
Le bollette dell’acqua contestate risalgono al periodo 2014-2024. L’ultima sentenza respinge una richiesta di quasi 80 mila euro. Ma il contenzioso viene da lontano: già nel 2019 si discuteva di crediti milionari. Sul fronte delle imposte immobiliari Picciolo prepara il ricorso in Cassazione contro la pretesa di Palazzo Zanca. In gioco le risorse destinate alla manutenzione delle case popolari.

A Messina anche l’acqua delle case popolari è finita per anni nelle aule di tribunale. Bollette intestate all’Istituto autonomo case popolari, consumi attribuiti agli assegnatari degli alloggi, richieste di pagamento accumulate nel tempo. E un particolare che, alla prova dei giudici, si è rivelato decisivo: tra l’Iacp e l’Amam non sarebbe mai esistito un contratto scritto per le forniture contestate.
L’ultima sentenza, pronunciata dal giudice monocratico Giuseppe Bonfiglio, ha respinto una richiesta dell’Azienda meridionale acque di quasi 80 mila euro, relativa a fatturazioni comprese tra il 2014 e il 2024. È la terza decisione favorevole all’Istituto presieduto da Beppe Picciolo. Secondo il quadro comunicato dall’Iacp, le tre controversie riguarderebbero complessivamente pretese economiche per circa dieci milioni di euro. Una cifra considerevole, che necessita tuttavia di essere distinta dall’importo dell’ultima causa: senza l’esame dei tre provvedimenti e dei rispettivi conteggi, non è possibile stabilire quanta parte dei dieci milioni sia stata effettivamente oggetto delle decisioni giudiziarie e quale fosse invece il valore complessivo delle posizioni creditorie rivendicate dall’Amam. Per comprendere come si sia arrivati fin qui bisogna tornare indietro di almeno sette anni.
Il 29 ottobre 2019, l’ex componente del consiglio di amministrazione dell’Amam, Roberto Cerreti, indicava pubblicamente in oltre dieci milioni di euro il presunto debito dell’Iacp nei confronti dell’azienda idrica. Pochi giorni dopo, il 6 novembre, l’Amam annunciava ufficialmente la costituzione di un tavolo tecnico con l’allora commissario straordinario dell’Istituto, Leonardo Santoro. Il problema era già chiarissimo. Nella comunicazione ufficiale l’azienda riconosceva un disallineamento tra i crediti vantati e gli importi contestati all’Iacp, proponendo una ricognizione dei consumi, dei periodi di riferimento e degli effettivi beneficiari delle forniture. L’obiettivo dichiarato era ricostruire le intestazioni delle utenze e individuare i soggetti realmente obbligati al pagamento. Da allora sono trascorsi quasi sette anni. Le cause, evidentemente, sono proseguite.
La questione presenta un aspetto giuridico tutt’altro che secondario. Nel 2018 la Cassazione, con la sentenza 1549, aveva affrontato proprio il tema dei contratti di utenza idrica, riconoscendo, nella fattispecie esaminata, la necessità della forma scritta. Un orientamento che aiuta a comprendere il rilievo assunto dall’assenza di un contratto nelle controversie messinesi. Rimane però distinta la questione del pagamento dei consumi effettivamente effettuati. Una pretesa contrattuale respinta nei confronti dell’Iacp non equivale, automaticamente, all’inesistenza di qualsiasi possibile credito dell’azienda idrica. Occorre stabilire chi abbia richiesto e utilizzato la fornitura, quali rapporti giuridici siano documentabili e quali somme risultino ancora esigibili. Lo stesso principio di cautela vale per l’eventuale ricorso all’azione di arricchimento ingiustificato, che le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 11513 del 28 aprile 2026, hanno ritenuto astrattamente praticabile anche in presenza di contratti pubblici nulli per difetto di forma, nel rispetto delle condizioni previste dalla legge.


