in una spietata moneta di scambio per i capitali illeciti delle mafie transnazionali.

Ci sono voluti un colpo da maestro e le sirene della cronaca internazionale per risvegliare Messina dal suo torpore. Messina adesso è davvero sulle pagine di tutti i giornali internazionali. Sarebbe potuta esserlo per ben altro, ma tant’è.
Più che la dinamica del clamoroso furto di Ferragosto a far saltare sulla sedia i cittadini è stata la stima economica della refurtiva: 80 milioni di euro. Una cifra astronomica, sfuggita per anni alla consapevolezza di una comunità perennemente distratta da polemiche di poco conto, avvelenata dalle beghe della politica locale e tragicamente scollata dal valore storico e artistico della propria terra. È il paradosso più amaro di questa vicenda: il crimine transnazionale che ha spogliato la città del Polittico di San Gregorio e della tavoletta bifronte di Antonello da Messina ha costretto i messinesi a guardare finalmente dentro un forziere che avevano dimenticato di possedere. E di bellezza e patrimonio inestimabile ne contiene ancora tanto.
Una responsabilità che, tuttavia, non ricade solo sulla disattenzione del pubblico. Il Museo Regionale di Messina (MuMe) finisce sul banco degli imputati per una cronica incapacità di promuovere e far conoscere il proprio patrimonio. Basti pensare che, a pochi metri dall’Antonello trafugato, le sale del museo custodiscono silenziosamente anche due inestimabili tele di Caravaggio. Si tratta di opere uniche e dalla storia molto controversa. Entrambe le grandi tele custodite al MUME risalgono al 1609, realizzate durante la frenetica e tormentata tappa siciliana del pittore, appena evaso dalle carceri di Malta e in fuga dai suoi inseguitori. La Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori.
Capolavori assoluti, eppure avvolti in una gestione comunicativa asfittica che ha reso il museo un gigante invisibile, incapace di trasformare queste eccellenze in un vero orgoglio cittadino prima che fosse la cronaca nera a doverne certificare prepotentemente l’importanza.
Ma che fine fa un tesoro da 80 milioni di euro una volta varcata l’uscita di sicurezza? Qui entra in gioco la verità del crimine d’arte contemporaneo: le tavole di Antonello da Messina sono opere “tossiche”, assolutamente invendibili. Il mercato, con i suoi rigidi protocolli di tracciabilità, respinge come un anticorpo un capolavoro così celebre. Chi ha commissionato o eseguito il colpo è ipotizzabile che non lo abbia fatto per piazzare il Polittico nel salotto di un collezionista.
In questi circuiti criminali, l’arte smette di essere tale e diventa “collaterale”. Un’opera inestimabile ma invendibile si trasforma in una potentissima valuta di scambio sotterranea. Viene utilizzata come garanzia finanziaria per muovere e schermare capitali illeciti, come pegno per ottenere prestiti da canali opachi o come leva negoziale per bilanciare i pesi tra le organizzazioni criminali. Il capolavoro rubato diventa l’assegno in bianco della malavita.
Oggi, paradossalmente, proprio quell’invendibilità assoluta rimane l’unica ancora di salvezza per gli investigatori: la speranza che, una volta esaurita la sua funzione di garanzia nel mercato delle ombre, l’Antonello possa tornare a una città che ha dovuto perderlo per capirne il valore.
giube








