L’inchiesta “Oltre al Villaggio” ricostruisce un sistema per introdurre stupefacenti e telefoni negli istituti penitenziari siciliani. Coinvolto anche un dirigente medico del carcere di Noto: i calamari sarebbero stati utilizzati come contenitori per la droga
CATANIA – Salsicce e calamari trasformati in insospettabili contenitori per nascondere sostanze stupefacenti destinate ai detenuti. È uno degli aspetti più inquietanti emersi dall’inchiesta “Oltre al Villaggio”, coordinata dalla magistratura catanese e condotta dagli investigatori della Squadra Mobile, che ha portato all’arresto di 19 persone ritenute appartenenti o vicine a un gruppo criminale collegato al clan Cappello-Bonaccorsi.
Al centro del presunto sistema per fare entrare droga e telefoni cellulari nelle carceri siciliane vi sarebbe anche l’avvocato catanese Giancarlo Filippo Maria Puglisi, indicato dal gip Dorotea Catena, nell’ordinanza cautelare, come una «persona di riferimento del clan». Le contestazioni formulate nei suoi confronti dovranno naturalmente essere verificate nel corso del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Secondo la ricostruzione investigativa, il professionista avrebbe sfruttato la possibilità di accedere agli istituti penitenziari per i colloqui con gli assistiti, assumendo il ruolo di vero e proprio corriere. In alcuni casi, sostengono gli inquirenti, avrebbe accettato la nomina a difensore non per svolgere attività legale, ma con il preciso obiettivo di consegnare stupefacenti ai detenuti.
Uno degli episodi riguarda il carcere di Agrigento. Per conto di Sebastiano Miano, ritenuto dagli investigatori responsabile della gestione degli affari legati alla droga nel quartiere catanese del Villaggio Sant’Agata, l’avvocato avrebbe trasportato diverse partite di sostanza stupefacente nascoste all’interno della salsiccia. La droga, una volta superati i controlli e introdotta nell’istituto, sarebbe stata suddivisa e rivenduta tra i detenuti.
Nell’ordinanza il giudice descrive un rapporto stabile tra il legale, gli affiliati in libertà e quelli detenuti. Puglisi avrebbe partecipato, secondo l’accusa, a colloqui finalizzati non all’esercizio del diritto di difesa, ma alla pianificazione e alla realizzazione delle attività illecite.
Per il servizio svolto avrebbe ricevuto denaro oppure dosi di droga destinate al proprio consumo personale. Dalle intercettazioni e dagli altri elementi raccolti dagli investigatori emergerebbe inoltre la richiesta di compensi più consistenti, tra i quali anche una motocicletta.
Il legale avrebbe tentato di introdurre anche apparecchi telefonici nel carcere di Noto per favorire Alfredo Blancato, altro indagato raggiunto da misura cautelare. La disponibilità di cellulari all’interno degli istituti penitenziari avrebbe consentito ai detenuti di mantenere contatti diretti con l’esterno e, secondo l’impostazione accusatoria, di continuare a impartire disposizioni e gestire affari illeciti.
Nel filone relativo alla casa circondariale di Noto compare anche un dirigente medico in servizio nella struttura, che non sarebbe stato ancora interrogato. Approfittando del proprio ruolo e della possibilità di accedere al carcere, il sanitario avrebbe introdotto calamari imbottiti di droga, apparentemente destinati all’alimentazione dei detenuti.
L’indagine era stata avviata nel 2022 dopo una sparatoria avvenuta nella discoteca Ecs Dogana. Da quell’episodio gli investigatori hanno ricostruito un quadro più ampio, caratterizzato dal traffico di stupefacenti, da numerosi agguati a colpi d’arma da fuoco e da tensioni interne al gruppo criminale.
L’inchiesta avrebbe così fatto emergere non soltanto il controllo delle piazze di spaccio, ma anche la capacità dell’organizzazione di superare le barriere degli istituti penitenziari, avvalendosi, secondo l’accusa, di professionisti e soggetti autorizzati a entrare nelle carceri. Un sistema che avrebbe trasformato colloqui difensivi, alimenti e accessi sanitari in strumenti per garantire ai detenuti droga, telefoni e collegamenti costanti con il mondo esterno.