L’altra causa milionaria: i tre milioni di Imu
Chiusa favorevolmente la terza controversia con l’Amam, l’Iacp prepara adesso un’altra battaglia giudiziaria. Questa volta contro il Comune di Messina. Palazzo Zanca rivendica circa tre milioni di euro per l’Imu su immobili appartenenti all’Istituto, in relazione agli accertamenti per gli anni dal 2018 al 2022. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado ha già dato ragione al Comune, respingendo i ricorsi dell’ente. Picciolo ha annunciato l’intenzione di rivolgersi alla Cassazione. Ma nel frattempo gli avvocati dell’Iacp avrebbero effettuato una ricognizione del patrimonio immobiliare, arrivando a una conclusione sensibilmente diversa da quella sostenuta dagli uffici tributari comunali.
Secondo l’Istituto, il debito effettivo sarebbe di circa 600 mila euro, riferibile a 400 immobili a destinazione commerciale, prevalentemente botteghe. Per gli altri 4.400 immobili gestiti, destinati all’edilizia residenziale pubblica, l’Iacp sostiene invece che non sarebbe dovuta alcuna imposta.
Si tratta, per il momento, della ricostruzione difensiva dell’ente, che dovrà misurarsi con le motivazioni delle sentenze già pronunciate e con il contenuto dei singoli accertamenti. La normativa, del resto, presenta una distinzione precisa. Non tutti gli immobili degli Istituti autonomi case popolari sono automaticamente esenti dall’Imu. La legge riconosce l’esenzione agli alloggi sociali che possiedono i requisiti previsti dal decreto ministeriale del 22 aprile 2008 e sono destinati ad abitazione principale. Per gli altri alloggi regolarmente assegnati dagli Iacp è prevista, alle condizioni stabilite, una detrazione d’imposta di 200 euro. La Cassazione lo ha ribadito nell’ordinanza 6380 del marzo 2024. La semplice appartenenza di un immobile al patrimonio di un Istituto non basta, da sola, a garantirne l’esenzione.
Esiste però un altro precedente che potrebbe assumere rilievo nella futura impugnazione. Con la sentenza 27020 dell’8 ottobre 2025, la Suprema Corte ha stabilito che, nelle circostanze esaminate, l’avviso di accertamento deve motivare specificamente il diniego dell’esenzione rivendicata per gli alloggi sociali. Una motivazione insufficiente può determinare la nullità dell’atto. Sarà quindi importante comprendere se la documentazione prodotta dallo Iacp di Messina dimostri la destinazione sociale degli immobili, se siano stati rispettati gli obblighi dichiarativi applicabili e come il Comune abbia motivato il recupero dell’imposta. Su questo aspetto si era già consumato, nei mesi scorsi, un confronto pubblico tra Picciolo e l’ex assessore ai Tributi Roberto Cicala. Quest’ultimo aveva difeso l’attività degli uffici comunali, sostenendo che gli accertamenti costituissero un obbligo di legge e contestando all’Iacp l’omessa presentazione delle dichiarazioni necessarie per ottenere le agevolazioni. Per Picciolo, invece, l’effetto concreto di una condanna al pagamento sarebbe particolarmente pesante. L’Istituto dovrebbe destinare ai tributi risorse ricavate da canoni sociali spesso molto contenuti. Il presidente aveva citato, a titolo di esempio, affitti di circa 52 euro mensili e un’imposta annua che, per singolo alloggio, potrebbe raggiungere i 500 euro.
A queste difficoltà si aggiunge la morosità degli assegnatari. Nel marzo scorso l’Iacp aveva segnalato 180 posizioni particolarmente critiche, relative a inquilini che non pagavano da tempo, mentre gli arretrati complessivi dei canoni venivano indicati nell’ordine dei due milioni di euro. La gestione delle manutenzioni si trova così stretta tra entrate modeste, crediti difficili da riscuotere e richieste tributarie ancora oggetto di contenzioso.
Picciolo: «Le somme risparmiate serviranno alla manutenzione»
Il presidente dell’Iacp rivendica intanto il risultato ottenuto nelle cause contro l’Amam. Le somme oggetto delle controversie, secondo quanto riferisce, erano state accantonate e non potevano quindi essere utilizzate per altri interventi. «Le somme risparmiate, che erano state messe da parte e quindi non erano state utilizzate così come prevede la legge, serviranno alla manutenzione degli immobili e ad altre operazioni nell’ambito delle politiche abitative. Lo stesso discorso vale per l’Imu. Queste liti giudiziarie tra enti non servono alla collettività. Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione».
L’effettiva disponibilità delle risorse dipenderà comunque dalla definitività delle pronunce, dalle eventuali impugnazioni e dalle regole contabili applicabili agli accantonamenti. Resta la singolarità di una vicenda che vede contrapposti enti pubblici impegnati in servizi essenziali per la città. Da una parte un’azienda idrica interamente partecipata dal Comune, dall’altra l’Istituto che gestisce migliaia di abitazioni popolari. Nel mezzo, anni di spese processuali, accertamenti e crediti contestati.
Per le controversie sull’acqua occorrerà verificare se l’Amam intenda impugnare le pronunce e quale sia il destino contabile delle somme rivendicate. Sul fronte Imu, invece, il prossimo passaggio annunciato è il ricorso in Cassazione contro le decisioni favorevoli a Palazzo Zanca.


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